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Mafie News

I buchi neri dell’omicidio Agostino

agostino-foro-statodi Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari - 17 giugno 2015
Non riesce a trattenere l’emozione, Vincenzo Agostino, padre dell’agente Nino Agostino. Il suo fisico è profondamente segnato da 26 anni di battaglie per ottenere la verità sull’omicidio di suo figlio e di sua nuora Ida Castelluccio, ma la sete di giustizia che anima il suo spirito e quello di sua moglie Augusta è ancora più forte. “Era ora che questa richiesta di archiviazione venisse rigettata, adesso bisogna fare il confronto con quella persona con la faccia da mostro e spero anche con quell’uomo che ha pedinato mio figlio fino a Catania (Gaetano Scotto, ndr). Noi aspettiamo il giorno che si concluderà questo calvario, vogliamo solo la verità, così da avere finalmente una morte serena”. Di fronte al dolore di quest’uomo, di sua moglie e di tutta la sua famiglia si resta basiti: non può considerarsi civile un Paese che conserva nei propri armadi della vergogna i segreti sui tanti delitti di Stato. E quello di Nino Agostino e di sua moglie Ida rientra a pieno titolo in questa categoria.

I misteri
Tanti sono i buchi neri che restano da esplorare sull’omicidio Agostino-Castelluccio. Nella richiesta di archiviazione dei pm Di Matteo e Del Bene era stata posta l’attenzione sulla misteriosa figura dell’ex agente di polizia Guido Paolilli. I magistrati avevano riportato la nota intercettazione ambientale del 21 febbraio 2008 nella sua casa di Montesilvano (Pe). Mentre in televisione andava in onda un servizio della trasmissione “La Vita in diretta” durante la quale il padre di Nino, Vincenzo Agostino, parlava del biglietto trovato nel portafoglio del figlio - dove era scritto “se mi succede qualcosa guardate nell'armadio di casa” – contemporaneamente il figlio di Paolilli (intercettato) domandava al padre: “Cosa c'era in quell'armadio?”. “Una freca di carte che proprio io ho pigliato e poi ho stracciato”, gli aveva risposto senza mezzi termini. Ma quali “carte” ha stracciato Paolilli? Su mandato dell’allora capo della Squadra Mobile Arnaldo La Barbera? E soprattutto per quale motivo? Nella richiesta di archiviazione, in merito a questa specifica intercettazione, Di Matteo e Del Bene avevano scritto: “Durante l’interrogatorio negava, sebbene lo stato di evidente imbarazzo, di avere pronunciato quelle parole”. Dalle indagini condotte è emerso che Guido Paolilli frequentava Agostino prima del suo omicidio. Ufficialmente Paolilli era in servizio alla Questura de L’Aquila e spesso veniva aggregato alla sezione Antirapine della Squadra Mobile di Palermo diretta da La Barbera, anche se non se ne conosce il reale motivo. Il verbale di relazione redatto dallo stesso Paolilli ed inviato al capo della Squadra Mobile è stato quello che è andato ad infittire ulteriormente il mistero. Nel documento veniva evidenziato come nel corso delle indagini sul delitto Agostino erano state effettuate “tre perquisizioni presso quella abitazione (di Agostino ndr) e, solo nel corso della terza, durante la quale a differenza delle altre partecipava anche lo scrivente, in uno stanzino venivano rinvenuti 6 fogli su cui l'Agostino aveva scritto di proprio pugno, tra l'altro, di temere per la propria incolumità. I 6 fogli venivano opportunamente sequestrati e posti a disposizione della S.V. per i relativi accertamenti”. Nella richiesta di archiviazione i pm avevano rimarcato come questi sei fogli non fossero stati inseriti tra i documenti acquisiti fin qui dalla Procura e come i verbali agli atti evidenziavano solo due accessi di perquisizione all'interno dell'abitazione di Agostino. Dal canto suo Paolilli, risentito nel luglio del 2013, non aveva minimamente chiarito la questione, scegliendo per altro di non voler rinunciare alla prescrizione. Il pm Nino Di Matteo aveva evidenziato al Gip Maria Pino che le indagini sull’omicidio Agostino avevano comunque dimostrato come fin dall’inizio fosse stata accreditata la “pista passionale”, quale causa del duplice omicidio, a fronte di un vero e proprio “depistaggio”. Secondo il magistrato, però, gli elementi finora raccolti non sarebbero stati sufficienti ad affrontare un processo con la certezza di una condanna per gli imputati. Per Di Matteo era comunque assodato che le indagini “non hanno dimostrato l’estraneità di Madonia e Scotto”, il coinvolgimento diretto dei due boss mafiosi veniva di fatto accertato. Secondo la Procura era ugualmente evidente che lo stesso Paolilli fosse responsabile di “depistaggio” e di “favoreggiamento” in merito agli omicidi Agostino-Castelluccio, ma sussisteva il problema della prescrizione. Di fatto, secondo il pm, in caso di archiviazione si sarebbe potuti ripartire proprio dagli elementi di novità che, a latere di questa stessa indagine, stanno emergendo. Dal canto suo l’avv. Fabio Repici, legale della famiglia Agostino, aveva ritenuto erroneo il calcolo fatto dalla Procura per la prescrizione del reato di favoreggiamento. “L’attività di favoreggiamento – aveva sottolineato il legale – non può ritenersi cessata al momento in cui fece sparire documentazione rilevante reperita nella disponibilità di Agostino. Gli indizi di reità a carico di Paolilli, infatti, sono emersi solo con l’intercettazione, di cui si è già detto, del 21 febbraio 2008, cosicché fino a quella data sarebbe stato obbligo per Paolilli riferire all’autorità giudiziaria ogni circostanza a sua conoscenza. Tale inadempienza deve far ritenere consumato il reato di favoreggiamento almeno fino alla data del 21 febbraio 2008, cosicché l’ipotesi di reato ascritta a Paolilli non può in alcun modo ritenersi prescritta”.

Faccia da mostro
Nell’istanza di opposizione, sempre in merito ad apparati di polizia e indagini non completate, era stato affrontato l’argomento relativo al cosiddetto “faccia da mostro”. Di lui aveva parlato per la prima volta nel 1996 il mafioso Luigi Ilardo, un confidente del colonnello dei Carabinieri Michele Riccio ucciso il 10 maggio di quello stesso anno (le cui indicazioni avrebbero potuto far arrestare Provenzano proprio nel ’96 se non fossero state inascoltate dai vertici del Ros, ndr), assassinato poco prima di fare il salto e diventare collaboratore di giustizia. Secondo Ilardo “faccia da mostro” sarebbe stato presente in molti crimini misteriosi come il fallito attentato all'Addaura nell'estate dell'89, organizzato ai danni del giudice Giovanni Falcone, e nell'omicidio dello stesso Nino Agostino. “Di tale soggetto (“faccia da mostro”, ndr) parlò fin da subito il padre del poliziotto Agostino – aveva ricordato Repici –. (…) Ancora, pure Vito Lo Forte ha riferito di un personaggio siffatto”. Ma chi è “faccia da mostro”? Il 27 aprile 2014 sugli schermi della trasmissione televisiva Servizio Pubblico era comparso per la prima volta quello che a tutti gli effetti sarebbe il suo volto. Si tratterebbe di Giovanni Aiello, ex poliziotto in pensione che per anni ha lavorato con Bruno Contrada (ex numero 3 del Sisde ed ex capo della Squadra Mobile a Palermo), indagato da quattro procure e considerato un sorta di personaggio chiave di tanti misteri siciliani e non solo. La sua figura viene accostata a inquietanti episodi ancora oggi senza verità come il fallito attentato all'Addaura, la strage di via d'Amelio, fino ad arrivare all'omicidio di Nino Agostino e di sua moglie, Ida Castelluccio. Quel nome, “faccia da mostro”, gli era stato attribuito da più pentiti a causa del volto sfigurato da una fucilata. Nella richiesta di opposizione era stato rimarcato che il 5 dicembre 2013, sul quotidiano la Repubblica, era comparso un articolo a firma di Attilio Bolzoni e Salvo Palazzolo nel quale venivano riportate le affermazioni dello stesso Giovanni Aiello, e soprattutto le sue smentite di essere “faccia da mostro”. L’articolo era accompagnato da una fotografia che ritraeva una persona di spalle della persona intervistata dai due giornalisti. La visione di quell’immagine aveva portato il padre di Antonino Agostino a rendere un’intervista, attraverso la quale si era detto convinto che l’ex poliziotto Giovanni Aiello fosse proprio una delle due persone che una settimana prima dell’omicidio Agostino aveva cercato il poliziotto a casa dei suoi genitori, asserendo che si trattava di colleghi di Agostino. “In un vecchio verbale di riconoscimento fotografico – aveva ricostruito l’avv. Repici –, Vincenzo Agostino aveva individuato nella foto di Giovanni Aiello somiglianze con ‘faccia da mostro’ avvistato la settimana prima del duplice omicidio a Villagrazia di Carini. Sennonché non risulta essere stato espletato un verbale di ricognizione personale di Aiello da parte di Vincenzo Agostino”. Per il legale degli Agostino “tale adempimento istruttorio pare ineludibile”, in quanto “ove la ricognizione avesse esito positivo, attesterebbe l’intervento del poliziotto nei preparativi del delitto insieme a soggetto che è plausibile ritenere essere stato uno dei fratelli Madonia”. Dal canto suo Giovanna Galatolo, figlia del boss Vincenzo Galatolo (coinvolto nel fallito attentato all'Addaura e nell'omicidio del generale dalla Chiesa, per il quale è stato condannato all'ergastolo), dopo l’avvio della sua collaborazione con la giustizia, aveva fornito un importante riscontro. Nel 2014, durante un confronto all'americana, la donna era stata chiamata a riconoscere l'uomo col volto deturpato, disposto al fianco di alcuni attori camuffati. La Galatolo non aveva avuto dubbi e aveva puntato il dito proprio contro Giovanni Aiello: “È lui l’uomo che veniva utilizzato come sicario per affari che dovevano restare molto riservati, me lo hanno detto i miei zii Raffaele e Pino (Galatolo, ndr)”. La figlia del boss aveva quindi riferito che lo stesso Aiello “si incontrava sempre con mio padre, con mio cugino Angelo e con Francesco e Nino Madonia”.

La smentita di Giovanni Aiello
Nella puntata di Servizio Pubblico del 27 aprile 2014 erano andate in onda anche le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giuseppe Di Giacomo su Giovanni Aiello. “C'era il nostro gruppo di fuoco. E poi un altro gruppetto non organico della famiglia. C'eravamo noi, ‘faccia da mostro’. Sapevamo che frequentava un campo di addestramento di Gladio, in Sardegna”. Di quel “gruppetto” avevano parlato anche altri collaboratori di giustizia come Francesco Elmo e Vito Lo Forte. Il primo aveva detto ai pm: “C'era un gruppo per le operazioni speciali, per il lavoro sporco. C'era l'agente dei servizi civili e militari a chiamata di De Francesco e per l'alto commissariato”. Ed il secondo, che avrebbe anche riconosciuto una foto, aveva aggiunto: “Li chiamavamo ‘il bruciato’ e ‘lo zoppo’”. Nelle immagini della trasmissione di Michele Santoro si vedeva l’inviato Walter Molino che incontrava Giovanni Aiello nel piccolo paesino di Montauro, in provincia di Catanzaro. “In questa storia non c’entro niente – aveva esordito Aiello – mi sono congedato nel 1977 a causa di una ferita da arma da fuoco che mi ha deturpato il volto. Da allora sono un semplice pensionato, faccio il pescatore e non ho mai più messo piede in Sicilia”. In maniera categorica Giovanni Aiello smentiva quindi di aver lavorato per i servizi segreti, anche quando il giornalista di Servizio Pubblico gli aveva rammentato di un'intercettazione della Dia in cui era lo stesso Aiello ad ammettere di aver avuto un ruolo commentando la presenza dell’ex dittatore della Libia Gheddafi in Italia.

La “verità” di Paolilli
Nell'inchiesta andata in onda su La7 era stata data la parola anche all'ex agente di polizia Guido Paolilli. Alle domande di Walter Molino che gli faceva notare la particolarità che agli atti risultavano soltanto due perquisizioni Paolilli aveva risposto in maniera confusionaria: “Sono tre, perché sono due, e risulta una, la mia... Mi accusano di questi sei fogli che non ho consegnato. C'era scritto se mi succede qualcosa potrebbero essere questi di fronte... Dove abitavano c'era una specie di impresa di costruzioni. Non me li sono letti tutti... Io presi quelle parole come se era un po’ esaurito”. E proprio in merito alla nota frase “una freca di carte che proprio io ho pigliato e poi ho stracciato” lo stesso Paolilli non aveva cambiato versione. Così come aveva fatto davanti ai pm di Palermo, Di Matteo e Del Bene, anche durante il servizio televisivo aveva negato di aver mai pronunciato quelle parole. Ma ci sono altri particolari inquietanti che Paolilli aveva affrontato davanti alle telecamere. “Dissero che Agostino insieme a un altro, Emanuele Piazza, aveva messo le bombe all'Addaura. E cosa c'entra Agostino con la bomba a Falcone? A me risultavano che neanche la mafia le ha messe le bombe…”. E alla domanda su chi avesse compiuto quell'azione aveva aggiunto: “Sorvoliamo. E' meglio per tutti. Lo dicevamo in tanti e se volevi campare. Ognuno teneva la bocca chiusa... E poi all'Addaura non è una cosa di mafia. C'è la polizia. Il giudice Falcone è uno in gamba ma ambizioso, come una star. La polizia lo ha fatto per intimidirlo? Ma lui lo sapeva. C'era il comune accordo…”. Alla domanda del giornalista se avesse conosciuto Giovanni Aiello, Paolilli era stato alquanto diretto: “eh quello… qua lo dico… è un fango (un indegno, un farabutto, ndr). Si vendeva le informazioni alla mafia…”.
Di fronte ad evidenti menzogne e altrettante striscianti omissioni, resta immutata la pretesa di giustizia e verità di una famiglia che non accetta la possibilità che il proprio congiunto assieme a sua moglie siano vittime di una malcelata “ragione di Stato”. Sulla quale è d’obbligo fare luce al più presto.

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