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Mafie News

Il denaro fantasma di Cosa nostra

soldi 2 maniDal tesoro dei Graviano al sequestro beni a Maniscalco
di AMDuemila
"Ritengo che siano ancora molti i soldi mafiosi sotto terra. Nascosti. Credo ci siano enormi ricchezze convertite in lingotti d'oro. E credo che lo Stato non sappia bene in che direzione cercare". Così parlava Tommaso Buscetta, il primo vero pentito che davanti a Giovanni Falcone raccontò vita morte e miracoli dell'associazione criminale Cosa nostra. L'oro della mafia è tanto, troppo, e spesso introvabile. Sul punto, sono molti ancora i tesori fantasma su cui lo Stato non è ancora riuscito a mettere le mani.
A cominciare dal bottino dei fratelli Graviano, Filippo e Giuseppe, al carcere duro dal 1994. Nel 2011 le forze dell'ordine scoprivano un tesoro di 32 milioni di euro nella sola città di Palermo. Le indagini in particolare avevano portato alla luce l’infiltrazione della criminalità organizzata in diversi settori dalle scommesse, alla ristorazione, alla rivendita di tabacchi e alla vendita al dettaglio di carburante. Ed è proprio in questo settore che i fratelli Graviano hanno investito cospicue somme di denaro fin dai primi anni Novanta con aree di servizio collocate in posizioni strategiche della città di Palermo, come all’ingresso autostradale. Briciole, in confronto al vero patrimonio dei capimafia di Brancaccio, che sostiene ancora agiatamente i familiari dei boss in carcere.
Da Palermo all'Africa il passo è breve. Vito Roberto Palazzolo è lo storico boss che in Sud Africa ha costruito una fortuna grazie al traffico di diamanti, prima di essere stato arrestato a Bangkok nel 2012 (ed estradato l'anno dopo). Il padrino, condannato nel 2009 per associazione mafiosa a nove anni con sentenza definitiva, era riuscito a mettere le mani sui giacimenti di pietre preziose con la complicità e la corruzione dei vari paesi del continente nero. Palazzolo ha poi iniziato a parlare davanti agli inquirenti, ma il bottino custodito in Africa non è ancora venuto alla luce. Il traffico dei diamanti era "cosa" di famiglia, gestito anche dal fratello Pietro Efiso Palazzolo, che a Città del Capo era proprietario della compagnia Von Palace Diamond Cutter. A Short Market, Pietro Efisio trasferì il suo laboratorio, ed è qui che i Palazzolo erano proprietari di uffici e attività occultate da società offshore. Il boss, poi, estese i suoi interessi nel traffico di preziosi anche in Angola, dove aprì cinque aziende controllando altrettante miniere a Lunda Nord.
E che dire dei proventi del boss Salvatore Lo Piccolo, derivanti da pizzo ed estorsioni? Quando è stato arrestato il capomafia, nel 2007, sono stati ritrovati nel covo gli incassi segnati su dei pizzini. "Ti elenco le entrate", c'era scritto all'inizio del libro mastro. Seguivano colonne di numeri e nomi, tra i quali quelli delle vittime del racket che pagavano da un minimo di 500 euro a un massimo di diecimila euro al mese. E un appunto sulla scrivania riferito a conti esteri. Numeri che però non hanno portato ad alcun sequestro.
E' solo di ieri il sequestro di 15 milioni di euro a Francesco Paolo Maniscalco, più volte arrestato e inquisito per mafia, figlio di Salvatore e storico appartenente alla famiglia di Corso dei Mille. Di lui il pentito Vito Galatolo ha detto ai magistrati che era fra gli autori del colpo, fruttato 9 milioni di euro, al Monte dei Pegni di Palermo del 1991. Denaro che poi scomparve nel nulla. Così come scomparve quello di un altro colpo di Cosa nostra di qualche anno dopo, nel '95, alle Poste centrali di Palermo. Totale: 5 milioni di euro, tre dei quali per le forze dell'ordine ancora introvabili.

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