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Omicidio Bosio, il boss Madonia ricorre in Cassazione

bosio sebastianodi AMDuemila
Il caso dell’omicidio del primario di Chirurgia vascolare dell’ospedale Civico, Sebastiano Bosio, ucciso il 6 novembre 1981, davanti a sua moglie Rosalba Patania, non è ancora chiuso. Infatti, il legale del boss di Resuttana, Antonino Madonia, assolto in primo grado ma poi condannato all’ergastolo dalla Corte d’Appello per il delitto, ha presentato ricorso alla Suprema Corte, che deciderà se confermare la ribalta della sentenza d’Appello. L’avvocato, Marco Clementi, ha sostenuto che non ci sono prove che accertino la colpevolezza del suo assistito.
Lo scorso 27 marzo, la Corte d’Assise d’Appello motivò la condanna all'ergastolo, rimarcando degli “errori” di contestualizzazione storica che sarebbero stati fatti durante il processo di primo grado. In più, secondo i giudici d’appello, a incastrare il boss sarebbe stata l’arma utilizzata per uccidere il primario, una di quelle che sarebbe stata data in dotazione al gruppo di fuoco di cui faceva parte l’imputato, poiché venne poi utilizzata per altri omicidi. E proprio su questo, nel processo di primo grado erano stati espressi dei dubbi.
Quindi, secondo la sentenza d'appello quello di Bosio “non fu un delitto eccellente”, perché “nell’eccezionalità di quel periodo (seconda guerra di mafia, ndr) la commissione provinciale di Cosa nostra (l’unica che avrebbe potuto deliberare un omicidio di questa portata, ndr) non funzionava più”. Per questo motivo Madonia avrebbe potuto eliminare il chirurgo senza problemi, perché quest’ultimo avrebbe espresso la “non disponibilità” ad aiutare i mafiosi. “Nell’ospedale Civico - aveva scritto la corte presieduta da Biagio Insacco - il boss Bernardo Provenzano aveva specifici interessi nelle forniture” perché a quel tempo “era direttore amministrativo Beppe Lima (fratello dell'europarlamentare Salvo Lima, ndr), uomo assai vicino a Cosa nostra, sempre pronto a recepire le richieste dei mafiosi”.
La “colpa” del primario sarebbe stata il rifiuto nel momento in cui gli sarebbe stato chiesto di curare il boss di Santa Maria di Gesù Pietro Fascella, rimasto ferito ad un piede durante il famoso blitz di Villagrazia nel 1981. E di non essersi occupato con “dovuta attenzione” delle vene varicose di Vittorio Mangano, divenuto poi lo “stalliere di Arcore”. “Al professore Bosio non piacevano i delinquenti - ha dichiarato il collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo - perché era una persona onesta nella sua professione”.

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