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Mafie News

Processo Aemilia, le motivazioni della Cassazione: ''La cosca era autonoma e radicata''

di Davide de Bari
Tessitura dell’organizzazione con organi istituzionali e imprenditoriali

La ‘Ndrangheta in Emilia Romagna? E’ “autonoma” e “radicata”, anche se il cuore dell’organizzazione rimane a Cutrò. E’ la Corte di Cassazione ad affermarlo, nelle 250 pagine di motivazioni della sentenza, depositate ieri, con cui lo scorso 25 ottobre si è scritto un punto fermo nella storia della criminalità organizzata. La Corte suprema si è espressa riguardo un troncone del processo Aemilia, rendendo definitive le 40 condanne inflitte dalla Corte d’Appello di Bologna, in abbreviato il 12 settembre 2017. Mentre per il processo con rito ordinario sono state inflitte in primo grado condanne per circa 1200 anni ad altri 125 imputati che decretarono una volta per tutte che la ‘Ndrangheta è presente anche in Emilia con la locale di Cutrò, comandata dal boss Nicolino Grande Aracri.
Per i giudici della Cassazione la Corte d’Appello, valutando in linea con la giurisprudenza, ha riconosciuto la configurabilità dell’associazione mafiosa con riferimento a una nuova articolazione periferica di un sodalizio radicato nell’area tradizionale di competenza. Questo, qualora emerga il collegamento con la struttura 'madre', l'organizzazione (distinzione di ruoli, rituali di affiliazione, rigide regole interne, sostegno ai sodali in carcere) "lasciando concretamente presagire una già attuale pericolosità per l'ordine pubblico".
Tra le condanne inflitte dai giudici d’Appello ci sono quelle di Nicolino Sarcone, condannato a 15 anni, di Alfonso Diletto a 14 anni e 2 mesi, di Antonio Silippo a 14 anni e Antonio Gualtieri a 12 anni, indicato come uno dei capi e organizzatori della locale in Emilia. Anche il boss di Cutrò, Grande Aracri, è stato coinvolto in questo stesso procedimento e condannato a 6 anni e 8 mesi di reclusione per intestazione fittizia di beni, riciclaggio ed estorsione aggravati dal metodo mafioso. Grande Aracri, nello specifico, non ha risposto del reato di associazione mafiosa, ma è stato già condannato per questo in altri procedimenti. Una delle poche condanne annullate dalla Cassazione, con rinvio a un nuovo Appello, riguarda Giuseppe Pagliani, ex consigliere provinciale del Pdl, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. E’ stato arrestato nel 2015, assolto in primo grado dal Gup poi condannato a 4 anni dai giudici d’Appello emiliani. Secondo la Cassazione bisogna procedere alla "rinnovazione delle prove dichiarative", cioè risentire alcuni testimoni.

Il ruolo di Grande Aracri e i tentacoli fuori dall’Emilia
Nelle motivazioni è scritto che il grande boss di Cutrò doveva essere informato “esclusivamente” di “questioni di rilevanza strategia per la sopravvivenza del gruppo (affiliazione e conferimento delle ‘doti’ nonché decisioni di omicidi)”. In più a lui era destinata una parte degli introiti dell’organizzazione (il cosiddetto “fiore”), ma doveva anche essere restituito “il guadagno delle somme provenienti dell’attività delittuosa della cosca cutrese investiste nelle attività economiche gestite o controllate dalla locale emiliana”.
Il sodalizio criminale non era presente solo in Emilia, ma anche fuori dal territorio con l’impresa Save group dell’imprenditore Giovanni Vecchi, in riferimento a un appalto per il porto di Imperia. Secondo gli inquirenti, insieme a quest’ultima c’era anche un’altra impresa sequestrata la Impregeco riconducibile a Nicolino Grande Aracri. Infatti, le indagini della Dda di Bologna si sono concentrate sull’attività imprenditoriale riconducibili ad Alfonso Diletto, considerato il braccio destro del boss, nell’ambito della strategia della fittizia intestazione e del reimpiego di capitale di provenienza illecita: si tratta della Immobiliare Bg srl e della Impregeco srl.

La ramificazione e l’autonomia dell’organizzazione
Secondo quanto emerso l’organizzazione era diventata “una multinazionale del crimine” che non si fermava a picchiare gli imprenditori emiliani, come emerge dai precedenti processi a carico, ma andava d’accordo con i più grandi industriali della zona con cui i boss e i loro sodali facevano affari con le solide relazioni con organi istituzionali e cooperative.
Secondo i giudici l’"autonomia" del sodalizio criminale era legata al fatto che “le singole attività illecite finalizzate al reperimento di introiti in denaro (estorsione, emissione di fatture false, ed altro) venivano emancipatamente decise dai vertici del sodalizio emiliano e che i detti apici versavano alla cosca cutrese ‘solo parte dei proventi’, e non tutti, come sarebbe stato logico se vi fosse stata una ‘cassa comune”. In relazione all’operatività “emergono le tipiche caratteristiche dell’agire mafioso, attestate, - scrive la Cassazione - in primo luogo, dallo stato di soggezione e di paura determinato nelle persone offese dalle azioni Criminose del gruppo, ma anche della capacità dello stesso di insinuarsi nel tessuto economico e sociale e di contaminarlo con le proprie logiche di sopraffazione”.

La struttura e il controllo del tessuto economico-sociale

Secondo la Dda di Bologna l’organizzazione era “un autonomo organismo di ‘Ndrangheta derivante dalla riorganizzazione in sodalizio di individui già stabilmente inseriti in congreghe criminali riconducibili a figure di spicco della delinquenza organizzata del crotonese sgominate in occasione di precedenti attività di investigazione (‘Grande Drago’, ‘Edilpiovra’, ‘Kyterion’) - operante soprattutto nelle province emiliane di Reggio Emilia, Parma e Piacenza, tale valutazione fondandosi su una pluralità di dati fattuali, desunti dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, da un imponente compendio intercettivo e da un corposo materiale documentale, attestanti un’autonomia di risoluzione e di scelte operative in capo alla cosca emiliana quanto alle estorsioni, agli atti intimidatori, alle frodi fiscali, alle usure, alle modalità con le quali effettuare il reimpiego di somme di denaro di provenienza illecita, all’individuazione delle imprese da assoggettare al proprio controllo pur nel perdurante collegamento con la cosca cutrese per il tramite del capo di quest’ultima, nella persona di Nicolò Grande Aracri”.
I giudici della Cassazione hanno poi citato la parte della sentenza di secondo grado che evidenziano come la cosca emiliana sarebbe riuscita a controllare e insidiarsi nel tessuto economico-sociale. “L’acquisizione di un progressivo controllo delle attività imprenditoriali di significativo rilievo per l’indotto socio economico circostante” ha scritto la Corte d’Appello di Bologna, mediante “un’opera di tessitura di rapporti con esponenti delle istituzioni locali, sì da consentire, dietro la cortina di un riconoscimento sociale degli adepti, alla cosca di implementare il proprio potere - aggiudicandosi, ad esempio, gli appalti pubblici più prestigiosi e remunerativi, di incrementare i propri profitti e di utilizzare attività economiche apparentemente lecite per reimpiegare i proventi delle proprie azioni criminali e di quelle della cosca madre”.

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