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Processo Cavallini: Giusva Fioravanti tra bugie e calunnie contro l’ex pm Nunziata

fioravanti valerio giuseppe c imagoeconomicaBolognesi: “Queste sono ritorsioni”
di Antonella Beccaria
“Queste sono ritorsioni. Ha tirato fuori praticamente tutti i magistrati, ma ha voluto mandare un’accusa a Claudio Nunziata soprattutto per gettare discredito su una persona che costantemente e metodicamente ha cercato la verità”. Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage del 2 agosto 1980, risponde così a Valerio Fioravanti, l’ex Nar per la terza udienza sentito come testimone nel processo a carico di Gilberto Cavallini, imputato di concorso nell’attentato che quasi 38 anni fa provocò 85 morti e oltre 200 feriti.
Il neofascista, condannato in via definitiva per quel massacro insieme alla moglie Francesca Mambro e a Luigi Ciavardini, ha fatto il nome dell’ex magistrato oggi in pensione e nel pool di consulenti che assiste l’associazione vittime rispondendo a una domanda del presidente della Corte d’Assise, Michele Leone. Il quale ha fatto riferimento a un’affermazione di Mambro, per quanto la ex terrorista nera, quando lo scorso 6 giugno era stata sentita, fosse rimasta più sul vago: “Ci venne offerto di uscire dalla vicenda accusando della strage Giorgio Vale").

Magistrato che si occupò a lungo di terrorismo
Per Fioravanti, il “consiglio” per evitare la condanna era di addossare la responsabilità a uno dei loro camerati già morti e dunque, oltre a Vale, il presunto capro espiatorio poteva essere anche Alessandro Alibrandi. “Ce l’hanno detto più volte”, ha aggiunto l’ex capo dei Nuclei Armati Rivoluzionari, “più volte anche dei giornalisti ci hanno detto di aver parlato con dei pm e loro sapevano che non eravamo stati noi”.
“Chi vi ha dato questo consiglio?”, ha insistito il presidente Leoni e il teste ha risposto: “Quasi tutti i magistrati che hanno collaborato alla fase delle indagini, ma anche nel dibattimento. Erano magistrati semplici, uno molto sgradevole mi pare fosse Claudio Nunziata, che insisteva nel dirmi che sarei morto in cella e che quindi era meglio se parlavo. Poi con toni meno sgradevoli è un argomento che hanno usato anche altri”.
Nunziata, sostituto procuratore per anni impegnato contro il terrorismo stragista a iniziare dalla bomba sul treno Italicus del 4 agosto 1974 fino a quella del Rapido 904, esplosa il 23 dicembre di dieci anni dopo, è a riposo dal 2005 dopo una carriera durata 35 anni. “Le energie non le posso sprecare”, aveva detto ai tempi in cui lasciò la magistratura, “e ora intendo dedicarmi a una rivisitazione sul piano storico delle risultanze processuali delle varie vicende penali che hanno condizionato la democrazia”. Così ha fatto, da studioso e da consulente dei familiari.
Nessuna polemica per il trasferimento d’ufficio, nel 1991, deciso dal Csm dopo una condanna per calunnia ai danni di un collega in un’inchiesta sulla massoneria. Condanna che si era trasformata otto anni dopo in un’assoluzione, a valle del processo di revisione.

Nunziata non interrogò Fioravanti
Negli anni successivi, l’ex magistrato ha scelto la via del silenzio, limitandosi alla partecipazione a qualche dibattito in tema di stragi e terrorismo. Ma ha studiato e scritto molto in tema. Venendo all’accusa di Fioravanti, non si capisce quando il “consiglio” sarebbe stato fornito, dato che Claudio Nunziata non lo ha mai interrogato.
Quando il terrorista venne arrestato, nel febbraio 1982, l’inchiesta era già stata formalizzata e il pubblico ministero fu presente solo a un solo interrogatorio che tuttavia condusse l’allora giudice istruttore Giorgio Floridia. Poi, nel 1983, decise di lasciare l’inchiesta perché gli venne negata l’autorizzazione a occuparsene a tempo pieno.
Peraltro le parole di Fioravanti arrivano in un momento particolare. Un momento in cui sono filtrate notizie in merito a flussi di denaro allo stato non meglio definibili che sarebbero partiti da fonti americane e destinati al capo piduista Licio Gelli il quale poi li avrebbe indirizzati su gruppi neofascisti, Cavallini compreso. La notizia è stata smentita anche in aula, ma segue la reiterata richiesta - respinta - da parte di Francesco Pazienza, ex consulente del generale Giuseppe Santovito, a capo del Sismi nel 1980 e iscritto alla P2, di essere convocato per depositare documentazione che avrebbe provato la sua innocenza nei depistaggi alla strage di Bologna per i quali è stato condannato, anche in questo caso con sentenza definitiva, a 10 anni.
Insomma il clima intorno al processo è delicato. In coda, va citata la testimonianza che ha chiuso la giornata. È quella di Paolo Aleandri, ex neofascista poi pentito che era in diretto contatto con la P2 di Gelli. Nella seconda metà degli anni Settanta, il nero, che oggi ha 63 anni, faceva parte del gruppo Costruiamo l’Azione, gruppo di estrazione ordinovista che comprendeva personaggi di primo piano nel mondo della destra extraparlamentare come Paolo Signorelli, Massimiliano Fachini, il criminologo Aldo Semerari poi assassinato dalla camorra, i fratelli Fabio e Alfredo De Felice e Sergio Calore, anche lui ucciso senza che si sia individuato il killer.

La “strategia dell’arcipelago”
Condannato per favoreggiamento personale nella fuga del leader di Ordine Nuovo Franco Freda da Catanzaro, dov’era sotto processo per la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, Aleandri è colui che venne sequestrato dalla banda della Magliana per la sparizione di alcune delle armi che gli erano state affidate. E dello spontaneismo armato dei Nar ha dato una definizione specifica. Definizione che contribuisce a sfatare la versione dei casi sciolti in lotta contro tutti, che fossero neofascisti compromessi con apparati dello Stato, rossi e uomini delle istituzioni.
Aleandri ha detto che lo spontaneismo faceva parte di quella che è stata chiamata la “strategia dell’arcipelago”. Già nel 1981 aveva escluso che i gruppi spontaneisti fossero focolai isolati, ma per lui costituivano un preciso schema operativo. E oggi ha aggiunto un ulteriore tassello che smonta la narrativa spontaneista: “Non c’era bisogno di un’organizzazione unitaria per agire in modo coordinato. Era possibile compiere episodi all’apparenza diversi, ma il contesto e le persone potevano essere le stesse. In tutto questo Costruiamo l’Azione avrebbe fornito il supporto logistico, finanziario e di coordinamento ideologico”, oltre a favorire la realizzazione di campi paramilitari.
Insomma i Nar avrebbero fatto parte di uno costellazione nazionale che comprendeva il cosiddetto “gruppo del nord”, che al suo interno vedeva partecipi l’ordinovista Massimiliano Fachini e più avanti l’imputato di oggi, Gilberto Cavallini. Si aggiungevano un gruppo siciliano e, forse, una base in Liguria ed era in questo scenario che operavano i vari gruppi romani, di cui i Nuclei Armati Rivoluzionari facevano parte.

Foto © Imagoeconomica

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