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Indagini chiuse: la Procura riconosce il metodo mafioso nell'aggressione a Maria Grazia Mazzola

mazzola maria grazia pp tv7di Aaron Pettinari
L'inviata del Tg1 era stata colpita durante un servizio lo scorso febbraio
Nessuno "sfogo" estemporaneo, nessuna reazione improvvisa durante un alterco, ma una vera e propria aggressione con modalità mafiosa per esercitare il controllo del territorio e punire chi, in quel momento, stava facendo domande nell'esercizio del proprio lavoro di giornalista. E' questo il quadro che emerge nell'avviso di conclusioni indagini trasmesso dalla pm Lidia Giorgio, della Dda di Bari, nei confronti di Monica Laera, moglie del boss barese Lorenzo Caldarola, madre di Ivan, imputato per violenza sessuale verso una bambina di 12 anni, e la sua consuocera di Monica Laera, Angela Ladisa.
Dopo la denuncia presentata dalla stessa giornalista, aggredita il 9 febbraio scorso mentre stava raccogliendo del materiale per una nuova inchiesta sulle baby gang, la Procura ha contestato dalla moglie del boss del quartiere Libertà di Bari, vari reati: minacce, lesioni aggravate, associazione mafiosa.
La donna era già stata condannata in via definitiva per mafia e secondo gli inquirenti si tratta di un soggetto socialmente pericoloso. Nei suoi confronti dunque si contesa l’articolo del codice penale 416 bis, perché autrice di una minaccia di morte e di un'aggressione fisica che avevano l’obiettivo di controllare il territorio, cioè il quartiere Libertà, facendo pesare il suo status di mafiosa e di moglie di mafioso.
"Bastarda" aveva detto mentre la colpiva al volto, per poi aggiungere la frase "non venir più qua che ti uccido". Dopo l'aggressione la giornalista era stata condotta al Pronto soccorso del Policlinico di Bari, dove gli furono riscontrati danni all'orecchio sinistro. Il reato è stato vagliato anche per Angela Ladisa, consuocera di Monica Laera. La donna quel 9 febbraio ha aggredito verbalmente, offendendone l’onore e il prestigio, i poliziotti intervenuti sul luogo dell’aggressione e chiamati dalla giornalista.
A seguito della notizia sulla sua pagina Facebook la Mazzola ha scritto: "Sono stata minacciata di morte perché ho osato mettere piede in via Petrelli e porre domande. E alla fine ce l'abbiamo fatta! La verità è venuta a galla... L'intimidazione é il modo per cancellare ogni notizia... Ci sono stati i falsi giornalisti, quelli che hanno scritto falsità e si sono fatti megafono di questa mafiosa. Quelli che mai hanno scritto che fosse una condannata. Ci sono stati i sindacalisti che mi hanno detto: 'Ma non rischi niente! Vai a mangiare in centro a Bari che nessuno ti tocca'. Spero che questo sindacalista legga il mio post e arrossisca di vergogna. Ci sono stati quelli che in un convegno hanno detto che non era certo che si sarebbe arrivati a processo per la mia aggressione.
Cose tra donne che si sono spintonate. La giornalista che si è solo spaventata… Si sa è una donna e le donne sono emotive. Vedete questo Paese non cresce, non si evolve perché l’informazione é ancora intrappolata nei luoghi comuni e nella superficie, nelle penne ubbidienti. Alle storie professionali forti e scomode non si da rilievo pubblico. La conclusione di indagini é forte. Ma vi imbatterete in poche righe”.
Dopo la notizia della conclusione indagini il sindacato della Federazione nazionale della Stampa italiana e Usigrai hanno annunciato di esser pronti a costituirsi parte civile al processo.
Inoltre solidarietà, sostegno sindacale e legale è stato offerto da Assostampa romana, il cui segretario Lazzaro Pappagallo ha scritto: “La Procura offre sostanza a quanto Maria Grazia Mazzola ha sempre sostenuto in interventi e dichiarazioni pubbliche. La collega ha subito una vera e propria aggressione di squadrismo mafioso. Stampa Romana denuncia a sua tutela e a tutela dei colleghi che indagano su attività mafiose le condizioni di lavoro di cronisti impegnati in un lavoro delicato di racconto di territori condizionati da interessi criminali”.

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