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Mafie News

Processo Mori-Obinu, l'appello ha inizio

mori-mario-web8E intanto lo stesso generale annuncia di aver querelato, assieme a De Donno, Teresi e Ciancimino
di Aaron Pettinari - 9 giugno 2014
Si è aperto questa mattina, presso l'aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo davanti alla quinta sezione della corte d'appello di Palermo, presieduta da Salvatore Di Vitale, il processo d'appello al generale dei carabinieri Mario Mori (in foto) e al colonnello Mauro Obinu, assolti in primo grado in quanto “il fatto non costituisce reato”. Per entrambi l'accusa è di favoreggiamento aggravato alla mafia in quanto, nell'ottobre del 1995, non avrebbero catturato il boss Bernardo Provenzano consentendogli, così, di rimanere latitante.
Così come era stato annunciato nei giorni scorsi a rappresentare l'accusa, dopo il diniego dato alla richiesta del pm Di Matteo in quanto è stato ritenuto "Non opportuno incrementare ulteriormente il coefficiente di rischio a cui è soggetto", vi erano i procuratori generali Roberto Scarpinato e Luigi Patronaggio.

All'udienza odierna non vi è stato tempo per iniziare la loro relazione d'accusa. Ad introdurre il tema del processo è infatti stato il presidente Di Vitale al quale non sono bastate tre ore per concludere la propria relazione-lettura degli atti presentati dal precedente collegio giudicante, presieduto da Mario Fontana.
Una sentenza, quella emessa in primo grado, che in 845 pagine su 1300 presenta argomenti che esulano dal reato contestato ai due militari imputati. In aula vengono così riletti i pareri del Tribunale in merito al contesto storico del 1992 a cominciare dalla negazione dell'eventualità che “Paolo Borsellino abbia in qualche modo manifestato la sua opposizione ad una trattativa in corso fra esponenti delle Istituzioni statali e associati a Cosa Nostra”. Uno dei tanti spazi di “libero convincimento” che la Corte si è concessa in barba a ben due processi in corso, quello sulla trattativa Stato-mafia a Palermo ed il “Borsellino quater” a Caltanissetta, che stanno tentando di ricostruire proprio gli accadimenti di quegli anni.
Quindi la lettura è proseguita con le considerazioni su testimonianze rese e documenti prodotti da Massimo Ciancimino, ritenuto contraddittorio e quindi inattendibile dai giudici di primo grado, per ricostruire la serie di incontri avuti tra lo stesso, il padre Vito, il capitano De Donno e quindi il generale Mori, tra il giugno 1992 e il dicembre dello stesso anno. Un percorso che avrebbe poi portato all'arresto di Salvatore Riina nel gennaio del 1993, ma che, sempre secondo i giudici di primo grado, non sarebbe provato nel concreto. Ed è proprio sulla mancata perquisizione del covo di Riina che si è conclusa la relazione odierna, con il presidente costretto a rinviare il processo all'11 luglio prossimo, quando si proseguirà sempre presso l'aula bunker del Pagliarelli. Dopodiché toccherà alla relazione da parte dei pm dell'accusa che già nel ricorso di 88 pagine, presentato a fine novembre, avevano sottolineato come: “Il Tribunale ha ridotto questo processo ad un processo fortemente indiziario...appare fin troppo evidente che cercare di provare la responsabilità degli imputati attraverso la prova certa dell'esistenza della Trattativa, oggetto per altro di un altro processo, è impresa ardua oltre che errata da un punto di vista logico-giuridico...lungi dall'esaminare le prove articolate a dimostrare l'esistenza dell'elemento materiale del reato di favoreggiamento personale contestato agli imputati ha viceversa speso ben 853 pagine su un totale di 1318 per confutare l'esistenza della trattativa Stato-mafia”.

La querela
Intanto il generale Mario Mori, a latere dell'udienza, ha reso noto che assieme al colonnello De Donno, imputati con lui nel processo per la trattativa tra Stato e mafia, ha presentato nei giorni scorsi formale querela alla Procura di Roma nei confronti, con l’accusa di diffamazione aggravata, del Procuratore aggiunto di Palermo, Vittorio Teresi e del coimputato Massimo Ciancimino, dopo le dichiarazioni rilasciate dai due, con le quali veniva definita “una vergogna”, da parte di Ciancimino ed “eticamente sbagliata”, da parte del pm Teresi, la richiesta di trasferimento del processo trattativa Stato-mafia presentata “per rischio per la pubblica incolumità e la sicurezza”. Un tentativo, quello della richiesta di remissione del processo, che è stato reso vano dal rigetto della corte di Cassazione.

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