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Mafie News

Paolo Borrometi: “Il silenzio è la peggiore delle aggressioni”

borrometi-paoloIntervista al giornalista di Modica picchiato gravemente

di Francesca Mondin - 17 maggio 2014
Lo scorso 16 aprile a Modica, il giornalista dell'Agi Paolo Borrometi è stato aggredito e picchiato all'esterno della sua abitazione da due sconosciuti che l'hanno lasciato a terra con gravi contusioni. Borrometi è laureato in giurisprudenza e dirige il sito internet La spia.it ma ha sempre avuto la passione per la scrittura e il giornalismo d'inchiesta.
Da sempre si è impegnato nella denuncia di ingiustizie per dar voce a chi non viene ascoltato nella sua terra. Dove la cosiddetta mafiosità è ancora ben radicata. 
In quest'intervista racconta la sua storia affinchè fatti come questi vengano resi noti ed ognuno possa scandalizzarsi e indignarsi perchè è tempo di alzare la testa da sotto la sabbia, reagire e rifiutare qualsiasi compromesso mafioso, soprattutto il silenzio. 



Paolo, come leggi l'aggressione subita lo scorso mese? La riconduci ad alcune indagini particolari di qui ti stai occupando e che avrebbero potuto infastidire qualcuno?

In verità la mia attività giornalistica è ampia: ho scritto riguardo il depuratore di Vittoria, attorno al quale si annidano molti interessi e dietro cui si potrebbe nascondere uno smaltimento illecito di fanghi così come ho seguito le indagini delle Dia su collusioni tra mafia e politica nel comune di Scicli. L'ultimo caso del quale mi sto occupando è l'assasinio di Ivano Inglese. Un omicidio che non trova ancora risposta dopo un anno e nove mesi, nel quale le forze dell'ordine e la polizia brancolano nel buio. 
Io e pochissimi altri abbiamo raccolto l'appello della madre che chiedeva ad ognuno di rialzare il livello d'attenzione sul caso. Sono pure andato alla trasmissione "I fatti vostri" su Raidue per aiutare la madre di I. Inglese. Al di là che sia o meno un omicidio di stampo mafioso comunque questo silenzio è già di per se mafia. 
E proprio relativamente a questo ci sono delle strane coincidenze temporali quali minacce piuttosto che altri episodi a scopo chiaramente intimidatorio.

Come mai, secondo te, parlare dell'omicidio di Ivano Inglese e cercare la verità può dare così fastidio?

Bisogna considerare, innanzitutto, che la mia provincia è stata sempre un luogo dove i boss mafiosi vengono a riciclare i soldi sporchi, si muovono interessi enormi, spesso la Dda e la Dia di Catania conducono le loro indagini nel nostro territorio. Peraltro si sono consumati i più efferati omicidi mafiosi, in questa zona sono tanti gli omicidi irrisolti. Parlarne, togliere la polvere da quei nomi, come ho fatto io con l'omicidio di Ivano Inglese non può che dare fastidio a qualcuno, tanto più se portato all'attenzione nazionale. Soprattutto quando il fascicolo d'indagine potrebbe essere addirittura chiuso e archiviato.

In seguito all'aggressione dello scorso mese come hai trovato le istituzioni e la società civile? Hai ricevuto solidarietà e sostegno?

Le forze dell'ordine sono state le uniche istituzioni che mi sono state accanto, sono stati dei veri servitori dello Stato nonostante le grandi ristrettezze che vivono ogni giorno.
 Da parte della politica non c'è stato nessun tipo di supporto. Il silenzio assordante che si è manifestato e che mi ha avvolto penso che sia la peggiore delle aggressioni, più di quella fisica. Addirittura un politico mi ha espresso la sua solidarietà al telefono dicendomi però di non voler esprimerla pubblicamente perchè quello che mi è accaduto è una cosa che dobbiamo tenere sottotraccia perchè se traspare quest'idea della nostra terra, come un luogo dove ancora avvengono aggressioni del genere, così gravi, rischiamo di inquinarne l'immagine.

Considerando il silenzio sul caso Inglese e la volontà politica di nascondere e tacere quello che ti è accaduto pare che l'omertà è ben presente nelle tue zone. Sembra quasi di tornare indietro con gli anni, ai tempi in cui la mafia non si poteva nemmeno nominare... 

Innanzitutto nelle piccole province è più facile che si annidano questi sentimenti, perchè ormai città come Palermo, Catania, Messina e Agrigento sono state più o meno bonificate da un certo tipo di criminalità, li ci sono altri tipi di mafia, non ci sono così tanti morti ammazzati. Da noi c'è il detto tristissimo “Cu mi duna u pani u chiamo papà” (chi mi da il pane lo chiamo papà, ndr) e questo fa comprendere la mentalità diffusa. E' più comodo farsi i fatti propri e curarsi il proprio orticello piuttosto che respingere qualsiasi tipo di atteggiamento mafioso in quanto tale. Poi dobbiamo considerare che lo Stato non è presente come dovrebbe, a Modica e a Vittoria per colpa della spending review hanno chiuso il carcere e il tribunale. Quando vengono chiusi presidi fondamentali come questi è chiaro che si da un'impressione di “abbandono”. Quando si sguarnisce il territorio o un giornalista viene aggredito oppure un maresciallo dei carabinieri viene arrestato con l'accusa di associazione esterna mafiosa la politica si dovrebbe indignare. Se invece, la politica tace è chiaro che le persone non si scandalizzano più perchè considerano tutto normale. Così facendo lo Stato perde, diventa debole e trasmette la sensazione di non esistere, è così che facciamo vincere le criminalità organizzate in qualsiasi forma esse si presentino.


Cosa si deve fare per migliorare la situazione? 

Leonardo Sciascia parlando di professionisti dell'antimafia diceva che questa è una terra dove chiunque fa politica grazie all'antimafia. E' semplice dire no alla mafia a parole, usarla come slogan. Non si considera invece che l'antimafia dovrebbe essere una condicio sine qua non, una precondizione per qualsiasi impegno sociale, politico, giornalistico, istituzionale e giuridico, soprattutto in una terra come la nostra. Questa terra è fatta da eroi, lapidi e commemorazioni, la gente si indigna poche volte l'anno in occasione delle commemorazioni di personaggi meravigliosi quali Borsellino, Falcone, Fava e tanti altri. Si tende a circoscrivere la loro azione e le loro idee in quel giorno del ricordo quando invece le loro idee dovrebbero camminare sulle nostre gambe quotidianamente. Ognuno col proprio ruolo, denunciando quelli che sono comportamenti al limite della legalità.

Laureato in giurisprudenza, impegnato in politica fin da giovanissimo eppure alla fine hai scelto la strada del giornalismo d'inchiesta, cosa ti anima a farlo?

La politica è l'arte dell'occuparsi della propria collettività, e io penso che occuparsi della propria polis si possa fare in vari modi. Da giovane l'ho fatto entrando in politica, ora lo faccio sotto un'altra veste, come giornalista perchè lo trovo più interessante. 
Dopotutto è anche grazie al giornalismo d'inchiesta insegnato da Giuseppe Fava che questa terra si è destata. Poi ho sempre adorato scrivere soprattutto per dare un piccolissimo contributo alla ricerca della verità e per dare voce a chi non ce l'ha, ai così detti ultimi. Questo è lo spirito che mi ha sempre animato e che mi spinge ad andare avanti anche nonostante i diversi tentativi di intimidazione che mai avrei pensato arrivassero a tanto. 
Io non sono assolutamente un eroe e nemmeno voglio esserlo, sono una persona che cerca di fare ciò che ritiene giusto, ma se rientrare nei confini della normalità ti fa sembrare un gigante forse siamo in una società di nani e allora dovremmo farci qualche domanda.

Ora, in seguito alla barbara aggressione che hai subito e difronte alla solitudine in cui sei stato lasciato da più fronti, non ti viene la tentazione di mollare?

Non ti nascondo che c'è questa tentazione, soprattutto di notte quando mi sveglio con la paura, quando penso a quello che mi è accaduto ci sarebbe quella voglia, questo scatto di rabbia di dire chiudo anche io con la mia terra tanto è una terra che non si vuole destare, ma se anche noi giornalisti facciamo passare l'idea che basta picchiare un persona per farla tacere, contribuiamo ad indebolire la presenza dello Stato e allora davvero questa terra ripiomberebbe indietro negli anni.


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