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Mafie News

''La Repubblica delle stragi'' tra mediazioni e verità mancate

Video e Foto
di Marta Capaccioni
Presentato a Perugia il libro scritto a più mani

Lo scorso 14 settembre al Teatro della Filarmonica di Corciano, in provincia di Perugia, si è tenuta la presentazione del libro “La repubblica delle stragi - 1978-1994, il patto di sangue tra Stato, mafia, P2 ed eversione nera”, pubblicato il 12 luglio 2018, scritto a più mani dagli autori Giuseppe Lo Bianco, cronista giudiziario de Il Fatto Quotidiano, Antonella Beccaria, giornalista e scrittrice, Fabio Repici, avvocato legale di Salvatore Borsellino e di tante vittime di mafia, Federica Fabbretti, attivista del Movimento delle Agende Rosse, Nunzia e Stefano Mormile, fratello e sorella di Umberto Mormile e dal dott. Giovanni Spinosa, Presidente del tribunale di Ancona.

L’evento è stato organizzato dal neo gruppo del movimento delle Agende Rosse coordinato da Angela Romano e dedicato ad Umberto Mormile, educatore carcerario ucciso l’11 Aprile 1990 da 6 colpi di pistola mentre si dirigeva al carcere di Opera, in provincia di Milano. Fu il primo omicidio rivendicato con una telefonata all’Ansa di Bologna dalla “Falange Armata”, quella famigerata sigla che appariva continuamente e che rivendicò una lunga serie di stragi e delitti eccellenti, tra cui Capaci e via d’Amelio fino alle stragi di Roma, Firenze e Milano nel 1993. Quello di Mormile rimane ancora, a livello processuale, un omicidio con grandi lacune di verità, riguardo ai moventi di quanto accadde all’educatore carcerario.



Alla presentazione hanno partecipato due degli autori, Stefano Mormile e il dott. Giovanni Spinosa. Quest’ultimo in passato si è occupato delle indagini a Bologna sulla 'banda della Uno Bianca’, esaminando il coinvolgimento della stessa in avvenimenti poi rivendicati dalla “Falange Armata”. Un dibattito moderato da Marco Bertelli durante il quale è intervenuto in collegamento anche Salvatore Borsellino, “la scintilla grazie alla quale tutte le mani che hanno scritto questo libro hanno potuto incontrarsi”.

Ecco che dallo sforzo e dall’impegno di questi autori è nata una storia. Una storia cronologicamente datata e logicamente collegata nei fatti. Una storia occulta, che riguarda il nostro Paese e che viene scritta in 16 anni, dal 1978 al 1994.
Prima i tanti puntini parevano non avere un senso: gli autori del libro, grazie a fatti documentati e a vicende ormai oggettivamente riconosciute e note, li hanno uniti, facendo emergere così un disegno unitario della lunga stagione stragista-trattativista.
Come racconta Stefano Mormile, questo percorso di 16 anni “ha modificato il destino del nostro paese e delle nuove generazioni, perché ha cambiato gli assetti del paese stesso”.

L’uccisione di suo fratello Umberto, vittima di mafia e di Stato, ha rappresentato un tassello chiave in quella catena di omicidi e di stragi. Soffocare nel silenzio i moventi del suo assassinio era strumentale a coprire quel disegno complesso. Disegno che, come spesso ripetuto durante la serata, ha determinato cambiamenti nella vita politica e sociale dell’Italia. E anche conseguenze sulla vita di ognuno di noi. Per questo motivo il punto di partenza in una storia così importante dovrebbe essere l’afflato dei cittadini alla ricerca della verità. Anche perché, come afferma con inquietudine lo stesso Stefano Mormile, quei fatti stanno ancora determinando la nostra sorte, e quegli incontri segreti nelle carceri tra boss mafiosi e agenti dei Servizi Segreti, certificati come Protocollo Farfalla nel 2003, potrebbero ancora verificarsi. “Il mondo delle carceri è un mondo ovattato” - afferma il fratello dell’educatore carcerario - “I servizi segreti hanno un potere inquietante, non si sa a chi rispondono, non si sa in nome di chi e nel bene di chi agiscono. Vorrei capire, se Umberto è stato ucciso per un bene superiore, qual è questo bene superiore?”.
Una domanda che forse dovremmo farci tutti, in particolare nei momenti in cui si constata la propensione, o meglio l’intenzione, di porre i fatti sotto una cupola d’ombra.


Nel suo intervento, Giovanni Spinosa ha fatto chiarezza su quella “grande alleanza strategica tra gruppi di potere occulto, massoneria (P2), apparati dello stato, mafia, nel loro tentativo di compenetrazione e non di ribaltamento violento delle istituzioni. Perché la violenza serviva per screditare le istituzioni e occuparle con uomini di propria fiducia”.
Per comprendere a fondo il significato e le finalità che si muovevano dietro quell’alleanza, si devono percorrere vicende storiche conosciute, come quelle della strage di Bologna, di Capaci, di via d’Amelio, e storie al contrario più trascurate e addirittura falsificate dalle versioni ufficiali, come l’omicidio Mormile e l’inchiesta sull’Autoparco milanese. Per giungere ancora al duplice assassinio di Antonino Agostino e della moglie Ida Castelluccio, al 21 giugno 1989, quando fallì l’attentato all’Addaura al giudice istruttore palermitano Giovanni Falcone e alle stragi “continentali” di Roma, Firenze e Milano del 1993.
Uno schema perfetto in cui si inseriscono i giorni della Falange Armata e quelli della banda Uno Bianca, che vedono come protagonisti i fratelli Savi, colpevoli di molteplici delitti e rapine, arrestati alla fine del 1994. Tutti espedienti, utilizzati al fine di dissimulare una strategia di destabilizzazione fortemente collegata alla mafia (Cosa nostra e ‘Ndrangheta stragista) e agli apparati deviati dello Stato (Servizi segreti e uomini politici). Un disegno che si completa nel marzo del 1994 con il matrimonio finalmente compiuto tra le due parti, come epilogo di quella vicenda che conosciamo come Trattativa Stato-mafia.

Riprendendo le parole di Giovanni Spinosa pronunciate in conclusione del suo intervento, “la cosa più importante è la pulsione alla ricerca della verità, perché la giustizia non può e non deve avere una mediazione”. C’è stato un accomodamento: “Condanniamo ma non andiamo oltre, perché si potrebbe danneggiare lo Stato e la sua immagine”. C’è stato un doppio Stato, che lavorava nel substrato delle Istituzioni, per trasformare l’assetto democratico dettato dalla nostra Costituzione, in un apparente bello e giovane corpo, in realtà senza vita. Ma quanto possiamo essere convinti nell’affermare che questo volto dello Stato non stia operando, magari in maniera diversa, anche oggi?

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