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Mafie News

Don Peppe Diana, il prete che osò sfidare i Casalesi

diana peppe don raiA ventiquattro anni dal suo omicidio le sue parole sono ancora attuali
di Davide de Bari

La mattina del 19 marzo 1994, don Giuseppe Diana era nella sala riunioni della sua chiesa a Casal di Principe, mentre si apprestava a indossare gli abiti per celebrare la prima messa, come di consueto. Era il giorno del suo onomastico quando in chiesa entrarono due uomini gridando: “Chi è don Peppino?”, “Sono io” rispose il parroco. I sicari non se lo fecero ripetere due volte e spararono contro il prete cinque colpi di pistola calibro 7.65. Don Peppe cadde sul pavimento sporco di terriccio. Chi lo soccorse per primo provò inutilmente a rianimarlo, ma Don Peppe non c’era più. La sua voce libera e incapace al silenzio fu zittita dai colpi di pistola. Solo la morte poteva far tacere le parole di chi come lui osò sfidare con estremo coraggio, a quel tempo, la mafia.

Parole di denuncia
Don Giuseppe Diana
nacque a Casal di Principe, città antica di camorra, dove la mafia era l’unico “organo di potere” che gli abitanti riconoscevano, dove l’omertà concedeva la dignità. Nel 1968, don Peppe entrò in seminario, si laureò in Filosofia, diventò un capo scout e nel 1982 venne ordinato sacerdote. Il prete aveva studiato a Roma, dove gli aspettava una brillante carriera, lontana dalle vicende del paese dove era nato. Ma d'improvviso decise di tornare indietro e nel 1989 fu ordinato parroco della parrocchia di San Nicola di Bari nella sua città. Don Peppino aveva una grande forza di volontà, iniziò subito a lavorare, realizzando un centro di accoglienza per i primi immigrati africani. Doveva impedire che quelle persone diventassero soldati della camorra. Don Diana non era un prete come tanti, che presenziavano i funerali dei “morti ammazzati” nelle diverse guerre di successione dei boss della camorra, senza nulla dire; che consolavano le moglie ai funerali dei figli assassinati con un semplice “fatevi coraggio”. Il parroco voleva rompere quello stato di cose, voleva porre fine allo strapotere mafioso. Così scrisse un documento nel dicembre 1991, firmato insieme a tutti i parroci delle parrocchie di Casal di Principe, in cui era racchiuso il suo fondamento pastorale con parole di estrema integrità morale, che resero quel documento un testamento spirituale di valori universali. Il suo titolo? “Per amore del mio popolo non tacerò”. Era uno spaccato che descriveva cos'era la camorra, cosa causava e sopratutto era un appello alle istituzioni e ai cristiani. “Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno - scriveva don Diana - Dio ci chiama ad essere profeti. Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18); Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43); Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23); Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 -Isaia 5). Coscienti che “il nostro aiuto è nel nome del Signore” come credenti in Gesù Cristo il quale “al finir della notte si ritirava sul monte a pregare” riaffermiamo il valore anticipatorio della Preghiera che è la fonte della nostra Speranza”.
Le parole e le azioni del prete divennero poi bersaglio dei Casalesi, che non potevano accettare questo smacco. Così lo condannarono a morte.

Giustizia per don Dian
a
don peppe diana omicidio la stampaL’assassinio di don Diana fece tanto clamore, come quello di don Pino Puglisi l’anno precedente, che mobilitò migliaia di persone in un corteo che percorreva le strade della città dai cui balconi pendevano lenzuola bianchi in segno di lutto e di protesta. Ventimila erano le persone che scelsero di scendere in piazza e insieme a questi gli scout. Dopo pochi giorni tra le gente circolavano le voci circa il movente dell’omicidio: don Diana fu ucciso per una questione di donne. Ma i carabinieri stroncarono sul nascere questa ipotesi che alla fine si rivelò di natura denigratoria. 
Il movente dell’omicidio del prete di Casal di Principe venne alla luce nel processo di secondo grado e confermato poi in Cassazione il 4 marzo 2004. I giudici ermellini condannarono all’ergastolo come esecutori dell’omicidio, Mario Santoro e Francesco Piacenti e come mandante il boss Nunzio De Falco detto “o lupo”, che all’epoca dei fatti era in Spagna, vista la sanguinosa faida che versava tra la sua fazione e quella degli Schiavone. I giudici ribaltarono la sentenza di primo grado ed esclusero l’ipotesi della custodia da parte del prete delle armi dei clan, fatto che aveva scatenato la macchina del fango (con titoli di articoli sul Corriere di Caserta: "Don Diana era un camorrista" e "Don Diana a letto con due donne"). Dalla sentenza di Cassazione emerse senza ombra di dubbio che don Diana fu ucciso per il suo coraggioso impegno di contrasto alla camorra. Ed è per questo motivo che quest’oggi si ricorda Don Peppe per non aver taciuto la verità davanti al potere camorrista e per aver testimoniato fino alla morte l’amore di Cristo, realizzando la solidarietà in una terra ostile. Anche quest’anno il parroco sarà ricordato nella sua città, sarà ricordata la sua lotta per il riscatto della sua terra, il suo essere semplicemente un uomo che con la parola ha sfidato una delle organizzazioni mafiose più potenti al mondo. Sarà ricordato il suo impegno che ancora oggi “cammina sulle nostre gambe”.

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