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Mandanti Occulti

Spatuzza e Ciancimino faccia a faccia con i Servizi

Il magistrato Nino Di Matteo sulla Trattativa: “Chi sa parli!”
di Silvia Cordella - 28 ottobre 2010
“Stiamo cercando di chiudere l’indagine sulla strage di via d’Amelio nei prossimi due o tre mesi. Speriamo di farcela”. È ciò che auspica Sergio Lari, il capo della Procura di Caltanissetta, a proposito dell’indagine che procede sulla pista dei mandanti esterni della strage in cui morirono il giudice Borsellino e i suoi agenti della scorta. Una corsa contro il tempo che mira a trovare conferme, indizi importanti, alle dichiarazioni...

...del pentito Gaspare Spatuzza, prima del termine delle indagini e della conseguente revisione processuale di alcuni mafiosi, condannati ingiustamente a causa dei depistaggi sulle prime indagini della strage.
Ieri in Procura si attendeva un appuntamento importante, il riconoscimento da parte di Spatuzza del  soggetto “esterno a Cosa Nostra” che sarebbe stato presente alla preparazione dell’autobomba usata in via d’Amelio. Il collaboratore già nella primavera scorsa aveva identificato in un album fotografico, seppur con un margine di titubanza a causa dei tanti anni trascorsi, l’agente del Sisde presente al momento dell’istallazione dell’ordigno nella 126. Ieri il pentito non è stato più preciso della volta precedente ma ha indicato in Lorenzo Narracci, ex fedelissimo di Bruno Contrada, attualmente componente dell’Aisi (l’agenzia di sicurezza interna), l’uomo “somigliante” a quello della foto segnalata prima dell’estate. Anche Massimo Ciancimino, che ieri si trovava a Caltanissetta per un lungo interrogatorio, è stato invitato ad identificare l’agente segreto e alla fine i magistrati lo hanno sottoposto al confronto. Narracci ha negato di essere quell’uomo che, secondo le versione fornita dal figlio dell’ex sindaco di Palermo, sarebbe andato a trovare suo padre a Rebibbia durante l’arresto e poi ancora nel periodo del suo soggiorno obbligato. Visite che, secondo Ciancimino jr., Narracci avrebbe fatto per conto del “Signor Franco”, l’uomo dei Servizi che aveva affiancato suo padre nella mediazione della Trattativa fra gli ufficiali del Ros e Riina e che, dopo l’arresto di don Vito, si era preoccupato di tenere a bada il suo umore, aiutandolo a superare un eventuale crollo psicologico dovuto alla carcerazione che aveva percepito dai suoi “alleati” come un tradimento.
A finire pesantemente sotto la lente d’ingrandimento della magistratura questa volta dunque ci sono le responsabilità dei servizi segreti non solo in relazione alla strage di via d’Amelio ma anche alla trattativa del ’92 avviata, secondo Ciancimino jr., in quei 57 giorni che separarono la morte di Falcone a quella di Borsellino. Su questa scia investigativa a Palermo sono scattati all’inizio di questa settimana otto avvisi di garanzia, che hanno colpito oltre ai capi mafia Riina, Provenzano e Cinà, anche l’ex Generale Mario Mori, già sotto processo per favoreggiamento alla mafia, il suo braccio destro, il capitato De Donno e Massimo Ciancimino, lo stesso che ha descritto i passaggi di quel dialogo fra Stato e mafia e che oggi si trova accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Un atto dovuto che dimostra l’onestà di un’indagine svolta a 360 gradi e che accredita al tempo stesso le dichiarazioni del figlio dell’ex sindaco di Palermo, evidentemente ritenuto attendibile dagli inquirenti. Ma i giorni caldi per gli 007 inquisiti sono appena iniziati e sempre ieri davanti al procuratore aggiunto Antonio Ingroia e ai sotituti Nino Di Matteo e Paolo Guido si è presentato Rosario Piraino accompagnato dal suo legale, Nino Caleca. Piraino, agente dell’ex Sisde di Caltanissetta nel ’92, è indagato per violenza privata, aggravata dall’aver agevolato Cosa Nostra. Secondo Massimo Ciancimino sarebbe stato lui l’altro emissario del Signor Franco, l’autista, che lo era andato a trovare nel suo appartamento a Palermo, durante la sua carcerazione domiciliare nel 2006 e poi ancora nella sua casa di Bologna nel 2009. L’agente segreto avrebbe invitato Massimo Ciancimino a mantenere il riserbo sulla trattativa del ’92, sui rapporti tra suo padre e Berlusconi e sulla collaborazione dei Ciancimino nell’arresto di Riina. Argomenti per i quali lo stesso Piraino oggi, durante un faccia a faccia con il figlio dell’ex sindaco a palazzo di Giustizia, si è dichiarato estraneo.
Una difesa che comunque dovrà essere verificata attentamente. Ed è anche per questo che Nino Di Matteo, pubblico ministero al processo Mori, ha lanciato un appello attraverso i giornalisti di Repubblica: “Chi conosce vicende che potrebbero essere utili alle indagini deve parlare”. “Dobbiamo fare di tutto per capire – ha proseguito il magistrato - se in certi momenti storici mafia e Stato abbiano trovato spazi di dialogo o di accordo”. “Se ciò fosse accaduto e oggi non si facesse tutto quello che è necessario, la mafia conserverebbe nei confronti delle istituzioni il suo potere più terribile, quello del ricatto”. Ed ancora, ha sottolineato Di Matteo,  “per aspirare alla definitiva chiarezza su vicende così complesse la magistratura deve conservare appieno l'indipendenza, che sempre più spesso viene messa in pericolo da progetti di legge la cui approvazione finirebbe per limitare l'autonomia degli uffici del Pm, con il rischio di un sostanziale controllo degli uffici della Procura da parte dell'esecutivo”.

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