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Back Sei qui: Home Mafie News Cronaca Caso Regeni, agente servizi egiziani: ''Abbiamo preso noi Giulio, ci convincemmo che era una spia''

Mafie News

Caso Regeni, agente servizi egiziani: ''Abbiamo preso noi Giulio, ci convincemmo che era una spia''

di AMDuemila
Spunta un nuovo testimone. Dalla procura di Roma una nuova rogatoria

Giulio Regeni sarebbe stato ucciso dai servizi segreti egiziani perché lo avrebbero ritenuto una spia inglese. A sostenerlo non sono gli inquirenti italiani che indagano sul rapimento e la morte del giovane ricercatore italiano ma un supertestimone che, secondo quanto scrivono "Il Corriere della Sera" e "la Repubblica", avrebbe ascoltato una conversazione proprio tra uno degli agenti responsabili del rapimento e un altro poliziotto africano. Il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e il sostituto Sergio Colaiocco nei giorni scorsi hanno inoltrato al Cairo una nuova rogatoria "in cui chiedono informazioni che potrebbero fornire ulteriori riscontri. È l'atto di cui ha parlato ieri il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, rivelando di aver avuto un lungo colloquio telefonico con il presidente egiziano Al Sisi". Il nuovo documento inviato al Cairo è composto da 12 punti che racchiudono il lavoro svolto negli ultimi sette mesi dai carabinieri del Ros e uomini dello Sco. Gli inquirenti italiani chiedono agli omologhi egiziani notizie relative ad una serie di personaggi, tutti appartenenti agli apparati pubblici egiziani, che ruotano intorno ai cinque indagati dalla Procura di Roma. Inoltre, il funzionario indicato dal testimone, scrive il "Corriere della Sera", è uno dei cinque che la Procura di Roma ha iscritto sul registro degli indagati. Secondo gli inquirenti ci sono indizi sufficienti a ipotizzare il coinvolgimento del generale Sabir Tareq, del colonnello Uhsam Helmy, del maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, dell'assistente Mahmoud Najem e del colonnello Ather Kamal, all'epoca capo della polizia investigativa del Cairo e coinvolto anche nel depistaggio con cui si voleva chiudere il caso addossando ogni responsabilità a una banda di criminali comuni, uccisi in un presunto conflitto a fuoco. Le ammissioni, evidenzia "la Repubblica", furono fatte durante un pranzo in cui il funzionario discuteva di questioni legate alla lotta interna all'opposizione politica dell'Egitto. E non si accorse di essere ascoltato dal testimone che era seduto al tavolo accanto. A un certo punto l'egiziano avrebbe cominciato a parlare del "ragazzo italiano": avrebbe raccontato dei pedinamenti e delle intercettazioni telefoniche di cui era stato oggetto fino al 24 gennaio del 2016, vigilia della sua scomparsa; e avrebbe aggiunto di essere stato protagonista dell'operazione che lo avrebbe fatto scomparire. "Ci convincemmo che era una spia e scoprimmo che il 25 gennaio doveva incontrare una persona che ritenevamo sospetta", avrebbe detto l'ufficiale nella ricostruzione fatta dal testimone. "Per questo entrammo in azione quel giorno". Stando alla nuova testimonianza, quel che accade a Giulio è stato proprio l'ufficiale egiziano a raccontarlo al suo interlocutore: "Caricammo il ragazzo italiano in macchina e io stesso lo colpii più volte duramente al volto". Fino a questo momento ci si era basati essenzialmente sui tabulati telefonici e le testimonianze raccolte in Egitto. Adesso, si aggiunge questa prova testimoniale, che conferma e arricchisce il quadro probatorio costruito fino a questo momento.

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