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'Ndrangheta: arrestati i vertici della cosca Mancuso

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Gratteri: "Decapitata famiglia di ‘Ndrangheta fra le più importanti d'Italia"

“Errore fatale”. E’ questo il nome dell’operazione che ha portato agli arresti di quattro esponenti del vertice della cosca Mancuso di Limbadi da parte della Polizia di Stato di Vibo Valentia e dagli uomini dello Sco in quanto ritenuti responsabili dell’omicidio di Raffaele Fiamingo e il tentato omicidio di Francesco Mancuso, considerati tra i capi della ‘ndrina.
Gli arresti si sono svolti tra Tropea e Zungri mentre uno a Milano. Per l’operazione sono stati impiegati 50 uomini delle forze dell’ordine per eseguire sia gli arresti, ma anche perquisizioni a Vibo Valentia, Milano e Prato. Le attività d'indagine, eseguite dai poliziotti delle Squadre Mobili di Vibo Valentia e Catanzaro, coordinate dal Servizio Centrale Operativo e supportate anche da dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia, "hanno permesso di accertare che l'omicidio era maturato per contrasti insorti nella gestione delle attività criminali tra i componenti della famiglia Mancuso, in particolare la fazione capeggiata da Ciccio Mancuso, alias Tabacco, e quella guidata da Cosmo Mancuso, alias Michele”. Secondo la ricostruzione dei magistrati si sarebbe creata una vera e propria faida.
Tra gli indagati c’è proprio Cosmo Mancuso, 70 anni, ritenuto secondo gli inquirenti il capo del gruppo criminale, attualmente detenuto nel carcere di Prato. Insieme a lui è stato arrestato anche Giuseppe Accorinti, 60 anni, presunto affiliato alla ‘Ndrangheta che il 5 agosto dello scorso anno, a Zungri, avrebbe tentato di infiltrarsi tra i portatori della statua della “Madonna della Neve”, Santa patrona della città vibonese. Mentre a Tropea è stato bloccato dai poliziotti dello Sco Salvatore Poito, 55 anni, considerato il “braccio armato” della famiglia e al vertice della cosca La Rosa, alleata con i Mancuso.
Durante la conferenza stampa presso la questura di Vibo Valentina alla presenza del Procuratore Capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, che ha evidenziato come in carcere siano finiti “attori di primo piano di un clan che comanda il battito cardiaco di questo territorio. Sono tra i più importanti ‘ndranghetisti della Calabria”.
L’indagine della Dda di Catanzaro ha fatto emergere non solo l’attentato in cui fu ucciso Raffaele Flamingo e ferito Francesco Mancuso, che sarebbe scaturito da una richiesta di pagamento a una panetteria di cui era socio il fratello di Antonio Prenestì, detto “Mussu stortu” o “Yo-yo”. Fedelissimo del clan di Limbadi, e uomo di fiducia dei boss Luigi e Pantaleone “Luni” Mancuso, Pronestì avrebbe chiesto e ottenuto l’autorizzazione da Cosmo Mancuso per uccidere il parente Ciccio “Tabacco” che, però, nell’agguato rimase solo ferito gravemente.
Secondo gli investigatori non hanno fatto luce non solo su quella che è stata definita la “causale immediata” (la richiesta di una tangente di due milioni di euro al panificio “protetto” dagli altri boss), ma anche una “causale remota” che, secondo il Gip Tiziana Macrì, “va ricondotta alla strategia di espansione che Francesco Mancuso stava tentando di attuare e ai conflitti tra le diverse articolazioni, per interferenze nella gestione degli affari illeciti”. Dunque, “Tabacco” stava cercando di mettere da parte suo zio “Cosmo”. “Una nuova forma di reazione - ha commentato il Gip - è stata sperimentata, per contrastare l’evoluzione di un’articolazione in grado di mettere a rischio non solo gli affari spiccioli di un gruppo, ma il prestigio criminale e le connesse possibilità di compiere ‘affari’ della consorteria intera”.
Nella conferenza stampa è intervenuto anche il Questore di Vibo Valentia, Andrea Grassi, che ha detto: “Sono fiero di essere il Questore di questa città perché qui ci sono risorse per lavorare. L'operazione di oggi, pochi giorni dopo quella che ha smantellato la cosca dei 'Piscopisani', colpisce il cuore dei Mancuso”. "Tutto questo - ha concluso - grazie agli uomini ed alle donne della Polizia di Vibo Valentia e di Catanzaro e dello Sco. E grazie alla Procura antimafia di Catanzaro diretta da Nicola Gratteri".

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