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Mafie News

Alla ''Casa di Paolo'' la testimonianza delle ''Donne contro la mafia''

di Aaron Pettinari - Video
Piera Aiello, Roberta Gatani, Osas Egbon. Sono loro ad aver concluso la quattro giorni di eventi dedicati alla memoria di Paolo Borsellino e degli agenti di scorta, organizzati dalle Agende Rosse e dal Centro Studi "Paolo e Rita Borsellino". Tre storie di "donne contro la mafia" raccontate ieri presso la Casa di Paolo durante l'incontro moderato dal giornalista Rai, Mario Azzolini. Un modo per riflettere, ancora una volta, sul concetto di responsabilità e impegno andando oltre la semplice retorica.
Roberta Gatani, nipote di Paolo Borsellino e responsabile della Casa di Paolo, ha parlato proprio dell'esperienza vissuta in questi quattro anni da quando quella che un tempo era la Farmacia Borsellino è diventata un luogo di speranza per tanti bambini e riferimento all'interno del quartiere della Kalsa: "Questo è un quartiere che apparentemente non sembra difficile ma in realtà la situazione è molto complessa con un contrasto concreto dove c'è chi vive nelle belle case restaurate e chi abita in strutture che chiamare case è una vera esagerazione. Qui ci sono persone che ricordano bene la presenza della famiglia Borsellino. E i figli dei loro figli sono i nostri bambini. In questi anni noi non abbiamo fatto lezioni di legalità. Una volta spiegato chi è Paolo Borsellino cerchiamo di far vivere a questi bambini, che rappresentano il futuro, una quotidianità diversa, cercando di trasmettere il valore del rispetto dell'altro e delle regole, per convivere in maniera civile con gli altri. Un contrasto rispetto a quella 'legge quotidiana' che conoscono come la 'legge del più forte'. E pian piano i risultati stanno arrivando. Capiscono, ad esempio, che non serve prevaricare l'altro. Che rompere qualcosa in questa struttura è come togliere qualcosa a loro stessi. Oggi possiamo testimoniare il piccolo gesto di uno dei nostri bambini che ha voluto fortemente sapere dove era la cassetta delle offerte per la struttura per lasciare quei pochi soldi che aveva in tasca. Questo perché ha capito l'importanza di questo posto per sé ma anche per gli altri".
Il racconto delle "Donne contro la mafia" è proseguito con le parole di Piera Aiello, testimone di giustizia, cognata di Rita Atria, la giovane testimone di giustizia che si tolse la vita dopo l'uccisione del giudice Paolo Borsellino, che oggi siede in Parlamento con il Movimento Cinque Stelle ed è componente della commissione parlamentare Antimafia: "Io sono testimone di giustizia dal 30 luglio 1991. Sono passati tanti anni, ma la tenacia e la forza è la stessa di allora. In questo abbiamo attraversato tante battaglie con altri testimoni di giustizia che hanno avuto il coraggio di denunciare. Un percorso non semplice, vissuto lontano da casa, con mille difficoltà ed uno Stato spesso incapace di rispondere ai bisogni dei testimoni di giustizia una volta che entrano nel programma di protezione. Una lotta per i diritti che non sono solo personali ma per un'intera famiglia che viene spesso lasciata sola". Piera Aiello ha anche parlato di Paolo Borsellino, o meglio lo "zio Paolo" così come lo chiamavano lei e Rita Atria. "Io ero molto intimidita da lui, dalla Caserma, e invece fu capace di mettermi pian piano a mio agio. All'inizio pensavo fosse un mafioso per quel suo accento palermitano marcato e per il grande rispetto che molti avevano con lui, poi lo chiamai onorevole e lui mi disse molto semplicemente che non era un politico ma un semplice Procuratore della Repubblica e che da quel momento l'avrei potuto chiamare zio Paolo. Lo stesso riuscì a aiutare molto Rita Atria, mia cognata, che sapeva anche più cose di me di quella famiglia. Lei aveva tanta rabbia dentro. E lui riuscì ad aiutarla trasformando quel suo desiderio di vendetta in voglia di giustizia vera. Il nostro non fu un percorso facile. Io ebbi il sostengo dei miei genitori, di mia nonna Piera, ma Rita, ad esempio, non aveva nessuno". Infine Piera Aiello ha raccontato anche il cammino vissuto fino all'elezione in Parlamento. Un percorso che l'ha portata a riottenere il proprio nome.



Un altro percorso di lotta per i diritti è quello vissuto da Osas Egbon, nigeriana e presidente dell’associazione “Donne di Benin City”, fondata da nigeriane ex vittime di tratta. Un racconto, il suo, drammatico quanto straziante di fronte ad un'amara verità che vede tante ragazze, spesso minorenni, vittime di abusi per la tratta. Giovani donne vendute, e intrappolate in un mondo che le ha costrette a prostituirsi e ad essere abusate da uomini di tutte le età. "Ci sono ragazze costrette a entrare in questo giro per ripagare il debito di 30-40mila euro che viene contratto per raggiungere il Paese, e l'opportunità di una nuova vita. Diventa difficile denunciare perché si costringono le donne a mantenere il segreto con riti Vodoo, che in Africa sono tradizionalmente ritenuti molto potenti. Poi ci sono stati episodi terribili in tutta Italia. Anche qui a Palermo ragazze sono state uccise e bruciate. Rita Borsellino, subito, è scesa al nostro fianco per manifestare con un grande corteo. E pian piano si sta rompendo il sistema che si era creato. Oggi c'è più coraggio di denunciare e le forze dell'ordine ci aiutano in questo percorso. Un problema molto forte uscire da questo giro controllato da una mafia che in questo Paese è diventata più forte. C'è una ragazza che ci ha spiegato che non poteva studiare nel suo Paese e così a 13-14 anni è stata costretta a venire qui, e subire tutte queste torture. Un'altra di appena 16 anni, di famiglia ricca, che ha perso tutto perché lo Stato ha tolto loro la terra che era ricca di petrolio. Le hanno ammazzato il padre e alla sua famiglia non è rimasto altro che fuggire per cercare una nuova opportunità. Questo è quello che accadde con la tratta. E noi dobbiamo intervenire per dare un futuro diverso a tanti bambini, restituendo loro dei sogni". Un impegno e una lotta che è di tutti e non solo del singolo. L'esempi odi queste donne lo ricorda quotidianamente e dare una risposta è un dovere morale per ogni essere umano.

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