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Dentro ''Le parole rubate'' di Falcone e Borsellino cerchiamo la verità

parole rubateApplausi al Teatro Massimo alla prima dello spettacolo con Ennio Fantastichini
di Aaron Pettinari - Foto e Video
“Parole rubate”, “Qui non coincide nulla!”, “Borsellino le ha trovate?”, “Chi è quell’uomo?”, “Quante mani su quella borsa…”, ”Dove sono i dischetti?” “Per conto di chi?”. Sono solo alcune delle parole che scorrono sui lenzuoli bianchi sciolti dai palchi e che avvolgono la platea del Teatro Massimo. Gli spettatori osservano, in silenzio, quel momento eterno in cui si “riavvolge il nastro” di uno spettacolo che, nei giorni delle commemorazioni, fa riflettere non solo su ciò che è stato detto, fatto o scritto sulla vita di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ma, soprattutto, su ciò che è avvenuto dopo le due stragi, individuando quei “pezzi mancanti” che poi avvolgono nel mistero la verità sulla morte dei due giudici.



Lo spettacolo “Le parole rubate” dei giornalisti Salvo Palazzolo e Gery Palazzotto, con la regia di Giorgio Barberio Corsetti; e le musiche di Marco Betta eseguite da una formazione di trenta professori d'orchestra, diretta da Yoichi Sugiyama sviscera tanti interrogativi che a 25 anni di distanza restano presenti. Eccezionale l’interpretazione di Ennio Fantastichini che di fatto conduce l’indagine sui 57 giorni che separano i due attentati. La sinergia di immagini, suoni, voci e proiezioni è impreziosita ancora di più dagli oggetti originali dei due magistrati come la borsa di Paolo Borsellino, mezza carbonizzata, o il vecchio computer Compaq, appartenuto a Giovanni Falcone. A portarli sul palco è Giovanni Paparcuri, l’autista  di Rocco Chinnici sopravvissuto alla strage di via Pipitone Federico, e per un attimo quelle due reliquie è come se parlassero, stabilendo loro stesse il “filo conduttore della storia”.
Passo dopo passo vengono ripercorsi i fatti avvenuti appena quattro ore dopo la strage di Capaci, quando due magistrati e un ufficiale dei carabinieri entrarono nell’ufficio di Falcone al ministero della Giustizia, guardandosi attorno e lasciando lì i computer, i documenti e gli appunti del magistrato appena assassinato. Viene rivissuto il “dramma” di documenti che spariscono misteriosamente con tanto di accessi nei computer nei giorni successivi alla strage, prima che gli stessi fossero sequestrati.


Nel monologo continuamente la lente di ingrandimento si sposta tra Capaci e via d’Amelio, a quell’agenda rossa sparita dalla borsa di Borsellino. Nello schermo appare l'immagine dell'allora capitano dei Carabinieri, Giovanni Arcangioli, con in mano proprio la borsa del giudice. Quanti misteri. In sala erano tanti gli addetti ai lavori presenti. Magistrati, giudici, giornalisti ma anche cittadini hanno regalato più di un applauso all’intero spettacolo. All’uscita dopo questa rappresentazione teatrale d’inchiesta, sono tante le domande che restano tra gli spettatori. Un pugno allo stomaco che aiuta a riflettere rispetto ai tanti trionfalismi che vengono sempre recitati dai rappresentanti istituzionali nei giorni delle commemorazioni.

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