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Mafie News

In manette Caporosso, boss della Scu consacrato dalla 'Ndrangheta

caporosso cataldo bellocco umbertodi Davide de Bari
Operazione “Lampo”, è questo il nome dell’inchiesta che ha messo un punto alle attività di uno dei clan emergenti della Sacra Corona Unita. Il capo clan, Cataldo Caporosso, è stato tratto in arresto ieri mattina dai carabinieri del Ros, insieme ad altri dieci sodali dell’organizzazione. Oltre a Caporosso, la Dda di Lecce ha emanato gli ordini di custodia cautelare anche per Mario Miolla, Michele Monaco, Ivano Andresini, Pietro Damaso, Gianvito Gentile, Cristiano Balsamo, Valentino Antonio Laterza, Massimo Lovero, Tommaso Putignano e Riccardo Sgaramella. Per il figlio del boss, Alberto Caporosso, è stato indetto l’obbligo di firma ed è finito ai domiciliari Emanuele Pignatelli. A questi si sono aggiunti 28 persone iscritte nel registro degli indagati per reati di associazione mafiosa, traffico di droga, rapina con aggravante mafiosa, detenzione illecita di armi da fuoco, trasferimento fraudolento di valori e danneggiamento.
L’indagine, durata tre anni, è nativa dall’inchiesta “Sant’Anna” in cui i carabinieri di Reggio Calabria hanno intercettato un incontro avvenuto in casa del boss di Rosarno, Umberto Bellocco detto “Assu i mazzi”. Il boss pugliese, insieme a Pino Ragnoli, negli anni ottanta era stato tra i fondatori della Sacra Corona Unita, la quarta mafia più grande d’Italia. Caporosso ha incontrato il boss ndranghetista, dopo la sua scarcerazione. Quest’ultimo ha elevato Caporosso a grado di “padrino”, come un’intercettazione ha evidenziato: “Da oggi in poi gli dovete dire che avete il ‘padrino’ e ve l’ha dato Umberto Bellocco […] perché sono all’altezza di darvelo io personalmente”. Bellocco, inoltre, si era anche detto disponibile a sostenere le iniziative del gruppo capeggiato da Caporosso: “Il nostro braccio sempre a disposizione […] e di servirvi in qualsiasi momento anche noi”. Secondo gli investigatori “la promozione ricevuta sul campo” da Caporosso non è altro che “il segno di riconoscenza per la particolare attenzione avuta nei riguardi del capocosca rosarnese”.
L’organizzazione pugliese era attiva a Massafra, Palagiano, Statte e nel rione Tamburi di Taranto. E con la benedizione della ‘Ndrangheta, il clan si è fatto strada nei reparti economici più proficui del territorio pugliese, come il mercato ittico e il traffico di sostanze stupefacenti in particolare quello della tratta che da Andria arriva fino a Massafra. Le indagini hanno evidenziato i rapporti commerciali col clan Putignano nel Barese e con Riccardo Sgaramella, operante nella Bat.
Inoltre Caporosso sarebbe tra i soci occulti di un esercizio di vendita all’ingrosso di prodotti ittici di proprietà di Michele Boccuni, legato anch’esso all’ambiente criminale tarantino. Gli inquirenti hanno sottolineato come il gruppo capeggiato da Caporosso poteva contare su “un considerevole patrimonio economico, foraggiato proprio dagli introiti delle attività illecite poste in essere da utilizzare per le quotidiane esigenze organizzative (acquisto di telefonini, schede, ricariche telefoniche, carburante) e per le eventuali spese legali sostenute dagli affiliati”. Infine nell’inchiesta è anche emersa la volontà del capomafia di appoggiare Antonio Scalera, candidato Udc, alle regionali del 2015. “Se noi a questo lo portiamo a […] - diceva il boss intercettato - stiamo in prima fila! Non dobbiamo essere di scorta! Sennò… capito? Perché fino a mo, fine a mo’ i signori prendono eeehhh ci usano come ruota di scorta. Allora poi qualcuno che tiene il cervello un po’… Invece là noi dobbiamo stare in prima fila…”.
Bisogna comunque dire che Scalera, non eletto, non è assolutamente coinvolto nell’inchiesta ed è risultato ignaro del sostegno.
Questa operazione, insieme a quanto già denunciato nell’ultima relazione Dia, ha fatto emergere non solo l’esistenza di legami tra mafia calabrese e pugliese, ma soprattutto la sua forza e profondità nel territorio.

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