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Mafie News

Sacra Corona Unita: le mani del clan Coluccia sul sud Salento

operazione contattodi Antonio Nicola Pezzuto  
Operazione Contatto”. Così è stata denominata dagli inquirenti, per le molteplici infiltrazioni a vari livelli, un’imponente attività investigativa concretizzatasi con l’emissione di 47 provvedimenti cautelari, emessi dal GIP del Tribunale di Lecce su richiesta della Procura della Repubblica.
Al centro delle indagini, condotte dai Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Maglie e da quelli del Comando Provinciale di Lecce, il clan Coluccia di Noha-Galatina, storico gruppo della Sacra Corona Unita. Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, estorsione, associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, detenzione abusiva di armi, ricettazione, rapina, furto aggravato, porto abusivo di armi, detenzione e spaccio di stupefacenti, abuso d’ufficio, usura, favoreggiamento personale, falsità ideologica commessa da Pubblico Ufficiale, corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, truffa, minaccia aggravata e lesioni personali con l’aggravante delle modalità mafiose.

Origine dell’indagine
Nelle 714 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare, il GIP Edoardo D’Ambrosio descrive le attività e gli interessi del clan mafioso dei Coluccia, composto da 31 sodali e strutturato secondo uno schema verticistico capeggiato da Michele Coluccia. Il sodalizio è attivo nella provincia di Lecce, soprattutto nei comuni di Sogliano Cavour, Galatina, Cutrofiano, Corigliano d’Otranto, Castrignano de’ Greci, Melpignano, Soleto, Sternatia, Cursi, Castrì di Lecce, Martano, Otranto, Calimera, Muro Leccese e Cavallino.Le indagini si sono svolte tra il febbraio del 2013 e il giugno del 2016. Più precisamente prendevano il via il 27 febbraio 2013 quando veniva arrestato in flagranza, per tentata rapina ad un supermercato di Corigliano d’Otranto, Alexsander Ballarino insieme ad altri quattro complici. Gli investigatori riuscivano a individuare un gruppo di sei soggetti capeggiati da Vincenzo Antonio Cianci, ritenuto responsabile di almeno sei rapine (quattro portate a termine e due tentate) ad esercizi commerciali consumatesi nella zona di Maglie dal 5 febbraio al 23 febbraio 2013. Dagli indizi acquisiti in seguito ai sopralluoghi effettuati sulla scena del crimine, integrati dall’ascolto dei testimoni, dall’analisi delle immagini delle fasi salienti delle rapine, dal rinvenimento degli indumenti utilizzati per i travisamenti, dalla tipologia di autovettura utilizzata per assicurarsi la fuga, dalle armi in dotazione e dall’analisi dei tabulati telefonici, si è evidenziata la sussistenza di un unico modus operandi. A compiere le rapine sono state, sempre, almeno tre persone, a bordo di una Fiat Uno, armate di fucili modificati, con il volto travisato da passamontagna e giacche da lavoro di colore blu. Il 9 luglio 2013, cadeva nella rete delle forze investigative Carmela Magnolo, madre di Vincenzo Antonio Cianci, perché trovata in possesso di 50 grammi di cocaina ed oltre 1200 grammi di marijuana. Emergeva così l’esistenza di un’organizzazione finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti (cocaina, marijuana e hashish) al vertice della quale si trovava Vincenzo Antonio Cianci sotto la protezione della madre Carmela Magnolo. L’associazione disponeva di armi ed era caratterizzata da ripartizione di ruoli, sovraordinazione gerarchica, spartizione del territorio con conseguente obbligo per ogni singola articolazione di rispetto delle “regole di competenza territoriale”. Era strettamente connessa con l’associazione di stampo mafioso che proprio nel traffico organizzato di sostanze stupefacenti aveva la principale fonte di reddito. 
Le intercettazioni hanno fatto luce sulle modalità di gestione dell’illecita attività di spaccio da parte degli stessi indagati che non esitavano a ricorrere a minacce, estorsioni o violente percosse nei confronti degli acquirenti che tardavano a saldare il debito contratto per l’acquisto dello stupefacente.
I colloqui intercettati tra la Magnolo e il figlio Vincenzo Antonio Cianci consentono di fare luce sia sui canali di approvvigionamento che sul contesto in cui è inserita l’attività di spaccio dagli stessi posta in essere. La quantità di droga sequestrata in occasione dell’arresto di Carmela Magnolo, gli importi dei debiti contratti dagli acquirenti così come riportato nei pizzini e le successive attività di riscontro testimoniano la commercializzazione di considerevoli quantità di stupefacente da parte degli indagati. Grazie alle intercettazioni ambientali sono stati individuati i canali di approvvigionamento della droga. Nel primo semestre del 2012 il gruppo si riforniva dal clan Coluccia di Noha Galatina; dal secondo semestre del 2012 al marzo del 2014 da personaggi della criminalità leccese vicini al noto pregiudicato Gioele Greco; dal febbraio 2014 ancora dal clan Coluccia tramite Gabriele De Paolis, genero di Luigi Otello Coluccia e dei cugini Marco e Pasquale Gugliersi di Noha. La raccolta dei proventi derivanti dall’attività di spaccio veniva effettuata il sabato pomeriggio.

L’associazione per delinquere di stampo mafioso
Le numerose indagini eseguite in passato dalla Procura della Repubblica di Lecce sulla Sacra Corona Unita hanno accertato l’esistenza del clan facente capo ai fratelli Coluccia di Noha. È a loro che si riferiscono gli indagati quando, durante le conversazioni intercettate, sono soliti indicarli come “quelli di Noha”. Le indagini del ROS di Lecce, condotte a partire dal 2001, portarono all’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere il 14 febbraio 2004, conosciuta come “Operazione Grifone”. Scriveva all’epoca dei fatti il GIP: «Gli elementi processuali acquisiti attraverso la suddetta attività investigativa hanno consentito di disvelare l’esistenza di un’organizzazione criminale facente capo ai fratelli Coluccia ed operante nel Sud Salento con centro di interessi in Noha di Galatina – luogo di residenza dei Coluccia – organizzazione che ha preso il posto dei clan storici ivi operanti quali erano i Padovano in Gallipoli, i Troisi a Racale e Melissano, gli Scarlino a Taurisano, i Giannelli a Parabita». Nell’ordinanza, veniva anche contestata ad Antonio, Carmine, Luigi Otello e Michele Coluccia l’appartenenza all’associazione mafiosa denominata Sacra Corona Unita. Il riconoscimento del clan Coluccia nell’ambito della SCU si era avuto con l’affiliazione al gruppo dei Tornese di Monteroni. Queste circostanze venivano confermate agli inquirenti dai collaboratori di giustizia.
Le valutazioni, espresse dal GIP nell’ordinanza di custodia cautelare, sarebbero state successivamente confermate dalla Corte d’Appello nella sentenza pronunciata al termine del processo celebrato con rito abbreviato il 1° marzo 2007 e divenuta irrevocabile il 9 luglio 2008. Venivano così condannati, tra gli altri, per associazione mafiosa, i leader del sodalizio che erano Michele, Antonio e Luigi Otello Coluccia
«Le intercettazioni ambientali nella presente indagine hanno permesso di riscontrare come tuttora l’associazione “di Noha” abbia il controllo del territorio nei comuni di Galatina, Sogliano Cavour, Cutrofiano, Cursi, Castrignano dei Greci, Aradeo, Neviano, Seclì e Scorrano», scrive il GIP Edoardo D’Ambrosio nell’ordinanza.
Quindi, anche la recente attività investigativa ha confermato l’esistenza di una vera e propria struttura associativa di tipo mafioso con al vertice la famiglia Coluccia di Noha-Galatina. Dall’ascolto delle conversazioni telefoniche ed ambientali è emerso, nell’ambito del clan, il ruolo ricoperto da Vincenzo Antonio Cianci, da Massimo Candido, da Pasquale Gugliersi alias “Zoppo”, da Marco Gugliersi, da Antonio Gabriele De Paolis, da Giancarlo Perrone, da Rocco Longo, da Giordano Epifani, da Francesco Epifani e da Danilo Piscopo.
Il meticoloso lavoro svolto dagli inquirenti ha documentato le caratteristiche del sodalizio: segretezza del vincolo, costante stato di omertà e solidarietà, forza d’intimidazione del vincolo associativo, rispetto per il vincolo gerarchico, metodo mafioso nelle ritorsioni, mantenimento dei detenuti affiliati e delle loro famiglie. Tutti connotati caratterizzanti un sodalizio mafioso.
I sodali dimostravano tutto il loro disprezzo verso le Forze dell’Ordine e memorizzavano i modelli e le targhe delle auto civetta utilizzate dai vari reparti dell’Arma. Cercavano anche di acquisire informazioni sui Carabinieri che indagavano e di questi avevano già individuato gli indirizzi delle abitazioni private.
Il gruppo di Sogliano Cavour disponeva di un cospicuo numero di armi che impiegava per compiere azioni dimostrative, intimidazioni e regolamenti di conti. A conferma di tutto questo, il 22 luglio 2014, avveniva l’arresto di Salvatore Blago per detenzione di 3 fucili e una pistola, tutti con matricola abrasa e munizionamento vario che l’uomo custodiva per conto di Cianci.
Il clan era attivo anche nelle estorsioni attuate con il metodo del “cavallo di ritorno”, e già nel febbraio del 2014 sono emerse gravi responsabilità a carico di Vincenzo Antonio Cianci e degli altri sodali. Questa attività estorsiva serviva per ottenere quella liquidità da reinvestire nel traffico di sostanze stupefacenti e per rafforzare il controllo sul territorio. Dalle intercettazioni spuntavano anche riferimenti a somme di denaro prestate con tassi di interesse da usura a piccoli imprenditori tra cui anche il proprietario di un ristorante. 
Le carte dell’inchiesta documentano un’attività di recupero crediti esercitata da Vincenzo Antonio Cianci. Il 5 aprile 2014 l’uomo incontra a Cutrofiano un rivenditore di motociclette che da tempo doveva recuperare la somma di novemila euro per la vendita di una motocicletta. Cianci offre la sua disponibilità ad acquistare il diritto al recupero del debito pagando una somma tra i tremila e i quattromila euro, ma il rivenditore era fermamente intenzionato a recuperare l’intera somma e l’affare saltava. 
È importante sottolineare che nessuna vittima delle estorsioni ha sporto denuncia all’autorità giudiziaria e chi è stato convocato dalle Forze dell’Ordine ha fornito indicazioni false in merito alle circostanze e alle modalità di ritrovamento del veicolo. Questo conferma la condizione di assoggettamento ed omertà della popolazione, conseguente alla forza di intimidazione dell’associazione di cui il gruppo di Sogliano rappresenta un’articolazione territoriale facente capo ai Coluccia di Noha.
L’infiltrazione del sodalizio mafioso negli organismi e nel tessuto sociale e politico «Le diverse attività che hanno caratterizzato l’indagine – acquisizione di documentazione, sequestri, escussioni a s.i. (sommarie informazioni N.d.A) di testimoni – supportate dall’attività tecnica di intercettazione ambientale e telefonica, hanno permesso di accertare come il contesto associativo oggetto dell’indagine si sia nel tempo ramificato sino ad inserirsi nel tessuto sociale e politico del territorio del comune di Sogliano Cavour», si legge nell’ordinanza.
Le attività illecite sono state possibili, in alcuni casi, grazie al favoreggiamento da parte di commercianti e imprenditori del posto. Ne è un esempio Salvatore Blago, titolare di una tabaccheria, che nascondeva le armi di Cianci, o del proprietario di un albergo in cui i “soglianesi” avevano tenuto nascosto il latitante Daniele De Matteis.
Il gruppo soglianese aveva instaurato buoni rapporti con alcuni appartenenti alle istituzioni pubbliche. Spiccano i contatti confidenziali tra Vincenzo Antonio Cianci e un vigile urbano di Sogliano Cavour, grazie ai quali il Cianci ha avuto la possibilità di scoprire, durante le indagini, che erano in corso alcuni accertamenti che lo riguardavano. Anche un militare dell’Arma dei Carabinieri offriva il suo aiuto per favorirli in caso di controlli e contestazioni di violazioni al codice della strada.
Dagli atti giudiziari emerge che la popolazione di Sogliano Cavour riconosceva a Vincenzo Antonio Cianci il ruolo di referente di spicco della locale criminalità organizzata e spesso ne chiedeva l’intervento per risolvere dissidi anche di carattere familiare, pur nella consapevolezza che l’uomo avrebbe utilizzato metodi violenti.
Tutto questo testimonia una preoccupante manifestazione di sfiducia da parte della popolazione nei confronti delle istituzioni locali deputate a garantire l’ordine e la sicurezza pubblica.
È da sottolineare anche lo stretto rapporto tra il Cianci e un’agente della Polizia Penitenziaria che all’epoca dei fatti prestava servizio a Genova. I due erano legati da una relazione sentimentale e la donna, pur consapevole del ruolo del Cianci, veniva meno ai suoi doveri di pubblico ufficiale che avrebbe dovuto portarla a denunciare le attività illecite dell’associazione e, in alcuni casi, forniva il suo aiuto all’uomo.

I rapporti con la pubblica amministrazione
Le indagini hanno portato alla luce i rapporti tra l’associazione mafiosa e Luciano Biagio Magnolo, all’epoca delle indagini Vicesindaco e Assessore ai Servizi Sociali e attualmente Consigliere Comunale, dopo essersi dimesso lo scorso giugno dalle altre due cariche. L’uomo è agli arresti domiciliari con l’accusa di corruzione e concorso esterno in associazione mafiosa per aver fornito un contributo significativo al clan versando somme di denaro per il sostentamento dei capi detenuti, in particolare di Michele Coluccia; per aver procurato posti di lavoro ad affiliati del gruppo di Sogliano Cavour; per essersi impegnato, nella sua qualità di Assessore alle Politiche Sociali presso il Comune di Sogliano Cavour, a corrispondere contributi economici (previsti per cittadini non abbienti) in favore di affiliati all’associazione, con priorità rispetto ad altri e facendo, a tal fine, indebite pressioni sull’assistente sociale incaricata di scrivere la relazione sociale strumentale alla connessione dei contributi; per procurare a Carmela Magnolo (detenuta per spaccio di sostanze stupefacenti) l’assunzione presso una società cooperativa al fine di farle ottenere l’autorizzazione ad allontanarsi dall’abitazione; per aver negato ai Carabinieri del NOR di Maglie di essere stato aggredito da Antonio Vincenzo Cianci in seguito al ritardo nel tener fede alla promessa di lavoro per la madre; per aver negato il danneggiamento della sua auto ad opera di Giuseppe Antonaci, episodio per il quale Magnolo, invece di denunciare all’Autorità Giudiziaria, si rivolgeva al clan.
In sostanza, come scrive il GIP Edoardo D’Ambrosio nell’ordinanza, “può ritenersi ragionevolmente certo che Luciano Biagio Magnolo, innanzitutto ed in via generale, avesse offerto la sua disponibilità personale per favorire l’associazione criminale facente capo ai Coluccia di Noha… Orbene, si ritiene adeguatamente provato che Magnolo Luciano fosse persona nella disponibilità del clan facente capo ai Coluccia di Noha”.

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