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Caso Cucchi, i pm: ''Angelino Alfano indotto inconsapevolmente a dichiarare il falso su atti falsi''

cucchi stefano padredi AMDuemila
In aula ascoltato l’ex Comandante provinciale di Roma Vittorio Tomasone

Nuovi inquietanti particolari sono venuti a galla dal processo bis sulla morte del trentenne Stefano Cucchi. Il pm Giovanni Musarò, ieri, durante l’apertura d’udienza, ha pronunciato parole al vetriolo: “In questa vicenda si è giocata una partita truccata, con carte segnate. Una partita giocata sulle spalle di una famiglia: qui c'è in gioco la credibilità di un intero sistema”. Il magistrato ha puntato il dito contro i continui depistaggi, posti in essere sulla morte di Stefano Cucchi dai vertici dell'Arma dei carabinieri, che via via sarebbero arrivati fino alle scrivanie del governo dell’epoca. In particolare a cadere nella trappola della manipolazione delle carte dell’Arma, sulla morte dell’ingegnere romano, sarebbe stato il ministro degli Interni di allora, Angelino Alfano. Questi “era stato inconsapevolmente indotto da atti falsi a riferire il falso” quando venne chiamato a rispondere davanti al Senato il 3 novembre 2009 su delle informative rinvenutegli dall’Arma. L'attività di depistaggio sulla morte di Stefano Cucchi ebbe inizio il 26 ottobre del 2009 dopo un lancio dell'agenzia Ansa in cui Patrizio Gonnella e Luigi Manconi denunciarono pubblicamente che, al momento dell’arresto, stava bene e che non aveva segni sul volto, come invece vide il padre il giorno dopo nel processo per direttissima. “Nei primi giorni successivi alla morte di Stefano, l'Arma non si mosse. - ha detto Musarò in aula- Dal 26-27 ottobre ci furono tutta una serie di annotazioni, tra cui anche quelle false. Il 26 ottobre, alle 15.38 del 26 ottobre 2009, Gonnella e Manconi fanno una dichiarazione pubblica sulla morte di Cucchi. Poi arriva un lancio Ansa in cui si indica un preciso lasso temporale che era chiaro. Questa agenzia scatena un putiferio”. Ed è da questa agenzia che si sarebbe mosso il meccanismo di depistaggio dei Carabinieri dal quale, grazie alle attività di indagine, sarebbero emerse due circostanze. La prima: “Alle 16.46 il comando legione chiede urgentissime spiegazioni. Che servivano per redigere un appunto per il ministro Alfano che avrebbe dovuto rispondere due giorni dopo. Ma soprattutto è stata utilizzata per un'informativa che il ministro fece al Senato il 3 novembre. L'appunto viene redatto sugli atti falsi redatti dal comando generale. E quindi cosa avviene? Che il ministro Alfano dichiara il falso in aula: Stefano Cucchi è stato collaborativo, si omette ogni passaggio dalla compagnia Casilina e Cucchi già al momento dell'arresto era in condizioni fisiche debilitate. Tre cose non vere. Implicita ma chiarissima accusa agli agenti. Il primo ad accusarli, paradossalmente, fu il loro ministro. E, ancora più paradossalmente, il fascicolo è iscritto contro ignoti”. Mentre il secondo scenario riguarda le conclusioni mediche eseguite prima della perizia: “Fin dall'inizio da parte dei Carabinieri ci fu particolare attenzione all'aspetto medico legale. In estrema sintesi, due dati devono essere registrati con inquietudine: tra la fine di ottobre e l'inizio di novembre, negli atti ufficiali interni all'Arma erano già scritte le conclusioni che arriveranno solo sei mesi dopo. I consulenti ancora non sono stati nominati. Inoltre, ci sono una serie di circostanze false. Tra cui quella in cui Stefano Cucchi dice di essere anoressico. Non è vero, non lo ha mai detto. Il comandante provinciale del 2016 dice che Cucchi ha avuto un attacco di epilessia in caserma. Non è vero. Si asseriva inoltre che non c'era nesso di causalità tra le botte e la morte di Cucchi, che una delle fratture era risalente nel tempo e che i responsabili del decesso erano solo i medici. Tutto ciò - ha affermato il magistrato - era stato scritto non solo quando i consulenti erano ben lontani dal concludere il loro lavoro ma quando la procura doveva ancora nominarli. Ciò lascia sconcertati". Il rappresentante della Procura ha aggiunto, inoltre, che sulle annotazioni dello stato di salute di Cucchi si susseguirono "circostanze false che ritroveremo anni dopo nelle relazioni peritali del gip e della prima corte d'assise".

alfano angelino c imagoeconomica

I “non ricordo” del Generale Tomasone
L’udienza di ieri ha visto come teste il Generale dei Carabinieri Vittorio Tomasone, dal quale dipendevano tutti i militari che ebbero a che fare con il giallo di Stefano Cucchi (inclusi i 5 imputati al processo bis), poichè all’epoca dei fatti era Comandante provinciale di Roma. La testimonianza dell’ex comandante è stata ricca di amnesie dipinte da vari “non ricordo” e "non ho memoria dei fatti" che hanno scaturito la stizza del pm Giovanni Musarò. Secondo Tomasone “quello di Cucchi era stato un arresto normale, come tanti” e alla questione se si fosse mai interessato dell’aspetto medico-legale della morte del geometra il generale ha risposto negativamente.
Negazione smentita però dal pm Giovanni Musarò che in aula gli ha mostrato un atto a firma proprio del generale nel quale si anticipavano le conclusioni sull’autopsia del giovane, in particolare in merito a due fratture, di cui neanche la procura capitolina era a conoscenza. “Come facevate ad avere già queste informazioni?” ha chiesto quindi il pm. Alla domanda del pm, Tomasone ha risposto chiamando in causa il suo sottoposto diretto, il colonnello Alessandro Casarsa. Quindi il pm gli ha domandato se sapeva se l’allora comandante del gruppo Roma avesse avuto contatti diretti con il consulente tecnico. Domanda alla quale il generale ha risposto brevemente: “questo non lo so”. Il pm ha riportato allora un’annotazione dalla quale emergeva che il 23 novembre 2009 fu disposta l’autopsia di Stefano, il successivo 6 dicembre il medico incaricato auspicò la nomina di altri specialisti, “ma il primo novembre il generale Tomasone, in un atto indirizzato al Comando Generale, scriveva dei risultati parziali dell’autopsia che ancora non era stata fatta”, perché “non erano nemmeno stati nominati i periti”. A questo il generale si è difeso asserendo di “non avere memoria sul modo con il quale è stata assunta l’informazione”. Casarsa, ascoltato dai pubblici ministeri lo scorso 28 gennaio, aveva detto a riguardo: “Non sapevo che fossero state redatte due versioni delle stesse annotazioni sullo stato di salute di Cucchi. Il tenente colonnello Cavallo si rapportava direttamente a me ed eseguiva le mie disposizioni, ma sicuramente non ebbe da me la disposizione di modificare le annotazioni”. In quel documento Casarsa ha affermato, inoltre, che i risultati parziali dell’autopsia “sembrerebbero non attribuire le cause del decesso a traumi, non essendo state rilevate emorragie interne né segni macroscopici di percosse”. Sul punto, rispondendo alle domande del procuratore Giuseppe Pignatone e del sostituto Giovanni Musarò, Casarsa ha detto di non essere in grado di affermare da chi ebbe “le informazioni che sono riportate nella nota che mi esibite e che attengono ai preliminari accertamenti di natura medico-legale eseguiti sul cadavere di Stefano Cucchi. Prendo atto che Cavallo ha dichiarato che questa nota l’aveva scritta lui su mia dettatura, io escludo tale circostanza”. Nella lista degli indagati è stato iscritto anche il colonnello Lorenzo Sabatino insieme a Casarsa, gli ufficiali si sono difesi sostenendo di “non essere a conoscenza” del contenuto delle note, che sarebbero emerse come modificate. “Da persona innocente mi sono trovato in una rete senza uscita ordita nei nostri confronti. Eravamo tre pecore mandate al patibolo”, ha detto l’agente della polizia penitenziaria Nicola Minichini, processato con altri due colleghi e assolti in via definitiva. La corte ha rinviato l’udienza al prossimo 8 marzo.

Foto © Imagoeconomica

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