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A Roma fu vera mafia? Domani la sentenza d'appello su ''Mafia Capitale''

mafia capitale c imagoeconomicadi Margherita Furlan
A Roma fu vera mafia? A stabilirlo domani sarà la sentenza d’appello del maxi processo Mafia Capitale, che vede imputate 43 persone, tra le quali l’ex militante della destra eversiva Massimo Carminati e Salvatore Buzzi, soprannominato anche "il re delle cooperative rosse". L’indagine, nata nel 2012, coordinata dal procuratore capo Giuseppe Pignatone, dagli aggiunti Paolo Ielo e Michele Prestipino e dai pm Luca Tescaroli e Giuseppe Cascini, si è abbattuta sulla capitale d’Italia come uno tsunami, coinvolgendo politici, pubblici amministratori, imprenditori ed esponenti della criminalità organizzata.
Nell'aula bunker di Rebibbia, la terza corte d'appello di Roma, presieduta da Claudio Tortora che il 13 giugno del 2016 fece cadere l’aggravante della modalità mafiosa ad alcuni appartenenti delle famiglie Fasciani e Triassi, dovrà decidere in merito alle richieste formulate nel marzo scorso dalla procura generale: in primis il riconoscimento dell'esistenza di una associazione a delinquere di stampo mafioso. Nel luglio del 2017 venne riconosciuta, invece, l'esistenza di due associazioni a delinquere "semplici" che avevano in Carminati e Buzzi i punti di riferimento. Per l'ex Nar la procura generale ha chiesto ora una condanna a 26 anni e mezzo, mentre per Buzzi ha sollecitato 25 anni e 9 mesi. In primo grado i due presunti capoclan, detenuti dal dicembre del 2014, furono condannati rispettivamente a 20 e a 19 anni. Per il procuratore generale, Antonio Sensale, "non si tratta di stabilire se a Roma c’è o no la mafia, ma se l’operato di questa organizzazione criminale venutasi a creare rientra nell'articolo 416 bis del codice penale". Il metodo mafioso, infatti, secondo l’accusa, "si riconosce dall’uso della violenza e dell’intimidazione, dall’acquisizione di attività economiche e dall’infiltrazione nella pubblica amministrazione". Alla requisitoria finale di Sensale fanno eco le dichiarazioni del procuratore aggiunto Giuseppe Cascini: "Carminati è un boss, così come lo chiamano i criminali nelle intercettazioni, che lo riconoscono come capo e gli obbediscono in virtù del potere criminale che gli attribuiscono. I testimoni e le vittime delle intimidazioni, quando sono venuti in aula, hanno avuto paura a parlare", ha aggiunto il magistrato, sottolineando l’influenza di Carminati sul presunto sodalizio.
La pubblica accusa ha inoltre chiesto 24 anni per Riccardo Brugia, 18 anni per Matteo Calvio, 17 anni e mezzo per Paolo Di Ninno, 16 anni e 10 mesi per Agostino Gaglianone, 18 anni e mezzo per Luca Gramazio, 17 anni per Alessandra Garrone, 14 anni e mezzo per Franco Panzironi. Una richiesta complessiva di 430 anni di carcere per 43 imputati. Le accuse: "un ramificato sistema corruttivo" in vista dell’assegnazione di appalti e finanziamenti pubblici dal Comune di Roma e dalle aziende municipalizzate con interessi, in particolare, anche nella gestione dei rifiuti, dei centri di accoglienza per gli stranieri, dei campi nomadi e nella manutenzione del verde pubblico. Il 20 luglio 2017 la sentenza di primo grado emise dure condanne non solo per Buzzi e Carminati, ma anche, tra gli altri, per Mirko Coratti, ex presidente del Consiglio comunale di Rom (Pd), condannato a 6 anni, per Franco Panzironi, ex ad di Ama, condannato a 10 anni. Luca Odevaine, ex componente del Tavolo di coordinamento nazionale sui migranti del Viminale, è stato condannato a 6 anni e sei mesi, mentre Andrea Tassone, l’ex presidente municipio di Ostia ed esponente del Pd fu condannato a 5 anni. A fine 2017 l’appello contro la sentenza di primo grado della procura generale: "Questa è mafia". Domani il verdetto.

Foto © Imagoeconomica

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