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Vent’anni dopo alla biblioteca Comunale: non è solo mafia

convegno-vent-anni-dopoUn appello in difesa dei magistrati che indagano sulle stragi e sulla trattativa
di AMDuemila - 27 giugno 2012 - FOTOGALLERY E VIDEO ALL'INTERNO
Palermo. “Difendiamo con forza il lavoro dei magistrati che indagano sulle stragi e la trattativa”. Sono le parole pronunciate dal direttore di AntimafiaDuemila Giorgio Bongiovanni intervenuto alla serata “Vent’anni dopo non è solo mafia” organizzata dall’associazione “Cittadinanza per la magistratura” alla Biblioteca comunale di Palermo. Per uno strano gioco del destino, il clima che si respira oggi è molto simile a quello del 1992 quando magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino venivano attaccati; allo stesso modo oggi i magistrati che hanno in mano inchieste delicatissime subiscono pressioni forti quando il livello delle indagini si alza.

E’ cronaca di questi giorni che esponenti delle istituzioni sono allarmati e preoccupati dalle incisive indagini condotte dai magistrati palermitani e tentano di “interferire” nel filone della delicata inchieste sulla cosiddetta trattativa Stato- mafia che sta assumendo risvolti sempre più preoccupanti.
L’appello lanciato dal direttore  Bongiovanni al sindaco Leoluca Orlando affinché i magistrati che indagano sulla cosiddetta trattativa vengano difesi ad ogni costo è un richiamo a tenere alta l’attenzione e a vigilare mentre l’allarme è stato totalmente ignorato dalla grande stampa. Sottovalutando, a torto, le forti pressioni a cui sono sottoposti questi magistrati che “stanno arrivando alla verità e stanno toccando dei fili molto scottanti, quello degli alti vertici del potere istituzionale”. E’ per questo “stanno cercando di fermarli” ha detto Bongiovanni. E allora è necessario fare prevenzione: “per evitare che salti di nuovo un’autostrada, una via che non si chiami via D’Amelio e che vengano fermati questi magistrati” perché se così fosse “l’inchiesta stessa sulla trattativa verrebbe fermata” ha concluso il direttore.  Da qui l’appello al primo cittadino affinché raccolga la città intera e difenda i magistrati per arrivare finalmente alla verità ed evitare quello che è successo vent’anni fa. Parole che pesano come pietre e che risuonano nell’atrio della biblioteca tra un pubblico attento che risponde con un forte applauso liberatorio; probabilmente molti di loro si trovavano lì anche il 25 giugno del 1992 quando poco prima di morire, Paolo Borsellino pronunciò l’ultimo discorso pubblico dopo che aveva visto morire tra le sue braccia l’amico e collega Giovanni Falcone.
Nel corso della serata è stato trasmesso in anteprima nazionale, il documentario “1367.  La tela strappata” del giornalista della Rai Giancarlo Licata che racchiude gli eventi più importanti di quei 57 giorni che separano la strage di Capaci da quella di via D’Amelio, poi via al dibattito. E’ toccato allo stesso allievo del giudice Borsellino, Antonio Ingroia, ricordare l’emozione di quel giorno a Casa Professa e spiegare che quelle parole che poi sono diventate il testamento morale e spirituale di Paolo Borsellino nascondevano “probabilmente una verità che è morta con lui”. Ingroia ha ricordato all’indomani della strage: “Tutti abbiamo sentito e avvertito che c’era dell’altro, che non c’era solo la mafia dietro quella strage”. Già prima di morire lo stesso Paolo disse in più occasioni: “Ricordatevi che quando mi ammazzeranno non sarà stata soltanto la mafia”. Oggi  come ieri in questo dialogo tra stato e mafia secondo l’aggiunto Vittorio Teresi le parti che si contrappongono sono “Lo Stato - Stato da una parte e lo Stato-mafia dall’altra. Quest’ultimo è quello che vuole convivere con la mafia per andare avanti. E che interviene con provvedimenti provvisori per dire alla controparte: stai quieta non rompere quell’equilibrio che serve a tutti e due. Giovanni e Paolo sono state vittime proprio di questo Stato” mentre “lo Stato – Stato fatto di magistrati, di poliziotti e Carabinieri e di uomini delle Istituzioni continua ostinatamente a combattere”.
In questi vent’anni dalle stragi il bilancio della lotta alla mafia non è certamente positivo. “E’ limitato perché riguarda soltanto la repressione del fenomeno di Cosa nostra dal punto di vista militare - ha detto il sostituto Nino Di Matteo - mentre si continua a non registrare una compatta reazione delle istituzioni ad un salto di qualità”. Depistaggi, omissioni da parte di politici, vuoti di memorie e processi fasulli costruiti ad arte per l’occorrenza hanno caratterizzato questi anni. E’ la stessa sorella del giudice a tornare sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D'Amelio e a porsi un interrogativo. "Vent'anni fa non un solo magistrato se n'è accorto di come si stavano conducendo le indagini sulla strage di via D'Amelio. Ma com'è possibile? E' questa la domanda che oggi mi inquieta e mi addolora". Ma “se una cosa abbiamo capito in questi 20 anni è che sulle stragi ci hanno raccontato un mucchio di fandonie - ha continuato - c'è  stata una rete fatta da chi ha diffuso ad arte le bugie per oscurare la verità”.
E’ ormai assodato che non è stata solo la mafia a volere le stragi del ’92 e del ’93. E oggi possiamo dire a distanza di anni che "siamo ben oltre l'anticamera della verità nella quale solo poco tempo fa auspicavamo di entrare, potendo delineare un quadro nel quale non c'è solo la mafia” ha detto Ingroia. Ma “siamo ancora lontani dalla verità completa perché è prevalsa una certa allergia, mentre la verità deve essere aiutata”.
Dobbiamo però essere chiari ha detto infatti il giudice Giovanbattista Tona “perché non si può più tornare indietro” e allora è necessario porsi una domanda fondamentale: “vogliamo accettare il rischio di scoprire verità anche sgradevoli? Perché “i continui attacchi ai magistrati, accusati di essere schegge impazzite”. Sembrano “chiedere alla magistratura di rallentare il passo”. Invece anche la politica deve fare un passo avanti nella direzione della verità storico-politica ". Anche Nino Di Matteo dice “Basta con gli attacchi", facendo riferimento ai tanti non ricordo dell’inchiesta sulla trattativa.
La ricerca della verità va aiutata. Lo sa bene Salvatore Borsellino dando spazio che nei suoi numerosi incontri in giro per l’Italia continua a gridare la sua richiesta di verità: “Paolo Borsellino non è stato ucciso solo dalla mafia” e invita i magistrati a leggere una lettera a Paolo il 19 luglio in via D’Amelio.
E allora per aiutare questo “processo di verità” usando le parole del giudice Guarnotta  non dobbiamo dimenticarci di porci ogni giorno la domanda “se noi siamo stati capaci di fare il nostro dovere ogni giorno come hanno fatto Giovanni e Paolo fino al sacrificio supremo della vita per quegli ideali di giustizia di legalità” perché “il sogno di quello sparuto gruppo (il riferimento è al pool antimafia ndr) è stato quello di liberare questa terra dalla mafia per riservare a voi giovani un futuro migliore di quella dove siamo vissuti noi, e di non dover chiedere per favore per quello che vi spetta di diritto, perché il sogno di Paolo era quello che voi poteste sentire il profumo della libertà”.
La serata si è conclusa con la proiezione inedita dell’intero intervento tenuto da Paolo Borsellino alla Biblioteca Comunale lo stesso 25 giugno di vent’anni fa. Un’immagine dalla quale traspare tutto il dolore di un uomo che sapeva di essere stato condannato a morte ma che nonostante tutto ha continuato il suo lavoro fino alla fine dei suoi giorni perché voleva liberare la sua terra dalla tracotanza mafiosa di Cosa Nostra.

FOTOGALLERY - © ACFB




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