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Mafie News

Le molte vite di Mauro Rostagno: ''Per fortuna cambiai spesso idea''

rostagno raistoriadi Miriam Cuccu
“Sono sempre quello, e sono tutto un altro”. È con questo spirito che Mauro Rostagno attraversa le sue tante vite, con la stessa voglia di rivoluzione, espressa con mezzi all’apparenza così diversi. Dall’Università di sociologia a Trento a Lotta Continua, poi il viaggio in India e il rientro in Italia, a Trapani, dove veste i panni del giornalista ma fonda anche una comunità per tossicodipendenti. Mauro ovunque “faceva parlare di sé”, ricorda Carla, la sorella, intervistata per “Diario Civile”, in onda su Rai Storia ieri sera. “Lui sperimentava nuove vite, e cambiava solo quando riteneva l’esperienza conclusa, diceva sempre ‘ho cambiato molte idee nella mia vita. Per fortuna’”. E questo suo cambiare idea lo porta, dopo due anni in India sotto la guida spirituale di Osho, a fondare una comunità di arancioni (divenuta poi per tossicodipendenti e tuttora esistente con il nome “Saman”) a Lenzi, nel trapanese. “Accogliamo la gente che arriva qua a pezzi non con un modello preordinato – diceva Rostagno parlando di “Saman” – cerchiamo prima di tutto di guardare ogni persona. Riteniamo che nessuno debba espiare delle colpe ma che ognuno debba essere aiutato, e il luogo dell’aiuto dev’essere grazioso, bisogna costruire una rete di comunità che riscaldi”.

Negli studi di Rtc, dove lavora in televisione, Rostagno si trasforma nel “giornalista vestito di bianco”. “Si sentiva molto trapanese – ricorda Gianni Di Malta, cameraman di Mauro – aveva scoperto una terra fertile dal punto di vista sociologico e giornalistico e vedeva che poteva fare qualcosa, chiudere quel cerchio aperto quando all’Università di Trento disse ‘non vogliamo trovare un posto in questa società, ma costruire una società per cui valga la pena trovare un posto’. Utilizzava un linguaggio diverso da quello degli altri giornalisti, ricorrendo al paradosso, ai paragoni… riusciva a catturare l’attenzione di tutti i trapanesi”. Non passo inosservato nemmeno per gli esponenti della politica locale, della massoneria e di Cosa nostra. Un complesso meccanismo di interessi dentro il quale Rostagno stava indagando sempre più a fondo. “La morte di Rostagno non fu un delitto di sola mafia” puntualizza Antonio Ingroia, ex pm di Palermo”. Proprio perché Mauro era (tra le altre cose) un sociologo, particolarmente importante si rivelava per lui il contesto culturale che si trovava ad indagare. Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, quando parlavano delle mafie di Palermo e Trapani, dicevano che se a Palermo regnava la mafia militare, a Trapani c’era quella economica. Qui, molto prima che a Palermo, Cosa nostra entrava e usciva dai salotti della società “bene” e faceva affari con la massoneria, grazie anche alla strategica posizione della città, dal punto di vista geopolitico e geomilitare.
rostagno raistoria bnLa mafia trapanese, in quegli anni, stava cambiando veste, con l’ascesa dei corleonesi e, sul territorio locale, della figura di Vincenzo Virga. Spiega il pm di Palermo Francesco Del Bene, che fu tra i rappresentati della pubblica accusa al processo sull’omicidio del giornalista: “Nell’88 (anno in cui fu ucciso Rostagno, ndr) le cognizioni erano che nel trapanese la famiglia principale fosse ancora quella dei Minore, che invece era stata eliminata. Virga era un corleonese doc che aveva sostenuto la guerra intestina di Riina a Palermo, ma che si era sviluppata anche a Trapani, tanto che venne ricompensato con un ruolo di primissimo piano, quello di capomandamento. Era un soggetto totalmente sconosciuto ma che cominciava a muoversi con le sue attività imprenditoriali”. Sarà proprio Virga ad essere condannato, (solo lo scorso anno, dopo una serie di indagini che esclusero a priori la pista mafiosa) in quanto mandante dell’omicidio Rostagno (mentre Vito Mazzara sarà condannato come esecutore materiale). “Probabilmente – aggiunge il giornalista Rino Giacalone - Rostagno già sapeva della morte di Totò Minore (capo della mafia trapanese dagli anni ’50 agli anni ’80, ndr) e quello di Mauro Rostagno fu un omicidio preventivo per paura che scoprisse qualcosa che stava per accadere in quel momento di trasformazione della mafia in impresa e politica”.
Ma i contorni della sua morte si estendono fino ad arrivare alle coste della Somalia. Prima di essere ucciso a corpi d’arma da fuoco, infatti, Mauro avrebbe filmato le prove di un traffico di droga e armi tra Sicilia e Somalia in una base militare abbandonata vicino Trapani, secondo la testimonianza del giornalista Sergio Di Cori. Quel video Mauro, spiega Carla Rostagno, “sicuramente l’ha dato a una persona di cui si fidava nella maniera più assoluta. Non so cosa contenga ma ci credo (alla sua esistenza, ndr) e so che una persona che purtroppo adesso non c’è più quindi non me lo può confermare… penso di aver poi capito chi poteva averla… ma questa persona poi ha detto che aveva un grosso peso sul cuore perché questa cassetta poi lei l’ha rivista con Francesco (Cardella, che conosceva Rostagno dal periodo in India, ndr) completamente rimodellata, manomessa”.

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