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Mafie News

Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno, tra memorie cancellate e “pezzi scomparsi”

rostagno-mauro-web3di Rino Giacalone - 15 marzo 2013
Due giorni dopo l’omicidio del giornalista Mauro Rostagno, e forse nemmeno a 24 ore dal ritrovamento in una cava abbandonata in contrada Seggio di Valderice dell’auto (bruciata) usata dai killer, Salvatore Martines, Liborio Fiorino e il giovanissimo Rocco Polisano, tre piastrellisti, si presentarono ai carabinieri preoccupatissimi, quasi spaventati, volevano, dissero, e hanno ripetuto dinanzi alla Corte di Assise che sta processando i presunti responsabili del delitto, i “mafiosi” Vincenzo Virga e Vito Mazzara, allontanare eventuali sospetti che avrebbero potuto concentrarsi su di loro a proposito del delitto e a proposito di quanto trovato in quella cava.

La tv (hanno saputo ricordare) aveva dato notizia che in quella cava oltre all’auto bruciata erano stati trovati i resti di un fugace pranzo, c’erano i resti di una brace, bottiglie di vetro, piatti e bicchieri di plastica, anche lo scontrino di un acquisto di carne fatto in una macelleria, tanto che nel dare la notizia fu fatta la deduzione che i killer in quel posto avevano atteso il via libera per andare ad uccidere Rostagno, pranzando, e lì erano tornati per bruciare l’auto.  I tre ascoltata la notizia decidono di andare dai carabinieri per dire che erano stati loro a fare quell’”arrustuta” di salsiccia in quel luogo e che certamente non erano loro i killer di Mauro Rostagno.

Legittima preoccupazione la loro, indubbiamente non avendo mai impugnato un’arma e non avere fatto mai male nemmeno ad una mosca, il solo fatto che un sospetto del genere invece, quello di avere ucciso un uomo, potesse concentrarsi su di loro deve per forza suscitare una forte ansia, momenti di forte apprensione, momenti, si presume, dovrebbero restare bene impressi nella memoria e invece…di colpo spariti, svaniti, dimenticati. La paura, l’ansia, niente, non è rimasto niente nella memoria di questi tre operai, tranne il fatto di avere sentito alla tv la notizia e di essere andati dai carabinieri. Quasi fosse stata questa una “lezione imparata a memoria”.

Quel 26 settembre del 1988 dovevano lavorare in una villetta di Marausa, vicino l’aeroporto di Birgi, in un luogo lontano da Valderice, dove loro abitano, e da contrada Lenzi dove Rostagno quella sera verrà ucciso, e anche da quella cava dove fecero la “scampagnata”. Hanno ricordato che quel giorno il materiale non arrivò (ma non hanno saputo dire quale materiale aspettavano) e così non potendo lavorare decisero di tornarsene a Valderice, d’accordo con l’imprenditore che aveva dato loro quell’incarico, tale Alfano che però adesso è deceduto. Strada facendo l’idea di andare a comprare della salsiccia e di mangiarla così tutti assieme all’aperto in quella cava.

Nei verbali originali, in uno, quello di Fiorino, si parla anche dell’acquisto di pesce, da un rigattiere incrociato per strada, e Fiorino è quello che dice di non mangiare pesce, ma la memoria per tutti e tre si è fatta flebile dinanzi ai giudici, rispondendo alle domande del presidente della Corte, il giudice Angelo Pellino, che non a caso li ha congedati con un “per ora potete andare”, quando hanno dovuto spiegare come mai per raggiungere Valderice da Marausa hanno fatto un percorso strano, prendendo si una scorciatoia, ma che è tale solo se si proviene dalla parte opposta e non da Trapani, passando per due volte davanti quella cava, perché dapprima hanno dovuto raggiungere la macelleria dove comprare la salsiccia, e poi tornare indietro per andare ad arrostirla.

Una scampagnata all’aperto sebbene le loro case poi non distano molto da quel luogo, Rocco Polisano, quindicenne, abita a 500 metri, così ha detto, ma con i suoi compagni di lavoro preferirono restare a mangiare in mezzo alla polvere di quel luogo, usando addirittura una rete malconcia come graticola sulla quale arrostire la salsiccia, e accendendo un fuoco che hanno anche dimenticato come riuscirono ad accenderlo. Sono rimasti lì un paio di ore e poi sono andati via, orario di fine pranzo incerto. Ma come può succedere che un momento di divertimento che diventa motivo di grande apprensione venga così cancellato dai loro ricordi?

E’ vero sono passati quasi 25 anni, che forse, ma molto forse, la cosa può andare bene per Martines e Fiorino avanti negli anni, ma debole di memoria si è anche mostrato Polisano, all’epoca quindicenne e che nel frattempo è stato tanto bravo da diplomarsi e conquistare un posto di lavoro nella locale azienda sanitaria, dismettendo gli scomodi abiti di muratore che aveva indossato dopo avere concluso la terza media, ma tutti e tre avevano grande paura di venire arrestati…per colpa di quella arrustuta di salsiccia. Non capita certo ogni giorno nella vita vivere questi attimi, proprio perché unici non dovrebbero essere dimenticati, ma per Martines, Fiorino e Polisano è questo quello che è accaduto.  Attorno a loro un paio di coincidenze…c o i n c i d e n z e  si badi molto bene. La prima è quella che decisero di andare a comprare la salsiccia da un macellaio di Crocci (fuori Valderice), lontanissimo da Marausa, incrociato sulla strana strada seguita per il ritorno, che di cognome fa Virga, Francesco Virga, cugino dell’odierno imputato Vincenzo.

Anche lui, anche Francesco Virga qualche anno dopo quel 1988, conobbe l’arresto e il carcere per la partecipazione alle malefatte mafiose del cugino. Lo scontrino rilasciato dalla sua macelleria fu trovato in quella cava tra i resti di quel “pic nic” e i tre hanno detto che furono loro ad andare a comprare lì la salsiccia senza che nemmeno ne fossero stati mai prima clienti…ovviamente rispondendo alle domande se sapevano chi fossero i Virga, se sapevano dei loro legami con la mafia, le risposte sono state negative. Anche oggi, nonostante i loro nomi e quello di Vincenzo Virga più di tutti, siano finiti sui giornali e pronunziati in tv…insomma in questo caso non hanno sentito i tg come invece accadde in quel settembre del 1988. Lo stesso giorno e alla stessa ora erano davanti alla tv ad ascoltare la notizia del ritrovamento di quell’auto bruciata e dei vicini resti di quello che hanno detto essere stato “il loro pranzo”.

Altra coincidenza ma davvero c o i n c i d e n z a quella che la moglie di uno dei tre operai, Martines, di cognome faccia Mazzara come il già riconosciuto killer di tanti omicidi di mafia e presunto assassino di Rostagno. “Siete parenti con l’imputato?” ha chiesto l’avvocato di parte civile Carmelo Miceli, “no” è stata la risposta del teste…e tutti in aula hanno preso atto.  E se invece quei tre quel giorno lì non ci sono mai stati? E furono mandati da qualcuno a fare quella testimonianza per far fermare le ricerche su chi li aveva pranzato e su chi davvero era andato a comprare la salsiccia dalla macelleria Virga?

All’epoca i Virga vivevano da insospettabili, Vincenzo Virga era un insospettabile imprenditore, altrettanto il cugino, magistratura e forze dell’ordine cercavano ancora il latitante Totò Minore quale capo mafia e però questi nel frattempo era stato ucciso, da Totò Riina, nel 1982, ma in giro a Trapani chi doveva sapere sapeva chi erano i Virga…e chi era Vito Mazzara. Campione di tiro a volo, titolare della maglia azzurra della nazionale, che però si esercitava sparando e ammazzando le persone. Quando in carcere cominciò a passare le “pene dell’inferno”, perché i poliziotti non gli facevano trascorrere momenti felici dopo che lui era stato quello che barbaramente aveva ucciso un loro collega davanti agli occhi della moglie e delle figlioletta, fuori, di Vito Mazzara, si diceva che “andava protetto”. I mafiosi parlavano di lui come “un pezzo di storia” guai, per loro, e per Cosa nostra, se si fosse pentito, per cui andava aiutato lui e andava aiutata la sua famiglia.

Un imprenditore che un giorno ricevette una intimidazione, andò a trovare chi doveva andare a trovare per dirgli “…che bisogno c’è di fare queste cose se c’è da aiutare Vito sono a disposizione”. Oggi purtroppo su quello che accadde davvero in quella cava il 26 settembre del 1988 non c’è più tempo. Manca l’attualità. Mancano anche i reperti. Si i reperti. I resti di quel pranzo sono andati distrutti 13 anni addietro assieme ad altri 200 reperti. Però senza autorizzazione dell’autorità giudiziaria. O meglio. Laconicamente il presidente Pellino ha dovuto comunicare alle parti che all’esito della ricerca di quei resti all’ufficio reperti si è scoperto che nel 2000, in concomitanza ad una autorizzazione degli uffici giudiziari di Trapani a distruggere altri repert,i anche questi sono stati distrutti, i numeri di quei contenitori non risultano essere stati indicati negli allegati, di questi non si fa cenno nel verbale.

Eppure sono andati distrutti, non ci sono più, non si possono fare quei controlli che oggi permetterebbero di sapere con certezza chi fece questa mangiata di salsiccia nello stesso posto che fu frequentato dai killer di Mauro Rostagno…ah dimenticavo questa è la terza delle incredibili coincidenze!  I “pezzi scomparsi” nel processo per il delitto di Mauro Rostagno quindi aumentano: per primi i dollari che lui aveva nella borsa e che i carabinieri riferirono esserci ad alcuni giornalisti (cosa poi rilevatasi una bufala ma era il primo cenno di un depistaggio che sarebbe stato messo in atto), poi la famosa cassetta che Rostagno teneva sulla sua scrivani ad Rtc con su scritto non toccare (strano che un giornalista che in quella cassetta ha registrato le immagini di uno scoop la tenga a bella vista sulla sua scrivania e per di più con l’indicazione a non toccare che indubbiamente poteva suscitare un’azione contraria).

Poi , a scomparire è un libro sulle saline che Rostagno avrebbe tenuto nella stessa stanza, poi un paio di fogli trasmessi per fax che si dirà essere stati stracciati e invece perfettamente integri sono agli atti del processo, poi dei verbali di interrogatorio di Rostagno sui fatti della massoneria trapanese che di colpo hanno fatto la loro ricomparsa nel processo, e si scoprì che erano finiti dentro altri faldoni, e ancora di recente un bossolo, anche questo doveva trovarsi presso il magazzino dei reperti e invece non c’è più, era quello estratto dal povero corpo del giornalista ammazzato (un altro bossolo sarebbe rimasto incastrato nella carrozzeria della Fiat Duna che lui guidava e che nel frattempo, dissequestrata pochi mesi dopo il delitto, è stata venduta e distrutta), un’altra cassetta stavolta registrata dalla Rai, l’intervista ad Alessandra Faconti che ad un inviato della trasmissione “Telefono Giallo” avrebbe raccontato del lavoro di Rostagno e dello scoop che aveva fatto. Intervista non mandata in onda (Augias conduttore della trasmissione sentito in aula ha detto che per non essere stata mandata in onda venne ritenuta non interessante) e cassetta che non si trova più, e adesso questi reperti, quelli del pranzo.

Insomma sparizioni strane, alcune inesistenti, altre forse fatte apposta, altre forse frutto di ricerche mai fatte, altre a causa di manine che hanno spostato le carte.  Insomma i due pm del processo, Gaetano Paci e Francesco Del Bene avrebbero di che lamentarsi a proposito dello stato in cui hanno preso questi faldoni e sono andati a fare questo processo. Indagini approssimate per tantissimi versi quelli sul delitto Rostagno, cose che potevano essere fatte per tempo e non sono state fatte. E’ il caso del raffronto balistico, compiuto dalla Squadra Mobile, che un paio di anni addietro ha dato vero impulso alle indagini facendo arrivare all’odierno processo.

Indagini dove si trovano disattenzioni, ma altre indagini dimostrano che la mafia ha sempre la capacità di inserirsi in questi scenari, soprattutto in quegli anni in cui tante erano le difficoltà per chi indagava, mancavano uomini e mezzi, forse altrettanto ad oggi, che la lotta alla mafia è tornata a fare tanti passi indietro, in quegli anni in cui si cercava un capo mafia che era stato da tempo strangolato e sciolto nell’acido, in quegli anni in cui certuni che indagavano non volevano vedere quello che accadeva davanti ai loro occhi. La pista mafiosa mai presa in considerazione, come chiedeva il capo della Mobile dell’epoca, Rino Germanà, scartata perché vennero preferite altre piste, le corna, la droga, il malaffare, lo scoop mai davvero provato.

Eppure c’erano i verbali dei pentiti che raccontavano come Rostagno era visto da quell’assassino di Francesco Messina Denaro, il patriarca mafioso del Belice, come una “camurria”, cosa ripetuta più volte e in modo rabbioso, irruento. Eppure c’erano i verbali che indicavano i nomi dei killer, Vito Mazzara compreso. Quello che è ancora idnicato oggi come “un pezzo di storia” dai mafiosi e che assiste in aula ad ogni udienza del processo seduto dentro la cella dell’aula stando a braccia conserte. Ad una delle ultime udienze però è stato visto muoversi un pò troppo con le braccia, con  le mani. E’ stato scoperto fare dei segnali ad alcune persone del pubblico, suoi parenti venuti a vedere il processo.

Un processo che ogni tanto si riscalda. Come nell’ultima udienza ha fatto l’avvocato Vito Galluffo difensore di Vito Mazzara che ha pesantemente attaccato chi scrive dinanzi ai giudici e alle parti. A questo punto mi fermo. Risponderò solo a domanda di chi avrà curiosità eventuale di conoscere il mio pensiero.

Un’aggiunta. Nella stessa udienza sono stati sentiti i testi Giampaolo Sebri e l’ex dirigente della Digos di Trapani il vice questore Giovanni Pampillonia. Sebri avrebbe dovuto raccontare nei minimi particolari i fatti riferiti a due giornalisti, sentiti nel processo, Scalettari e Palladino, autori di reportage sui traffici di armi e rifiuti speciali verso la Somalia, ma Sebri di particolari non ne ha forniti e a un certo punto si è trincerato dietro la paura di minacce e ritorsioni ed ha fatto, come fonte del pericolo, il nome di Giuseppe Cammisa. Il famoso Jupiter che nelle indagini sul delitto Rostagno più volte ha fatto capolino, e che però da anni non sta più in Italia e non pensa di ritornarci (Scalettari e Palladino hanno prodotto documenti che lo indicherebbero in rapporti con i servizi segreti), il vice questore Pampillonia ha riferito su attività condotte a riscontro delle dichiarazioni di alcuni testi, come Sergio Di Cori e Francesco Elmo. E ci fermiano davvero qui.

Tratto da: liberainformazione.org

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