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Mafie News

Strage Duisburg, difesa boss Nirta ricorre in Cassazione: punta sulla prova del Dna

di Davide de Bari
Oltre al boss ci potrebbero essere altre tre persone che avrebbero potuto maneggiare il reperto

I legali difensori del boss Sebastiano Nirta, gli avvocati Nico D’Ascola, Francesco Siclari e Antonio Russo, hanno presentato il ricorso in Cassazione con il quale proveranno ad annullare la sentenza di condanna all’ergastolo pronunciata dalla Corte d’Appello, che ripristinò la sentenza di primo grado dopo che la Cassazione, nel 2016, aveva annullato con rinvio la sentenza d'appello, limitatamente alla posizione di Nirta, rispetto all’accusa di omicidio pluriaggravato confermando, invece, la condanna a 12 anni per “associazione mafiosa”. Secondo la Corte d’Appello, il boss Nirta, 48 anni, sarebbe stato uno dei killer delle strage a Duisburg (Germania) il 15 agosto del 2007 dove furono assassinate sei persone originarie di San Luca, in Aspromonte. La strage segnò, secondo gli inquirenti, l’apice della faida di San Luca tra le opposte fazioni della cosche di ‘Ndrangheta “Nitra-Strangio” e “Pelle-Vottari”. Prima di Nirta, ad essere condannato all’ergastolo in via definitiva, in quanto killer del massacro, è stato Giovanni Strangio. Il boss Sebastiano Nirta era il cognato di Maria Strangio, 33enne madre di tre bambini e moglie del boss e capo dell'omonima cosca Giovanni Luca Nirta, uccisa a San Luca il giorno di Natale del 2006. Omicidio che, secondo la ricostruzione della Dda di Reggio Calabria, sarebbe stato la causa scatenante della strage di Duisburg.
“Il giudice del rinvio, con l’approfondimento istruttorio disposto, ha ottenuto un risultato che non consente di riferire la traccia 710 - è scritto nel ricorso della difesa di Nirta - in via esclusiva al soggetto n.13 e, di conseguenza, all’odierno ricorrente, con l’ovvia precisazione, che il luogo di rinvenimento della traccia, il tappo della benzina della Clio, non consente di formulare un giudizio di contemporaneità delle contribuzioni”. Dunque i legali del boss per provare ad annullare la sentenza di appello-bis, puntano su una prova del Dna della traccia 710 che “ha evidenziato la presenza di Dna di almeno altri 3 soggetti (4 con ‘lettura’ con metodo composito): quindi più persone oltre a Nirta possono aver maneggiato in tempi non definibili, il reperto lasciandovi tracce direttamente o indirettamente”. Inoltre, la difesa ha ritenuto che non ci sono altri elementi per ribaltare la sentenza assolutoria pronunciata dalla Corte d’Assise e d’Appello di Reggio Calabria nel 2015, in quanto “l’accertamento istruttorio espletato sulla traccia 710 non ha apportato elemento alcuno di novità indiziaria o probatoria rispetto al compendio di atti”.
Il boss Sebastiano Nirta è stato arrestato nel febbraio 2010 all’interno dell’operazione “Fehida III”. Rinviato a giudizio in primo grado Nirta venne condannato all'ergastolo perché ritenuto responsabile del reato di associazione mafiosa, omicidio aggravato e detenzione e porto illegale di armi. Sentenza che nel luglio 2015 fu ribaltata, per quanto riguarda l'omicidio aggravato e la detenzione e porto illegale di armi, con l'assoluzione "per non aver commesso il fatto". I magistrati, però, fecero ricorso e ci fu un nuovo processo con nuovi accertamenti del Pg Bernardo Petralia e il sostituto procuratore generale Fulvio Rizzo trovando nuovi indizi che non erano stati valutati prima, come proprio gli esami dell’abitacolo della Renault Clio che sarebbe stata utilizzata dai sicari la sera del 15 agosto 2007. All’interno delle motivazioni d’Appello, i magistrati avevano accertato che c’era stata una “carente ed erronea valutazione delle risultanze probatorie davanti all’esame delle tracce 964 e 698 acquisite in sede di rilievi scientifici sulla autovettura Renault Clio” e una “contraddittorietà e carenza motivazionale”. Quindi era stata sottolineata la presenza di un refuso, ovvero una traccia biologica di Dna rivenuta sul tappo del serbatoio dell’auto attribuita a Nirta (segnato come “soggetto 13”), indicata erroneamente come “701” anziché “710”.
Dunque ora la palla passa al vaglio della Cassazione che nei prossimi mesi dovrà esprimersi.

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