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Mafie News

L’evoluzione della criminalità cinese in Italia negli ultimi venti anni

di Piero Innocenti
Una ventina di anni fa, non si può certo dire che ci fosse una speciale attenzione da parte degli organismi della sicurezza in generale sulla presenza e minaccia della criminalità straniera in Italia. La Direzione Investigativa Antimafia (DIA), nella sua relazione del secondo semestre del 1999, vi riservava 5 pagine delle 37 complessive del documento e soltanto 13 righe erano per la “mafia cinese” che, a quei tempi, occupava spazi ben circoscritti in Lombardia, Toscana, Lazio e Campania, dedicandosi “alla gestione dell’immigrazione clandestina, allo sfruttamento del lavoro nero, al gioco d’azzardo, ai sequestri di persona e alle estorsioni”. Azioni criminali che, allora, erano per lo più circoscritte nell’ambito dei connazionali anche se alcune avvisaglie lasciavano presagire che la malavita cinese potesse passare “alla gestione di attività delittuose di maggior respiro”. Un po’ come era accaduto, dopo un periodo di “incubazione”, in altri Paesi europei e nordamericani. Appena quattro anni dopo, la criminalità cinese era diventata protagonista di “diversi fatti delittuosi, talora particolarmente violenti” che evidenziavano “le caratteristiche proprie dell’associazione di tipo mafioso” (relazione DIA, 2004). Alle attività criminali sopraindicate si aggiungevano l’import-export di prodotti contraffatti, lo sfruttamento della prostituzione e il traffico di stupefacenti (in particolare shaboo). Non solo. Già allora si avviavano rapporti con altri sodalizi stranieri e italiani “per lo svolgimento di determinati affari illeciti”. Affari che si sono andati sviluppando nel tempo come emerso anche nelle indagini risalenti agli anni 2011 e 2012 (operazioni Ultimo Imperatore e Muraglia 2) coordinate dalla DDA di Roma con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso a 35 persone, quasi tutte di nazionalità cinese, in tema di commercializzazione di merce contraffatta nella Capitale. Settore, quest’ultimo, da cui si ricavano ingenti profitti che vengono riciclati e reimpiegati anche attraverso la creazione di aziende fittizie. Una parte di questo denaro viene trasferito in Cina ma non vengono più utilizzati i tradizionali sistemi di rimessa diretta, bensì corrieri che trasportano denaro contante e/o tramite complesse operazioni finanziarie con istituti bancari e professionisti di settore. E’ ancora la DIA che nell’ultima relazione presentata al Parlamento a luglio 2019 sottolinea il calo drastico delle transazioni fatte dai cinesi passate dai 186 milioni di euro del 2013 ai 21 milioni del 2017, a soli 13 milioni nel 2018. Le quattro pagine riservate alla criminalità cinese in quest’ultima relazione - citando alcune delle attività di contrasto delle forze di polizia sul territorio - rispetto alle stringate valutazioni e annotazioni fatte in passato, stanno a confermare anche la maggiore attenzione investigativa su una criminalità straniera che “sfrutta la rete di rapporti capillarmente distribuiti nel nostro Paese, fondati su un consolidato legame familiare solidaristico”. Non poche difficoltà nelle indagini discendono dalla comprensione della lingua cinese. Va ricordato, infatti, che a differenza dell’italiano e di altre lingue occidentali, quella cinese non si fonda su di un sistema alfabetico ma è composto da migliaia di caratteri ognuno dei quali rappresentato da una sola sillaba che esprime un’idea completa. Senza contare che il linguaggio cinese varia a seconda dei dialetti e quello più comune è il mandarino parlato da circa il 70% della popolazione. L’attenzione alla comunità cinese, anche a quelli che vengono a fare turismo da noi (e sono molti), è confermata anche da un servizio di pattugliamento cittadino svolto da poliziotti italiani e cinesi a Roma, Milano, Torino e, da alcuni giorni, a Padova. L’“esperimento” è iniziato quattro anni fa grazie ad iniziative del Dipartimento della Pubblica Sicurezza e sarebbe interessante poterlo estendere ad altre città e magari coinvolgendo anche le polizie albanesi e nigeriane, Paesi dai quali abbiamo avuto, come noto, importazioni di gruppi criminali insediatisi stabilmente.

Tratto da: liberainformazione.org