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Mafie News

''Finanziavano la mafia trapanese'', Dia sequestra i beni a due imprenditori

di AMDuemila - Video
La Direzione investigativa antimafia di Trapani questa mattina è intervenuto per sequestrare beni e conti correnti riconducibili ad alcuni imprenditori di San Giuseppe Jato (Palermo) accusati di aver finanziato la Mafia trapanese. Il provvedimento, emesso dal Tribunale di Trapani su proposta del direttore della Dia, riguarda Ciro Gino Ficarotta, 67 anni, il figlio Leonardo, 38 anni, e il nipote Paolo Vivirito, 39 anni. Nei confronti di Ciro Gino Ficarotta (già coinvolto negli anni '90 in vicende giudiziarie per via dei suoi rapporti con i noti boss mafiosi Giovanni Brusca e Baldassare Di Maggio), del figlio e del nipote è stata proposta, inoltre, la misura della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, con obbligo di soggiorno, perché tutti indiziati di appartenere a Cosa nostra.
I tre imprenditori, con interessi economici nel trapanese, erano stati coinvolti nell'inchiesta del 2018 "Pionica".
Le indagini, finalizzate alla cattura dell'ultimo superpadrino latitante, Matteo Messina Denaro, avevano permesso di ricostruire gli interventi di Salvatore Crimi e Michele Gucciardi, ritenuti i capi delle famiglie mafiose di Vita e Salemi, nella gestione di una grossa speculazione immobiliare attraverso l’acquisto, in un’asta giudiziaria, di una vasta tenuta agricola di oltre sessanta ettari. Appunto quella di Pionica che sarebbe stata rivenduta alla Vieffe, società agricola riconducibile ai tre imprenditori di San Giuseppe Jato.
In particolare emerse che l'azienda agricola era di proprietà della moglie di Antonio Salvo, nipote degli esattori mafiosi di Salemi, i cugini Nino e Ignazio Salvo (quest'ultimo assassinato da Cosa nostra nel 1992), sarebbe stata acquistata formalmente all’asta da Roberto Nicastri, ritenuto prestanome del fratello Vito, il re dell'eolico accusato di aver finanziato la latitanza del boss Matteo Messina Denaro, per poi essere ceduta alla Vieffe dei Ficarotta e Vivirito per 530mila euro.
Il prezzo di vendita reale dei terreni era, però, notevolmente superiore a quello dichiarato negli atti notarili e la differenza, pari a oltre duecentomila euro, sarebbe stata versata da Ficarotta in contanti nelle mani dagli uomini di cosa nostra, per la loro attività di "intermediazione immobiliare". Secondo le dichiarazioni del pentito Lorenzo Cimarosa, parte di tale somma sarebbe stata destinata al mantenimento del latitante di Castelvetrano che l'avrebbe ricevuta attraverso il nipote Francesco Guttadauro.
E' emerso anche come nel corso di riunioni riservatissime si sia parlato anche delle sorti di altri terreni sottoposti a procedure esecutive, appartenenti ad Antonio Salvo: in questo caso l'infiltrazione progettata da Cosa nostra, sempre attraverso il nucleo familiare di Ficarotta, non fu portata a termine per una contingente difficolta' nel reperire i fondi necessari e, in seguito, anche per il rifiuto dell'aggiudicatario di cedere alle pressioni mafiose.
Il sequestro ha colpito l'intero compendio aziendale della società agricola semplice VIEFFE, proprietaria della tenuta agricola di oltre sessanta ettari di Santa Ninfa, per un valore di mercato di circa un milione e mezzo di euro, oltre che di vari conti correnti.

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