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Mafie News

Testimoni di giustizia, Rosy Bindi e Claudio Fava a casa di Ignazio Cutrò

cutro-fava-bindi-verticalL’imprenditore: “Presto presenteremo nuova legge su appalti pubblici”
di Francesca Mondin - 25 maggio 2015
La sicurezza che arranca, le mille difficoltà economiche prima e dopo il fallimento dell’azienda e i nuovi progetti per una legislazione che tuteli i testimoni di giustizia. Sono stati questi i temi centrali dell’incontro tra il presidente dell’Associazione nazionale testimoni di giustizia Ignazio Cutrò e i due vertici della commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi (presidente) e Claudio Fava (vicepresidente). Il 22 maggio scorso i due parlamentari si sono recati a Bivona (AG) a casa dell’ex imprenditore Cutrò. “E’ stato un incontro dal forte valore simbolico - ha dichiarato contento il testimone di giustizia - perché hanno voluto incontrare la mia famiglia e toccare con mano il difficile percorso che abbiamo vissuto in questi anni, si è trattato di un esempio concreto di come le Istituzioni possono agire a sostegno di chi ha osato sfidare la mafia in Sicilia.”

Protezione: un diritto per pochi
Quando un uomo decide di denunciare i mafiosi sa di correre un rischio ed entrare automaticamente nel mirino della mafia, ma si fa forte anche della protezione dello Stato. Eppure uno dei problemi contro cui queste persone si scontrano quotidianamente è la scarsa protezione e gli scadenti sistemi di sicurezza: “Cludio Fava e Rosy Bindi mi hanno ascoltato riguardo il grave problema della sicurezza, i testimoni  di giustizia e le loro famiglie si trovano ancora oggi a lottare e pretendere una protezione efficace, un diritto che dovrebbe essere dovuto in una nazione civile”. “È assurdo - ha continuato l’ex imprenditore di Bivona - che un politico e un pentito condannato per mafia viene scortato con tutte le onorificenze e che per il testimone di giustizia mancano i mezzi e spesso le forze dell’ordine non vengono messe nelle giuste condizioni per proteggerli”.

A breve la firma dei contratti
Durante l’incontro si è parlato a lungo della difficoltà che incontrano gli imprenditore nel continuare la propria attività dopo le denunce. Esemplare è la storia di Cutrò che a gennaio si è visto costretto a chiudere la sua azienda dopo anni di sacrifici e debiti. Garantire ai testimoni di giustizia la possibilità di continuare a lavorare invece che vivere di assistenzialismo è sempre stato il cavallo di battaglia dell’associazione nazionale testimoni di giustizia che si è fatta promotrice della legge sulla pubblica assunzione di chi denuncia. Dopo un iter travagliato il 9 aprile erano stati firmati i primi 13 contratti di assunzione presso la pubblica amministrazione della regione Siciliana e proprio il 23 maggio si sarebbero dovuti chiudere gli ultimi. “Non abbiamo avuto nessun aggiornamento da parte della regione - ha spiegato Cutrò - ma siamo sereni perché il servizio centrale di protezione, in questi giorni, ha fatto richiesta del codice fiscale per ultimare le pratiche, per cui il prossimo passo sarà la firma dei contratti anche se ancora non sappiamo la data”.

Nuova legge per imprenditori che denunciano
Ora però Cutrò vuole andare oltre: “La prossima sfida per l’Associazione nazionale testimoni di giustizia sarà quella di farsi promotori di  un intervento legislativo che consenta, nel rispetto delle concorrenza e libero mercato, che una parte di appalti pubblici vengano aggiudicati agli imprenditori e commercianti che denunciano, abbiamo pronta un bozza del documento, studiato nei particolari da consegnare a Graziano Delrio, presso il Ministero delle infrastrutture”. Progetto che ha trovato il sostegno del presidente Rosy Bindi e del vice Claudio Fava: “Sono stati molto attenti e hanno detto che ci daranno una risposta molto presto, assieme abbiamo analizzato le motivazioni che hanno portato alla chiusura della mia azienda, le cui cause sono dovute anche alla mancanza di una legislazione in tal senso”. Una legge che avrebbe certamente evitato a Cutrò il fallimento: “Per la mia azienda ormai è tutto finito, il mio crollo è stato una sconfitta per lo stato - ha concluso Cutrò - per questo voglio portare avanti questa legge, per evitare che ad altri succeda quello che è toccato a me.” “L’unico modo per sfamare la mia famiglia ora è fare l’impiegato (grazie alla nuova legge sulle assunzioni pubbliche, ndr) e per fortuna c’è questa legge, ma io volevo fare l’imprenditore e avevo un azienda edile che lavorava bene prima di denunciare i mafiosi. Questo non deve succedere, vogliamo un economia sana e lo stato deve fare il suo dovere per incentivare chi denuncia e non far passare il passaggio che denunciare vuol dire fallire”.

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