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Mafie News

Emanuele Basile, il carabiniere dalla schiena dritta

basile emanueleAncora oggi i suoi valori sono impressi nella memoria collettiva
di Davide de Bari
La domenica del 4 maggio 1980, Emanuele Basile stava rientrando a casa, insieme a sua moglie e sua figlia di quattro anni, dopo aver assistito alla processione per la festa del Santissimo Crocifisso a Monreale. L'Ufficiale aveva in braccio la figlia Barbara addormentata quando i sicari di Cosa nostra gli spararono numerosi colpi di arma da fuoco. Basile fece da scudo a sua figlia per proteggerla dai proiettili, compiendo l'ultimo gesto eroico. La moglie Silvana cercò di proteggere il marito, mettendosi sul bersaglio dei sicari; ma fortunatamente un colpo di pistola andò a finire su un’agenda con copertina in argento massiccio che aveva con sé, che risparmiò la donna. A nulla servì poi il trasporto in ospedale, perché il capitano morì durante l'operazione lasciando nel dolore la moglie e il suo amico e giudice Paolo Borsellino.

Il carabiniere ucciso dalla mafia
Emanuele Basile nacque a Taranto il 2 luglio 1949. Frequentò l'accademia Militare di Modena e si iscrisse alla Facoltà di Medicina, superando anche il test d'ammissione. Il sentimento della giustizia e della legalità lo spinse però ad entrare nell'Arma dei Carabinieri. Come prima Compagnia comandò quella di Sestri Levante (GE) e poi arrivò in Sicilia a Monreale nel settembre 1977, dove si occupò delle indagini sull’omicidio del capo della Squadra Mobile, Boris Giuliano, ucciso da Cosa nostra il 21 luglio del 1979. Seguendo le tracce di Giuliano, Basile scoprì l'esistenza di traffici di stupefacenti in cui era coinvolta la cosca dei Corleonesi, che a quel tempo era in piena ascesa. Come il capo della Mobile, anche Basile, grazie ad accertamenti bancari, comprese il nuovo business della mafia. Questo lo portò a comprendere anche i legami tra la cosca di Altofronte e quella corleonese. Le indagini portarono il carabiniere, il 6 febbraio 1980, ad arrestare i membri delle famiglie del mandamento di San Giuseppe Jato, rappresentato all'epoca da Antonio Salamone e Bernando Brusca, e alla denuncia di altri sodali tra cui Leoluca Bagarella, Antonino Gioè, Antonino Marchese e Francesco Di Carlo. Le attività delle cosche portarono Basile a formulare l'ipotesi che le famiglie facevano capo a Salvatore Riina. Infatti, lo scrisse nel suo ultimo rapporto del 16 aprile 1980 che poi nello stesso giorno consegnò, insieme al resto della documentazione, al giudice Paolo Borsellino. Basile, come Giuliano, fu tra i primi a capire il peso dell'intromissione del clan corleonese nel traffico di droga. Una “grave colpa” per i vertici di Cosa nostra che portò la commissione a decidere il suo assassinino il 4 maggio del 1980.

Un percorso di giustizia lunghissimo
I sicari furono arrestati poco dopo il delitto, mentre cercavano di far perdere le loro tracce. Si trattava di Armando Bonanno poi sparito con la “lupara bianca”, Vincenzo Puccio, ucciso in carcere a colpi di bistecchiera in ghisa e Giuseppe Madonia, figlio del boss di San Lorenzo. La vicenda giudiziaria dell’omicidio fu molto lunga e frastagliata. Il processo di primo grado, nonostante la testimonianza diretta della moglie Silvana, portò all'assoluzione dei tre che vennero scarcerati e inviati al soggiorno obbligato in Sardegna. La Corte d'Appello ribaltò l'esito della sentenza di primo grado condannando all'ergastolo gli assassini. Ma il processo fu annullato in Cassazione dal giudice Corrado Carnevale (soprannominato l'ammazza sentenze, ndr) per dei vizi di forma. La Corte d'Appello di Palermo, presieduta dal giudice Antonino Saetta (poi ucciso da Cosa nostra il 25 settembre 1988), condannò nuovamente i colpevoli all'ergastolo, ma la Corte di Cassazione annullò il processo per difetto di motivazione. Arrivati al settimo processo, insieme agli esecutori, finirono condannati anche i mandanti: Totò Riina, Michele Greco e Francesco Madonia, mentre furono assolti: Pippo Calò, Bernando Provenzano, Bernando Brusca e Nenè Geraci. Invece Giovanni Brusca ammise di aver collaborato nel progetto di omicidio.
Per i valori di cui il capitano è stato portatore, per i quali si batteva e difendeva, per l'alto senso dello Stato, per l'amore della divisa e, soprattutto, per aver combattuto Cosa nostra il 3 maggio 2011, l'Università di Palermo gli ha conferito la Laurea Honoris Causa in Giurisprudenza. Inoltre, il 13 giugno 2013, il sindaco di Monreale, Filippo Di Matteo, dopo la delibera del Consiglio Comunale, ha conferito la cittadinanza onoraria al capitano Basile. Ma prima ancora di queste, il 6 giugno 1982 il Presidente della Repubblica Sandro Pertini gli conferì la medaglia d'oro al valore civile per essersi “distinto in precedenti, rischiose operazioni di servizio, s’impegnava, pur consapevole dei pericoli cui si esponeva, in prolungate e difficili indagini in ambiente caratterizzato da tradizionale omertà, che portavano alla individuazione ed all’arresto di numerosi e pericolosi aderenti ad organizzazioni mafiose operanti anche a livello internazionale. Proditoriamente fatto segno a colpi di arma da fuoco in un vile agguato tesogli da tre malfattori, immolava la sua giovane esistenza ai più nobili ideali di giustizia ed assoluta dedizione al dovere”.