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Mafie News

Caso Manca: “Non analizzammo le siringhe”

manca attilio 1In aula l’ex ispettore Salvatore Gava. Angela Manca: “Continua il processo farsa contro Attilio”
di Miriam Cuccu
Nell’abitazione di Monica Mileti, 50enne romana imputata per cessione di droga nel processo che si celebra sul decesso di Attilio Manca (urologo trovato morto per un mix di droga ed alcool a febbraio 2004 in circostanze misteriose) vennero trovate delle siringhe molto simili a quelle rinvenute a casa di Manca, usate per iniettare l’eroina. Tuttavia “non furono analizzate perché le tracce ritrovate erano infinitesimali”, a dichiararlo in aula è stato l’ex comandante della squadra mobile di Viterbo Salvatore Gava, il quale indagò dopo il ritrovamento del corpo nell’appartamento in cui Manca abitava al quartiere della Grotticella. “Sono interdetto dai pubblici uffici”, ha dichiarato l’ex vicequestore aggiunto, alludendo alla condanna a 3 anni e 8 mesi per un falso verbale all’epoca delle violenze alla scuola Diaz, durante il G8 di Genova. Al processo in corso non sono stati ammessi, in qualità di parti civili, né i familiari di Attilio Manca, né il loro legale difensore, l’ex pm Antonio Ingroia. La loro presenza era infatti stata ammessa solo per il reato di omicidio a seguito di cessione di droga, poi caduto in prescrizione. "A Viterbo continua il processo farsa contro Attilio, dove vengono ascoltati i testimoni senza la presenza di noi familiari. Mi vergogno di vivere in questa Italia" sono state le amare parole di Angela Manca, madre di Attilio, che ha manifestato il suo rammarico per una vicenda che presenta ancora molte ombre.
“Ascoltammo persone, esaminammo i tabulati dell’imputata e il cellulare di Manca. – ha detto ancora Gava all’udienza di ieri – Abbiamo trovato contatti con la Mileti tra le ultime chiamate in entrata e in uscita. Quando la contattammo per venire in questura, lei mandò un messaggio a Manca sul suo cellulare, che era sotto sequestro”.

In seguito i poliziotti effettuarono la perquisizione all’interno dell’appartamento della donna, trovando appunto alcune siringhe, sulle quali non è stato fatto alcun esame. Uno dei tanti misteri che ruota attorno alla morte dell’urologo originario di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) e alla relativa indagine, condotta dal pm Renzo Petroselli, sulla quale la stessa Commissione parlamentare antimafia ha di recente avanzato alcune perplessità. Lo stesso vicepresidente, Claudio Fava, al termine dell'audizione davanti alla commissione dei due magistrati di Viterbo – Petroselli e il procuratore di Viterbo Pazienti – che avevano continuato a parlare della morte di Attilio dovuta a un suicidio (nonostante numerosi indizi portassero all'omicidio, addirittura collegato alla latitanza del boss Bernardo Provenzano, che l'urologo avrebbe operato a Marsiglia) aveva parlato di un’inchiesta “gestita con eccessiva sufficienza” e di “pregiudizio negativo addirittura nei confronti della vittima”.
Gava, tra l’altro, all’epoca in cui guidava la Squadra mobile di Viterbo è stato autore di un verbale (scoperto da “Chi l’ha visto”) sui turni di lavoro di Manca all’ospedale che contrastano con i registri del “Belcolle” di Viterbo. Da quel confronto era emerso che Attilio Manca non si trovava in ospedale nei giorni del ricovero di Bernardo Provenzano a Marsiglia. Un fatto incontrovertibile che stride con la relazione firmata da Gava, nella quale veniva scritto che l'urologo in quei giorni era di turno all'ospedale. 
I giorni in cui era segnata la mancata presenza del giovane urologo sono quelli tra il 20 e il 23 luglio 2003, poi dal 25 al 31 luglio 2003 e infine nei giorni del 25, 26 e 31 ottobre 2003 (il 30 se ne era andato via intorno alle 15:30, prima quindi che terminasse il suo turno). Il dott. Manca era quindi rientrato in servizio la mattina del 1° novembre. E proprio i giorni in cui Attilio era assente dal lavoro coincidevano con il periodo nel quale Provenzano (tra esami preparatori, intervento alla prostata, e successivi esami di controllo) si trovava in Francia.

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