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Mafie News

Giovanni Falcone, il ricordo ancora vivo e quella verità che manca

falcone-giovanni-bigAudio
di AMDuemila - 22 maggio 2015
Radio1 Rai a 23 anni dalla strage di Capaci, Morvillo: "Volevano si pensasse a nient'altro che strage di mafia"
"In questi anni secondo me è cambiato poco. I mafiosi sono criminali senza alcuna pietà; lo sono stati 23 anni fa e lo sono tutt'ora". A dirlo Rosaria Costa (vedova di Vito Schifani, uno degli agenti della scorta di Giovanni Falcone) alla trasmissione radiofonica Voci del Mattino (Radio1 Rai) per il 23° anniversario della strage di Capaci in cui furono uccisi il giudice con la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.
"Quando chiesi al giudice Borsellino chi sono i mafiosi, - ha continuato la Costa - mi disse che potevano essere anche lì, in obitorio, perché solitamente quando uccidono hanno questa voglia di vedere i volti di chi viene ferito, ci provano proprio gusto a vedere queste persone sofferenti". Rosaria ha poi ricordato, parlando della strage di via D'Amelio: "Non c'è stata neanche una tregua. Cinquantasette giorni e poi hanno colpito di nuovo. Non è possibile che in pochi giorni siano riusciti a uccidere undici persone, perché non dimentichiamo che nelle due stragi sono morti tre magistrati e otto poliziotti. Tutti giovanissimi padri di famiglia. E' stato veramente crudele. La mafia fece collocare quei 600 chili di tritolo sotto un viadotto, come delle bestie". "Tutti gli otto ragazzi delle scorte si conoscevano - ha continuato - E' stato veramente terribile. Un attentato vile che ha colpito tante famiglie, anche la mia. Mi lasciò spiazzata, perché avevo ventidue anni e un bambino di quattro mesi. Ho dovuto educare mio figlio da sola. Ma ho trovato il coraggio nella fede".

Un dolore accompagnato da un disperato bisogno di verità: "Certe cose non passano mai, - ha aggiunto Tina, vedova di Antonio Montinaro - non si riesce a dimenticarle. E forse io non ho voglia di dimenticare, perché tenendo sempre vivo questo ricordo faccio sì che anche gli altri ricordino. Il giorno dell'attentato, mio marito aveva giocato con i bambini, perché lui era un giocherellone". "Poi, bello come il sole, se ne è andato in servizio e non l'ho più visto. - ha affermato - Antonio è morto per il nostro Stato, per il suo Stato, ha dato la vita per un uomo dello Stato e dallo Stato ci saremmo aspettati qualcosa di diverso. Non voglio dire che siamo al punto di partenza, perché altrimenti io stessa mi sentirei sconfitta, però devono cambiare ancora tante e tante cose e tante verità devono venire fuori. Vogliamo la verità". Di seguito il vicedirettore di Antimafia Duemila, Lorenzo Baldo, ha ricostruito le vicende processuali legate alla strage di Capaci evidenziando i “buchi neri” che restano da chiarire attorno alla strategia stragista ‘92/’93 collegata alla trattativa tra Stato e mafia: dal bigliettino con il riferimento all’uomo dei Servizi segreti recuperato accanto al cratere di Capaci, fino ad arrivare al “ruolo” dell’ex questore Arnaldo La Barbera nelle indagini sull’eccidio del 23 maggio ‘92 (solo molti anni dopo si è scoperto che lo stesso La Barbera per un periodo era stato al soldo dei Servizi, per non parlare dell’accusa di depistaggio che pesa sulla sua persona in merito alle prime indagini sulla strage di via D’Amelio); così come la strana e improvvisa decisione di Totò Riina di annullare il progetto di attentato ai danni di Falcone che si doveva realizzare a Roma, optando invece per la strage eclatante di Capaci.
"E' noto a tutti che Falcone avesse maturato rapporti difficili con taluni ambienti giudiziari e gli ostacoli incontrati lo avevano convinto a spostarsi a Roma, al Ministero". A Radio1 Rai anche il fratello di Francesca Morvillo, Alfredo, attuale procuratore della Repubblica di Termini Imerese, che ha raccontato l'isolamento vissuto da Falcone negli ambienti di lavoro. "Alcuni, ben individuati colleghi, lungi dal riconoscere a Giovanni la sua grande capacità analitica e investigativa - ha aggiunto - non convinti del lavoro di squadra, lo ostacolarono in tutti i modi. Arrivarono anche a prenderlo in giro dicendo che, dopo la Procura Nazionale Antimafia, il suo obiettivo era creare la 'Procura planetaria'". Secondo Morvillo "se si voleva eliminare soltanto Falcone, non serviva mettere in piedi un progetto criminale così clamoroso, con il rischio di uccidere decine di persone" ha continuato, sottolineando che "chi ha ucciso Falcone voleva che questo atto avesse una chiara, inequivocabile impronta mafiosa; quindi, fatto a Palermo, con metodi mafiosi, in modo che per tutti fosse evidente che era stata la mafia e che non si potesse pensare ad altro".
Il ricordo di Falcone è stato descritto, durante la trasmissione radiofonica, anche da Carla Del Pronte, ex magistrato, membro della Commissione d'Inchiesta Onu sulla Siria: "Ero da poche settimane magistrato a Lugano - ha ricordato - Giovanni Falcone già conduceva inchieste sulla mafia e noi collaboravamo perché alcuni mafiosi avevano aperto dei conti nelle banche svizzere e a Lugano. Lui chiedeva la nostra assistenza, io ero l'ultimo magistrato arrivato e mi dissero: 'beh, lavora tu con questo giudice Falcone, aiutalo tu per queste rogatorie internazionali'. E ho imparato moltissimo". Dei giorni attorno al fallito attentato all'Addaura, ordito contro Falcone nell'estate dell'89, ha spiegato la Del Pronte, "Ho un ricordo molto vivo. Dovevamo già andare da Giovanni qualche mese prima per interrogare i mafiosi ai quali avevamo bloccato i conti, per diversi milioni di dollari, ma Falcone ci disse no perché era troppo pericoloso. Poi, quel giugno ci disse di andare. Ricordo che ci vennero a svegliare la mattina presto in albergo e ci portarono in ufficio dove incontrammo Giovanni: era bianco in viso, molto preoccupato. La mia prima reazione fu quella di volere subito andare via" mentre la strage di Capaci "è stato un giorno di grande tristezza, aumentata dal fatto che non sono potuta andare al funerale di Giovanni per motivi di sicurezza. Non mi hanno fatto partire dalla Svizzera. Certo, Giovanni lo diceva spesso che prima o poi sarebbe accaduto qualcosa. Io non potevo salire mai con lui in macchina, ma sempre su una vettura diversa. E' ancora un ricordo forte, vivissimo".

Foto originale © Shobha

AUDIO Radio1 Rai
"In questi anni è cambiato poco". Lettera ai giovani di Rosaria Schifani

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