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Mafie News

Arresto capo mafia Settimo Mineo, parla il pentito Di Carlo

di carlo francesco int serviziopubblicodi Karim El Sadi
"La mafia è cambiata, nuova cupola reduce da un passato che non esiste più"

Fanno ancora parlare gli arresti della nuova cupola di Cosa Nostra palermitana dello scorso 4 dicembre. In manette, ricordiamo, erano finiti gli affiliati che tentavano di ricostruire la Commissione provinciale. Boss "reduci nostalgici di un passato che non esiste più” secondo il collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo. Quest'ultimo, classe 1941, ex uomo d'onore dell'Altofonte in provincia di Palermo, definito dall'ex procuratore di Messina Guido Lo Forte come "una biblioteca" della storia di mafia per via delle sue conoscenze tra mafia-politica e servizi segreti, è stato raggiunto telefonicamente da "Il Fatto Quotidiano". Nell’intervista rilasciata a Giuseppe Lo Bianco ha commentato i recenti arresti a Palermo ed in particolare l’ascesa del boss di Pagliarelli Settimo Mineo fino al vertice della Cosa Nostra post Riina. La notizia della designazione di Mineo a capo della nuova cupola ha "sorpreso” non poco lo stesso Di Carlo: "La sua famiglia (di Mineo, ndr) è stata distrutta solo perché, con il lavoro di oreficeria, aveva rapporti con Giovannello Greco, Pietro Marchese e Pinuccetto Greco. Allora, negli anni '70, erano tre ragazzi che rapinavano i rappresentanti di preziosi indicati dai fratelli Mineo, e quando si è scoperto che volevano eliminare Riina e parte dei suoi amici, i Mineo sono stati accusati di avere finanziato la fuga all’estero di Giovannello Greco e di suo cognato Pietro Marchese, sospettati di avere fatto parte del complotto. Ma era una calunnia: ignorando tutto questo, i Mineo si erano limitati a pagare un debito a quelli a cui Greco e Marchese avevano venduto la refurtiva e solo per questo sono stati ammazzati tutti". "Oggi Settimo Mineo come ha fatto a dimenticare che gli hanno ammazzato tutti i fratelli ed egli stesso è sfuggito a un attentato?" si è chiesto il pentito. Ugualmente Mineo si è interrogato sul ruolo degli Inzerillo, i cosiddetti “perdenti” della guerra di mafia. “I Mineo non erano né vincenti né perdenti - ha detto ancora il collaboratore di giustizia - Francesco Inzerillo e suo cognato Tommaso, i due citati nelle indagini, come potrebbero convivere con i figli e i nipoti di quelli che li hanno distrutti ammazzando tre fratelli, uno zio e un ragazzo ancora piccolo, figlio di Totuccio?".

mineo settimo c igor petyx

L'arresto di Settimo Mineo © Igor Petyx


Francesco Di Carlo conosce Mineo dagli anni '70, "da quando aveva il negozio di oreficeria in via Oreto, io ero più amico dei fratelli, anche loro affiliati alla famiglia di Pagliarelli, guidata da Ignazio Motisi. I Mineo erano amici di tutti e mi ricordo di essere andato a casa loro nel periodo di Natale, per partecipare a qualche festa nella villa dove abitavano, nella zona di viale Francia a giocare a carte tutti insieme con i fratelli Bono, Cocò Salamone, i fratelli Enea e tanti altri" ha ricordato. Settimo Mineo faceva parte secondo il pentito di una mafia "non più come quella di una volta, che non esiste più e non può mai più esistere - ha spiegato - perché è stata distrutta da quella mente diabolica e malata di Riina, e dai suoi vigliacchi consiglieri che per la paura di contrastarlo hanno acconsentito di attaccare le istituzioni, le stesse di cui noi da sempre facevamo parte esternamente”. Vigliacchi, ha specificato, sarebbero coloro che "non hanno avuto il coraggio civile di contrastarlo (Totò Riina, ndr) come ho fatto io nel 1982 - ha detto riferendosi alla sua espulsione da Cosa Nostra quando si rifiutò di compiere vendette contro i Cuntrera-Caruana - pur pagando le conseguenze di essere messo fuori da Cosa Nostra con tutte le calunnie che mi sono potute cadere addosso". E' risaputo che la mafia fonda la propria egemonia sul territorio tramite i legami familiari e criminali. Per questo motivo alla domanda sulle possibili potenzialità organizzativo-gestionali della nuova cupola palermitana riunitasi per creare una nuova commissione regionale di Cosa Nostra Di Carlo ha commentato. "Dipende a quali soggetti si possono rivolgere, perché ci sono province e province. Per esempio a Trapani, per quello che mi risulta, non penso che li riceverebbero se andassero a tastare il terreno, come si suol dire, perché è l’unica provincia che mantiene una serietà organizzativa di Cosa Nostra. Questo perché da sempre a Trapani si poteva fare parte sia di Cosa Nostra che della massoneria, e come è risaputo della massoneria non fanno certo parte spacciatori di droga o raccoglitori del cosiddetto pizzo miserabile da 100 euro come succede a Palermo e in provincia di Palermo. Non a caso è la provincia di Matteo Messina Denaro, latitante da 25 anni" ha constato l'ex uomo d'onore. Quello che ai nuovi affiliati è evidentemente sfuggito è secondo il parere di Francesco Di Carlo "questi non hanno capito che i tempi sono cambiati, ed è cambiata soprattutto la tecnologia. Adesso Cosa Nostra non ha più segreti per nessuno, una volta dicendo mafia si evocava un fantasma, con tutto il suo carico di fascinazione misteriosa e di paura. Oggi è così avanzata la tecnologia d’indagine che gli investigatori possono arrivare quasi a leggere e controllare anche il tuo pensiero. E oggi come oggi, con trent’anni di esperienza, una Procura come quella di Palermo non darà più scampo a soggetti che vivono di nostalgia di riorganizzare".

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