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Mafie News

Le stragi e la macchina del tempo

di Maurizio Torrealta-Avvenimenti
Avete visto nelle pagine precedenti come si è venuta a comporre la strategia delle stragi fin dall’omicidio Scopelliti avvenuto il 9 Agosto del 1991. Ma per capire bene il significato dei fatti senza annoiarvi con date e nomi, dovreste salire con me su una immaginaria macchina del tempo ed andare indietro fino alla fine degli anni 70. Sbirciando dentro l’aula del Palazzo di giustizia vedreste Antonino Scopelliti in toga che rappresenta l’accusa al processo di piazza Fontana. Se lo seguite non solo nello spazio ma anche nel tempo, lo ritrovate negli anni 80 ancora con la toga nel primo processo per l’uccisione di Aldo Moro, e con un altro giro della manovella della macchina del tempo lo ritrovate nel processo per la strage del rapido 904, il treno che esplose poco prima del Natale 1984 nella galleria tra Firenze e Bologna, uccidendo 17 persone.
Guardate con attenzione sul banco degli imputati e trovate un camorrista, Giuseppe Misso detto Bebbe O Nasone, e un mafioso, Pippo Calò, accusati di strage e terrorismo. Sono convinto che vi domandiate perchè mai un cammorista e un mafioso abbiano deciso di diventare terroristi e far saltare in aria i treni interrompendo il loro precedente lavoro di onesti criminali. Ora permettetemi un ultimo salto indietro nel tempo ancora di un anno e ci troviamo il 21 giugno del 1989 davanti alla villa dell’Addaura di Giovanni Falcone, il magistrato si trova poco distante da 58 candelotti di esplosivo che sono sugli scogli davanti a casa sua. Se fate silenzio potete ascoltare le sue parole mentre parla con un giovane che assomiglia al giornalista Saverio Lodato, ora in pensione: «Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia.

Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questolo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi». A questo punto, possiamo pensare che le ragioni per uccidere il magistrato Antonino Scopelliti e lo stesso Giovanni Falcone fossero più di una. Non si trattava solo di magistrati non avvicinabili, ma anche dei magistrati più informati sul terrorismo stragista e sui soggetti che lo utilizzavano, insomma i magistrati più vicini all’individuazione dei mandanti.
Adesso torniamo nel futuro e poniamoci delle domande semplici e dirette su quello che sta succedendo nel nostro Paese. Dopo un viaggio nel tempo come quello che abbiamo appena fatto e le cose che abbiamo visto, ci sentiamo in grado di fare congetture. Prima della sentenza definitiva della Cassazione del 30 gennaio del 1992 ci sono stati tanti segnali che il maxi processo avrebbe mandato in carcere un buon numero di imputati per associazione mafiosa. Perché dunque il governo Andreotti non utilizzò i servizi di intelligence per informarsi e contattare Cosa nostra per trovare una soluzione? Un accordo si sarebbe trovato, un po’ di soldi da far arrivare a Cosa nostra sarebbero sicuramente usciti tra i tanti appalti nell’isola, problemi con la giustizia non ci sarebbero stati. I servizi servono proprio a compiere azioni non proprio legali, ma necessarie per il bene dello Stato. Perché non si sono mossi? Cosa facevano i nostri servizi in quegli anni? Per quali motivi è stato necessario ricorrere ai Ros per trattare con Cosa nostra? Non è un questione di lana caprina: se il raggruppamento operativo speciale dei carabinieri doveva catturare i latitanti di Cosa nostra durante il giorno, come poteva andarci a cena insieme la sera? Lo sapete come funzionano queste cose prima o poi qualcuno ne parla.
Per capire il ruolo dei servizi basta ricordare dove lavorava Bruno Contrada prima di essere arrestato: qualcosa non stava funzionando nell’Alto commissariato per la lotta alla mafia se il capo gabinetto Bruno Contrada, che è stato anche numero tre del Sisde, viene arrestato nel 1992 per concorso esterno in associazione mafiosa.
Ma se viene arrestato il capo gabinetto, i suoi superiori presumibilmente non stavano facendo attività troppo diverse da quelle svolte da Bruno Contrada. Diamo una occhiata ai dirigenti del Sisde in quegli anni e la prima sorpresa che troviamo è che il numero uno della polizia dall’87 al 93 è Vincenzo Parisi, già capo del Sisde dall’84 all’87 proprio gli anni in cui con il Sisde collaborava anche Arnaldo la Barbera sospettato oggi di aver costretto degli innocenti a confessare di aver organizzato la strage di via d’Amelio.
Troviamo anche Riccardo Malpica che fu a lungo indagato per i fondi neri del Sisde assieme ad Angelo Finocchiaro. E infine, Mario Mori lo stesso ufficiale dei carabinieri coinvolto nella trattativa - attualmente sotto processo - che dal 2001 al 2006 ha comandato il Sisde negli anni del cosiddetto “protocollo farfalla” l’accordo che dirottava le notizie di reato dentro le carceri ai servizi segreti e ne escludeva la magistratura.
Cosa combinava il Sisde in quegli anni? All’epoca delle stragi il Sisde era seriamente impegnato nella ricerca di soldi, tanti soldi. Tanti che il capo del Cesis, l’organismo di coordinamento del servizio interno e quello estero, l’ambasciatore Paolo Fulci, fece partire un’inchiesta sui conti correnti di cinque 007 che invece di vergognarsi dei miliardi che avevano messo da parte, se la presero con il Presidente Scalfaro, accusandolo di avere usufruito di quei soldi quando era stato ministro dell’Interno. In quegli anni le notizie su membri del governo pagati dai fondi neri del Sisde aumentarono di giorno in giorno, mostrando un esecutivo che nei suoi uffici più importanti era letteralmente a busta paga dei servizi. Paolo Fulci, che si dice fosse un uomo dello Stato di simpatie andreottiane, non si fermò ai fondi del Sisde, fece anche i nomi di sedici funzionari del Sismi della settima divisione, la stessa alla quale faceva capo la struttura Gladio. Secondo Paolo Fulci, quelle persone potrebbero avere avuto un ruolo nell’attività della cosiddetta Falange armata, l’organizzazione che rivendicò buona parte delle stragi del 1993. Il nostro antenato, il settimanale Avvenimenti del 14 dicembre del 1994, fu l’unico organo di stampa a pubblicare la lista questi nomi.
La risposta alla domanda sul perché non intervennero nel 1992 i servizi a trattare con Cosa Nostra è stata lunga ma penso abbiate capito come sono andate le cose. Rileggendo questi fatti si ha l’impressione che i servizi in realtà aiutassero Cosa nostra o depistando le indagini sugli attentati che compiuti in quegli anni o partecipando direttamente alla loro organizzazione come sembra emergere dalle testimonianze di alcuni collaboratori di giustizia.
Dobbiamo ora porci un’altra domanda: perché mai i nostri servizi hanno difeso Cosa nostra? Ovviamente non possiamo che fare ipotesi, ma percependo il disagio degli organi più alti dello Stato a trattare argomenti come la trattativa o a discutere seriamente di fatti acclarati come i diversi depistaggi sulle indagini sulle stragi (ultimo quello sulla strage di via d’Amelio che ha portato in carcere 11 innocenti per una decina di anni), mi viene da pensare che il ruolo di Cosa nostra sia stato più importante di quanto lo si voglia considerare.
Sicuramente Cosa nostra è stata una riserva elettorale che ha permesso nei momenti cardine della storia del nostro Paese di conquistare i voti necessari a battere i socialisti e comunisti, considerati in quegli anni alleati del Blocco sovietico. Ma non si tratta solo di questo, erano i tempi della guerra fredda e la guerra non dichiarata contro il blocco comunista aveva bisogno di soldi di molti soldi, e l’attività della mafia siciliana con gli enormi proventi del traffico di eroina fu in grado di riempire le banche di Sindona e di Calvi e di molti altri banchieri che con le loro spregiudicate operazioni finanziarie permisero di investire geopoliticamente nelle aree più prossime alla separazione dal blocco comunista. Ma anche questa spiegazione non riesce a giustificare l’arroganza politica e la soggezione istituzionale che le stragi del 92-93 hanno provocato nel nostro Paese. Viene da pensare che a favore di Cosa nostra siano intervenuti accordi segreti di livello transnazionale, accordi atlantici del tipo di quelli denunciati dal libro di Daniele Ganser Gli eserciti segreti della Nato, non certo limitati solo ai confini del nostro Paese ma attivi in tutti gli Stati europei.
Questi accordi coinvolgevano strutture più o meno identificabili con quelle di “Stay Behind” dove destra eversiva, criminalità mafiosa, e servizi segreti deviati hanno operato all’interno di una strategia del terrore apparentemente obsoleta ed insensata. In realtà per quanto logora potesse sembrare questa strategia, ha prodotto l’effetto voluto sull’opinione pubblica: davanti ad atti terroristici il corpo sociale si è contratto e si è collocato su posizioni conservative e di difesa.
Se affrontiamo con serenità la problematica del terrorismo nella sua dimensione europea, scopriamo come nello stesso periodo storico sono avvenuti episodi analoghi in Italia ed in altri Paesi d’Europa. Vediamone alcuni: una bomba esplode alla stazione di Bologna il 2-08-1980 e provoca 81 morti, in Germania sei settimane dopo, il 26 ottobre 1980 all’Oktober Fest a Monaco un giovane neonazista fa esplodere una bomba e muore assieme a 12 visitatori. Ancora forme di terrorismo diffuso e criminale che si manifestano in modo simile in Emilia Romagna dove la banda della Uno bianca composta da 5 poliziotti dal 1987 al 1994 ha colpito 103 volte uccidendo 24 persone, e nel Belgio, dove episodi del tutto simili sono avvenuti dal 1982 al 1985 nella zona del Brabante Vallone provocando 28 morti. L’estremista di destra Paul Latinus sospettato di essere coinvolto con la banda dopo aver ammesso di aver lavorato per una organizzazione segreta straniera, viene trovato impiccato al cordone del telefono il 24 Aprile del 1985. Sempre in Belgio, l’assalto alla caserma dei gendarmi nella città di Vielsam compiuta dal gruppo di Stay Behind all’interno della esercitazione chiamata Oesling per approvvigionarsi di armi in modo autonomo, ha causato un morto tra gli ignari gendarmi che si trovavano nella caserma come è stato accertato dalla commissione parlamentare belga che ha ricostruito l’episodio.
In Sicilia un caso simile: la caserma di Alcamo viene assalita il 27 gennaio del 1976 e due carabinieri vengono uccisi. Per l’episodio viene arrestato e costretto a confessare sotto tortura un innocente, Giuseppe Gullotta, rimasto in prigione per 22 anni prima che un carabiniere, Renato Olino, raccontasse le torture, scagionandolo. Il pentito Vincenzo Calcara ha parlato nel corso del processo di un ruolo della mafia negli omicidi collegandoli alla organizzazione di Gladio, la struttura militare segreta che nel trapanese già dagli anni 70 aveva proprie basi. Da quanto è emerso, quei militari potrebbero essere stati uccisi per avere fermato un furgone carico di armi destinate proprio a Gladio. Solo a livello europeo, con un lavoro coordinato su tutti i Paesi coinvolti dalla folli operazioni di guerra psicologica messe in atto dalla struttura segreta Stay Behind, sarà possibile mettere fine a questa anacronistica ingerenza nella politica europea. La cui esistenza segreta è l’indicibile strascico di una guerra fredda finita ormai da più di venti anni che cementa ancora alleanze politiche altrettanto anacronistiche.

Tratto dal settimanale “Left” 1 giugno 2013

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