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Lea Garofalo, la scelta di una donna emancipata uccisa dalla 'ndrangheta

garofalo lea web1di Marcello Ravveduto*
La storia di Lea Garofalo ruota tutta intorno ad un appartamento situato in Via Montello, 6 a Milano. Una storia complessa in cui si intrecciano relazioni familiari, storie di clan, spaccio di droga e infiltrazioni ‘ndranghetiste in Lombardia. Il contesto è simile a quello di altre cellule criminali trapiantate e radicate nel nord del paese. Un trasferimento che porta con sé, oltre ai disvalori mafiosi, anche le faide cominciate a mille chilometri di distanza, e precisamente a Petilia Policastro in provincia di Crotone, la stessa provincia da cui è partita la famiglia Grande Aracri che ha colonizzato la bassa emiliana.
L’hanno uccisa il 24 novembre 2009 in modo barbaro non solo perché aveva collaborato con la giustizia, ricostruendo gli omicidi di ‘ndrangheta effettuati a Milano negli anni Novanta, ma anche perché era donna e, quindi, ulteriormente responsabile di aver mostrato la propria autonomia intellettuale, ribellandosi agli uomini del clan.
Lea nel 2002 comincia a raccontare ai magistrati ciò che sa, ciò che ha visto. Perché lo fa? Vuole dare un esempio positivo alla figlia Denise prima che la sua vita sa sottoposta al giogo fisico e psicologico della ‘ndrina. Aiuta i magistrati a ricostruire l’omicidio di Antonio Comberiati, denunciando il ruolo svolto dal fratello Floriano Garofalo e dal cognato, fratello del compagno Carlo Cosco, Giuseppe Cosco detto «Smith» (dal nome della pistola).
È ammessa nel programma di protezione insieme alla figlia e trasferita a Campobasso. La misura le viene revocata nel 2006 perché, così c’è scritto nell’ordinanza del magistrato, il suo apporto non è stato significativo. Lea si rivolge prima al TAR, che conferma la revoca, poi al Consiglio di Stato, che le restituisce la protezione. Nel dicembre del 2007 è riammessa al programma, ma nell’aprile del 2009 – pochi mesi prima della sua scomparsa – decide all’improvviso di rinunciare volontariamente a ogni tutela e di tornare a Petilia Policastro, per poi trasferirsi di nuovo a Campobasso in una casa procurata proprio dall’ex compagno Carlo Cosco.
Secondo gli inquirenti, la donna ha ceduto allo scoramento della rassegnazione al punto da riavvicinarsi al coniuge, che sta macchinando la sua esecuzione, per arrivare ad un compromesso in grado di salvarla. Il sintomo più evidente di questo stato psicologico è una lettera indirizzata al Presidente della Repubblica, datata 28 aprile 2009: «Oggi mi ritrovo, assieme a mia figlia isolata da tutto e da tutti, ho perso tutto, la mia famiglia, ho perso il mio lavoro (anche se precario) ho perso la casa, ho perso i miei innumerevoli amici, ho perso ogni aspettativa di futuro, ma questo lo avevo messo in conto, sapevo a cosa andavo incontro facendo una scelta simile. Quello che non avevo messo in conto e che assolutamente immaginavo, e non solo perché sono una povera ignorante con a mala pena un attestato di licenza media inferiore, ma perché pensavo sinceramente che denunciare fosse l’unico modo per porre fine agli innumerevoli soprusi… La cosa peggiore è che conosco già il destino che mi spetta, dopo essere stata colpita negli interessi materiali e affettivi arriverà la morte!».
E la morte arriva, terribile e inesorabile con il metodo della “Lupara bianca” che la spazza via dalla “faccia” della Terra.  Il suo corpo ridotto a poltiglia, fango confuso con altro fango. In un primo momento si pensa alla “solita” immersione nell’acido, ma il rituale dell’esecuzione, scoperto in seguito, è molto più macabro e indicativo della punizione inferta alla “infame strega”: le sparano un colpo di pistola alla testa e poi né bruciano le carni fino alla consunzione. Un vero e proprio rogo da Santa Inquisizione. I resti saranno ritrovati nel 2012 in una campagna della Brianza.
Perché è importante la storia di Lea? Per due motivi. Il primo è il pregiudizio dello Stato che l’ha trattata come una “pentita”, ovvero come una criminale da cui prendere informazioni per concedere uno sconto della pena, e non come una “testimone” che volontariamente si è separata dal contesto familiare mafioso per aiutare, in quanto cittadina della Repubblica, il regolare percorso della Giustizia.
Il secondo motivo è più interno alle logiche della ‘ndrangheta. Se osserviamo la storia di questa organizzazione criminale notiamo un quadro di notevole mutamento dalla seconda metà del secolo scorso a oggi, in presenza, tuttavia, di alcune costanti: il carattere orizzontale, famigliare e patriarcale del potere e la forte sottolineatura organizzativa e ideologica dell’arcaismo di riti, simboli e codici. Le relazioni tra gli affiliati, basate in larga parte sul vincolo di sangue, tendono a rendere sempre più coeso il gruppo al suo interno e sempre più chiuso rispetto alle influenze della società più ampia e legale.
Ha scritto Vincenzo Macrì, sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia: «Ancora oggi […] quei riti, quelle formule, sono osservate come cento anni fa, nell’ovile di Platì, come nei rioni di Reggio Calabria, nel retro del bar di Buccinasco, come nelle fattorie australiane, ovunque insomma la ‘ndrangheta esprime la continuità della sua presenza, della sua attività, del suo proselitismo, della sua espansione. Anche nel rispetto dell’identità del passato va ricercato uno dei motivi di tale sorprendente capacità di sopravvivenza, di continuo rinnovamento, di rapido adeguamento al mutamento delle situazioni esterne».
Il controllo sociale capillare appare come la proiezione sul territorio di un controllo ancora più marcato, quello sui propri affiliati e sui loro famigliari. Le regole basilari sono quelle di eseguire fedelmente gli ordini, di sottomettersi alla gerarchia, di vendicare le offese ricevute senza far ricorso all’autorità statale, di non testimoniare mai contro altri affiliati, di assistere i latitanti e di non intrattenere alcun rapporto con esponenti delle forze dell’ordine e della magistratura. In caso di trasgressione (propria o dei propri famigliari) gli efficienti tribunali della ‘ndrangheta non esitano a decretare punizioni che arrivano fino alla condanna a morte.
Lea in questo senso raffigura un vulnus insanabile. Infatti sebbene appartenga alla risma delle donne nate e cresciute in ambiente mafioso non cede, in quanto moglie di boss, alla tacita richiesta di complicità e di co-responsabilità omertosa. Lea non si comporta come le altre che durante i lunghi anni di latitanza dei loro uomini divengono puntello di sostegno psicologico e materiale, ma anche delegate temporanee del potere maschile criminale. Né agisce come trait d’union fra gli uomini della cosca latitanti o in carcere e i membri dell’organizzazione che possono muoversi alla luce del sole.
Rappresenta una possibile via verso l’emancipazione. Una strada che spezza il ruolo culturale/antropologico delle donne di mafia. Mentre a partire dagli anni ’90, in riferimento alla questione della collaborazione con la giustizia, il ruolo delle mogli degli ndranghetisti è emerso in modo eclatante come strategia di contrapposizione alle accuse dei pentiti, Lea s’incammina sul ciglio periglioso della denuncia dirigendosi nel verso opposto e spezzando il tradizione schema di tutela famigliare. È il simbolo concreto del cambiamento femminile, della possibilità di trasferire alle nuove generazioni valori civili e non disvalori mafiosi
A tutt’oggi la figura delle donne collaboratrici, nell’ambito della ‘ndrangheta, è rara. Spesso è una reazione alla violenza esercitata dalla violenza che l’uomo esercita sul corpo femminile. In tali casi non è tanto la violenza criminale, di cui le donne in generale sono al corrente, ma la violenza subita in prima persona che può portare alla dissociazione da quel mondo.
Così come le donne delle famiglie mafiose oggi – o perché abilmente manovrate dagli uomini dei clan, o perché volentieri protagoniste della sfera pubblica – sono coinvolte in prima persona nelle strategie comunicative contro la magistratura, contro la collaborazione e a favore degli interessi criminali, così appaiono anche impegnate nella gestione economica della ricchezza e nell’attività criminale violenta, come l’estorsione, l’usura, il traffico di droga e quello delle armi. Attive, ma subordinate sul piano individuale.
L’emancipazione si ferma davanti alla sfera privata, segnata oggi come ieri da sottomissione agli uomini del clan e assenza di libertà di scelta. Come ha scritto Salvatore Lupo: «Una delle differenze tra il dentro e il fuori è proprio questa: alle donne dei mafiosi non è consentito quanto è consentito alle altre».
Per questo non bisogna mai dimenticare l’esempio di Lea.

* fanpage.it

Tratto da: narcomafie.it

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