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Processo Cavallini: le parole (non dette) di Mario Mori

mori mario c imagoeconomica 1di Antonella Beccaria
La deposizione dell'ex generale dei Carabinieri condannato al processo Trattativa
Le prime due udienze dopo la pausa estiva erano andate nella sostanza a vuoto per l’assenza dei testi convocati - tra i principali il medico mestrino di Ordine Nuovo Carlo Maria Maggi, condannato all’ergastolo per la strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974, e Sergio Picciafuoco, un “personaggio rimasto molto molto oscuro”, l’ha definito il presidente della Corte Michele Leoni, condannato e poi assolto per la bomba a Bologna del 2 agosto 1980. Con l’udienza di mercoledì 3 ottobre, invece, è tornato nel pieno il processo in corso davanti alla Corte d’Assise contro Gilberto Cavallini, accusato di concorso nel massacro alla stazione. Sul banco dei testimoni due ex alti ufficiali dei carabinieri: il generale Giorgio Tesser, sentito nel pomeriggio, e il prefetto Mario Mori.

Carriera di un generale
Il secondo, che ha deposto in mattinata, ha una lunga carriera dell’Arma. Entrato nel 1966, tra i vari incarichi è stato alla tenenza di Villafranca di Verona e poi, dal 1972 al 1975, al Sid, i servizi segreti di allora, agli ordini del colonnello Federico Marzollo, il comandante del raggruppamento Centri Controspionaggio. Erano gli anni in cui ai vertici dell’intelligence militare c’erano Vito Miceli, coinvolto e poi assolto per il progetto eversivo della Rosa dei Venti, e di Gianadelio Maletti, condannato per la protezione accordata ad alcuni dei neofascisti coinvolti nella strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e per questo, dal 1981, latitante in Sudafrica.
La carriera di Mori, però, non viene scalfita dalle indagini che nella prima metà degli anni Settanta hanno attraversato i servizi segreti e, dopo tre anni trascorsi a comandare il nucleo radiomobile di Napoli, torna a Roma il 16 marzo 1978, proprio il giorno della strage di via Fani che segna l’inizio del sequestro del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, ucciso dopo 55 giorni di prigionia dalle Brigate Rosse. Nella capitale, Mori comanda fino al maggio 1985 la sezione anticrimine per poi passare all’ufficio criminalità organizzata, al comando del gruppo carabinieri di Palermo e quindi al Ros, in cui resta fino al 1999 prima come vicecomandante e nell’ultimo anno come comandante. Poi, dal 2001 al 2005, va a dirigere il Sisde, il servizio segreto civile.

“Chiedete a chi si occupava di terrorismo nero”
La maggior parte delle domande rivoltegli nel corso del processo Cavallini soprattutto dagli avvocati di parte civile Andrea Speranzoni, Nicola Brigida e Roberto Nasci hanno riguardato il periodo trascorso alla sezione anticrimine dove, nel maggio 1985, viene inserito in una rosa di tre ufficiali dei carabinieri e altrettanti funzionari di polizia che devono collaborare con l’autorità giudiziaria di Bologna, come disposto dai giudici istruttori Vito Zincani e Sergio Castaldo dopo un incontro con l’allora ministero degli Interni Oscar Luigi Scalfaro. Contestualmente viene richiesta anche una serie di attività a cui, però, il prefetto Mori dichiara di non aver dato seguito perché, ad agosto 1985, passa a nuovo incarico.
“Alla sezione anticrimine non arrivavamo a 40 uomini”, ha specificato l’ex generale spiegando che la maggior parte lavorava sull’eversione di estrema sinistra di stampo soprattutto brigatista. Responsabile del settore che si occupava del terrorismo neofascista era l’allora capitano Nicola Cardoni, a cui Mori rimanda - aggiungendo che è “ancora vivo e vegeto” - in relazione a diversi episodi di quegli anni: la partecipazione ad attività che riguardano la collaborazione con la giustizia del nero Walter Sordi, già sentito nell’ambito del processo Cavallini, e la cattura di altri neofascisti, come Fabrizio Zani e Paolo Stroppiana.
Ma per i dettagli e lo sviluppo delle indagini non ricorda nulla e va fatto riferimento - ribadisce - al capitano Cardoni (“chiedete a lui”), la cui firma torna, accanto al timbro di Mori, anche in un controverso verbale di sequestro di spezzoni di targhe rinvenute in un covo dei Nar e di Terza Posizione che si trovava a Torino, in via Monte Asolone. Spezzoni ritenuti compatibili con altri usati per l’auto rubata a Palermo e impiegata il 6 gennaio 1980 per uccidere il presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella, omicidio per il quale sono stati processati e assolti l’attuale imputato a Bologna, Gilberto Cavallini, e l’esponente di vertice dei Nar, Valerio Fioravanti, già condannato all’ergastolo per la strage del 2 agosto 1980.

“Non mi ricordo nulla”
Sul delitto Mattarella, Mori ha dichiarato di non aver mai indagato, nonostante un documento del giugno 1985, due pagine senza intestazione di “appunti” indicate come allegato F e che accompagnano alcuni atti d’indagine svolti nell’immediato, dopo l’omicidio del gennaio 1980. Qui si parla di una non meglio specificata “richiesta orale sulla posizione Valerio Fioravanti avanzata all’allora tenente colonnello Mario Mori dall’autorità giudiziaria di Palermo. Il quale, a distanza di decenni, ribatte secco: “Non mi ricordo nulla”. La “richiesta orale”, nella realtà dei fatti, è stata poi recepita dall’altro teste sentito a Bologna, il generale dei carabinieri Giorgio Tesser, che rispose ai magistrati in cerca di informazioni su Fioravanti.
In aula, i rapporti si sono fatti poi tesi quando si è fatto riferimento alla sentenza pronunciata a Palermo lo scorso 20 aprile e relativa alla cosiddetta trattativa Stato-mafia. In quel processo, giunto alla fine del primo grado, Mario Mori è stato condannato a dodici anni di carcere e per questo le domande sono state stoppate dal presidente della corte Leoni. Ma rimane che in quelle oltre cinquemila pagine si parla anche di un bel pezzo della storia degli anni Settanta, compreso il fatto che in ambienti neofascisti veneti, sin da quei tempi, si volesse scatenare una campagna di attentati contro le opere d’arte, come poi avvenuto nella stagione stragista del 1993 al di fuori della Sicilia.

L’allontanamento dal Sid
Alcune particolarità sono emerse dalla deposizione di Mario Mori, durata tre ore circa: all’interno del Sid, l’esistenza e il peso della P2 di Licio Gelli erano noti dal 1975 e, secondo Mori, le critiche mosse ai suoi superiori Gianadelio Maletti e Antonio Labruna (risultati poi affiliati alla loggia segreta) gli valsero l’allontanamento dal servizio. “Non mi risposero nemmeno e mi cacciarono”, ha ricordato il prefetto, giunto a fine carriera nel 2013. Ma, ancora nella sentenza sulla trattativa, le cui motivazioni sono state depositate il 19 luglio scorso, anniversario della strage di via d’Amelio, si dà una versione diversa di questo fatto: in base alla documentazione raccolta e vagliata dalla Corte d’Assise di Palermo, infatti, l’allontanamento dal Sid di Mori sarebbe legato non tanto a sue intemperanze caratteriali, ma all’inchiesta sul piano eversivo noto come Rosa dei Venti, le cui indagini da Padova sono poi confluite a Roma nel fascicolo già aperto sul golpe Borghese del dicembre 1970.
Infine, Mori, rispondendo alle domande dell’avvocato della difesa Alessandro Pellegrini, ha raccontato anche del Lodo Moro. “Ne ho sentito parlare”, ha detto, “e dell’esistenza ne ho avuto la conferma da uno dei protagonisti”. Si tratta del colonnello Armando Sportelli, già capo della divisione esteri del Sismi. “C’era questo accordo tra gentiluomini, sulla parola, per evitare attentati”, ha aggiunto Mori. “Si chiudeva insomma un occhio sulle attività dell’Olp in Italia. Non so se valeva anche per gli obiettivi ebraici, anzi non valeva”.

Foto © Imagoeconomica

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