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Trattativa mafia-Stato: il peccato originale della nostra Repubblica

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di AMDuemila - 6 novembre 2011
Catania
. E’ Salvatore Borsellino a richiamare l’attenzione su quel “peccato originale del quale non ci potremo liberare” riferendosi alla trattativa tra Stato e mafia intrisa del sangue di suo fratello, di Giovanni Falcone e di tanti altri martiri.

L’occasione è la presentazione del libro “Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino” (Bongiovanni-Baldo, Aliberti ed.) che si è tenuta a Catania sabato 5 novembre, organizzata dalle associazioni Cittàinsieme, Dal Cielo alla Terra – Catania, in collaborazione con la Facoltà di Lingue e Letterature straniere del capoluogo etneo. Il “vizio della memoria che i giovani rischiano di perdere” risuona forte nell’introduzione del moderatore dell’incontro, Padre Salvatore Resca, sacerdote decisamente “progressista”, nonché fondatore e animatore di Cittàinsieme. “Le intuizioni e i timori di Paolo Borsellino – sottolinea Resca – sono i timori dei siciliani che hanno a cuore la nostra isola”. Dal canto suo il preside della facoltà di Lingue, Nunzio Famoso, esordisce augurando buon lavoro al neo procuratore Giovanni Salvi, che opererà “in una città terribile come Catania”. “La mafia – rimarca il prof. Famoso – vive in sintonia con lo Stato”, addentrandosi poi in un’amara considerazione su uno Stato sempre pronto “a delegare qualcuno a combattere la mafia” nella stessa maniera che aveva favorito la solitudine e l’isolamento di Paolo Borsellino. Nel ricordo di un vero e proprio “profeta” e maestro del giornalismo come Pippo Fava Giorgio Bongiovanni introduce il suo intervento riprendendo alcuni passaggi illuminanti dell’ultima intervista al direttore de I Siciliani fatta da Enzo Biagi. “I mafiosi sono in ben altri luoghi e in ben altre assemblee – diceva Pippo Fava il 28 dicembre 1983, una settimana prima di essere ammazzato –. I mafiosi stanno in Parlamento, sono a volte ministri, sono banchieri, sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione”. Parole profetiche. Che gli sarebbero costate la vita. “Quando vedo il signor Saverio Romano o il signor Marcello Dell’Utri – sottolinea con forza Bongiovanni – ripenso a Pippo Fava e al fatto che aveva ragione”. Il sentimento di rabbia e profonda indignazione aumenta di livello via via che il direttore di Antimafia Duemila approfondisce la sua analisi sulla trattativa e su quello che definisce uno “Stato-mafia” che si disputa il potere con Cosa Nostra uccidendo i suoi più fedeli servitori. Il riferimento agli ultimi violenti attacchi nei confronti del pm Antonio Ingroia “reo” di essersi definito “un partigiano della Costituzione” introduce la forte provocazione di Bongiovanni, contrassegnata da una effettiva presa di posizione, di volersi dissociare da un simile “Stato-mafia” per poter essere anche lui un “partigiano” della nostra Costituzione. Il co-autore del libro su Paolo Borsellino spiega di seguito la genesi del “patto” scellerato tra Totò Riina e lo Stato finalizzato a dividere l’Italia in tre parti lasciando il Sud e la sua economia nelle mani della mafia. Bongiovanni affonda successivamente il dito nella piaga di uno Stato sospettato di aver fatto uccidere la moglie di Nitto Santapaola per evitare che il boss di Catania si potesse pentire rivelando così i suoi legami con il mondo politico-imprenditoriale e le “coperture” di cui aveva goduto in passato di una parte della magistratura catanese. prese-libro-gli-ultimi-pb-051111-bigSecondo la ricostruzione di Bongiovanni se Santapaola avesse parlato sarebbe crollata l’economia del capoluogo etneo. E questo non era (e non è) ammissibile. “Quando conosceremo tutta la verità sulla strage di via D’Amelio – conclude il direttore di Antimafia Duemila – questo Paese crollerà, ma noi saremo liberi e di fronte alla libertà ne sarà valsa la pena”. Uno stralcio dell'ultimo editoriale scritto da Pippo Fava per I Siciliani nel novembre dell’‘83 intitolato “Gli invulnerabili” viene ripreso subito dopo da Lorenzo Baldo. “Il clima morale della società è questo – rilegge il vicedirettore di Antimafia Duemila – . Il potere si è isolato da tutto, si è collocato in una dimensione nella quale tutto quello che accade fuori, nella nazione reale, non lo tocca più e nemmeno lo offende, né accuse, né denunce, dolori, disperazioni, rivolte. Egli sta là, giornali, spettacoli, cinema, requisitorie passano senza far male: politici, cavalieri, imprenditori, giudici applaudono. I giusti e gli iniqui. Tutto sommato questi ultimi sono probabilmente convinti d'essere ormai invulnerabili”. L’analisi di Baldo si snoda attraverso il parallelismo tra il potere individuato da Fava e quello odierno, per poi affrontare il mistero della scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino. L’emblema della storia di Rita Atria legata a quella di Paolo Borsellino torna a riaffacciarsi nell’intervento di Graziella Proto, stretta collaboratrice di Pippo Fava. Il tema dell’informazione tenuta “sotto cappa” viene di seguito affrontato dalla Proto attraverso una riflessione sul ruolo del “Berlusconi della Sicilia”, alias Mario Ciancio, capace di “trasformare l’informazione in affari” all’interno di un recinto mediatico sul quale il “dominus” dell’informazione siciliana ha letteralmente potere di vita e di morte. Il direttore del giornale Casablanca ricorda gli attacchi subiti per la pubblicazione sul blog Erroneo.org di un dossier sul “Caso Catania” e riaccende così le luci su un sistema di potere inossidabile capace di riciclarsi negli anni (il procuratore generale dell’epoca scrisse a Graziella una lettera alquanto “pesante” definendo quel dossier un insieme di “fabule”). Attacchi indiscriminati e “trasversali” che ben conosce Riccardo Orioles. A tal proposito lo storico redattore de I Siciliani ricorda successivamente l’aspra polemica relativa alla foto pubblicata dal blog di Pino Finocchiaro e dal Fatto Quotidiano nella quale erano ritratti l’attuale procuratore aggiunto di Catania, Giuseppe Gennaro (già candidato alla poltrona di procuratore di Catania), in compagnia di altre persone tra cui l’imprenditore di San Giovanni La Punta (Ct), Carmelo Rizzo, affiliato al potente clan Laudani. La pubblicazione di simili notizie rappresenta per Orioles la continuazione di quel tipo giornalismo puro e autentico incarnato da Pippo Fava. Un giornalismo libero che inevitabilmente rivivrà nella riedizione de I Siciliani in edicola dal prossimo anno, frutto della determinazione e della testardaggine dello stesso Riccardo Orioles. Rabbia, dolore, disillusione e poi ancora speranza e una cocente sete di giustizia, sono solo alcuni dei sentimenti di un uomo come Salvatore Borsellino chiamato a concludere la presentazione di questo libro. La pretesa della verità sulla strage di via D’Amelio del fratello di Paolo Borsellino scuote tutti i presenti. E’ una richiesta senza sconti per nessuno. Soprattutto per quei rappresentanti delle istituzioni che solamente a distanza di anni, e solamente dopo che il figlio di un mafioso come Massimo Ciancimino ha parlato con i magistrati, si sono ricordati di dettagli fondamentali ai fini investigativi, inspiegabilmente taciuti per anni. L’amarezza di Salvatore tocca il suo apice quando affronta il nodo della trattativa tra Stato e mafia e la consapevolezza di suo fratello di questo patto scellerato. “Tante volte – sussurra il fratello del giudice – mi è venuto in mente che Paolo avesse voluto morire dopo essere venuto a conoscenza di questa trattativa. Ma che Stato è questo?… Io penso che Paolo abbia perso la voglia di vivere dopo essersi reso conto di questa mafia insinuata dentro lo Stato…”. La gente si alza in piedi, commossa, in un lunghissimo applauso, quasi a stringersi attorno. Salvatore tiene alta la sua agenda rossa. Il direttore di Antimafia Duemila si avvicina e lo abbraccia con la promessa di raggiungere la verità. A qualunque costo.

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