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Mafie News

'Ndrangheta: affari delle cosche nell'eolico, 13 arresti

eolico c imagoeconomicaBlitz a Reggio Calabria, in manette anche imprenditori
di AMDuemila
Questa mattina i carabinieri di Reggio Calabria hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di tredici persone, tra cui sei imprenditori, tutti ritenute affiliate o legate ai clan Paviglianiti di San Lorenzo, nel reggino, Mancuso di Limbadi e Anello di Filadelfia, entrambi nel vibonese, e Trapasso di Cutro, nel crotonese. Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di associazione mafioso, estorsione, illecita concorrenza con violenza o minaccia e danneggiamento, aggravati dal metodo o delle finalità mafiose, e induzione indebita a dare o promettere utilità.
L'operazione, denominata “Via col vento”, è scattata in varie località del territorio nazionale al termine di indagini, coordinate alla Dda di Reggio Calabria, che secondo gli investigatori avrebbero permesso di accertare la sistematica infiltrazione delle cosche calabresi nei lavori necessari alla realizzazione dei parchi eolici nelle province di Reggio Calabria, Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia. Inoltre, nel corso dell'operazione, sono state anche sequestrate anche sei imprese, fra cui un istituto di vigilanza privata e un hotel.
Dalle indagini sono emersi anche numerosi episodi estorsivi in danno delle aziende committenti dei lavori per la realizzazione di parchi eolici in Calabria, perfezionati grazie all'apporto di imprese colluse con le compagini mafiose egemoni sulle aree in cui sono state realizzate le opere.
Così anche multinazionali come Gamesa, Nordex e Vestas, a cui erano stati assegnati gli appalti, sono state obbligate a scendere a patti a forza di danneggiamenti, ritardi, furti nei vari cantieri. Commentanto l'esito dell'operazione, il Procuratore capo di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri, ha ricordato come "la 'ndrangheta sia in grado di infiltrarsi in diverse province calabresi, sempre con gli stessi metodi, tipicamente mafiosi".
Tra le figure di rilievo coinvolte, con un ruolo di "mediatore", vi era Giuseppe Evalto, già noto agli investigatori in quanto coinvolto in indagini per narcotraffico, rinviato a giudizio per mafia come uomo del clan Mancuso.
Da imprenditore del settore sicurezza si presentava alle multinazionali proponendosi come "facilitatore" assicurando il proseguo dei lavori a nome dei clan. Secondo gli inquirenti "non rappresentava solo i Mancuso, ma tutti i clan. Era espressione della 'Ndrangheta unitaria". Addirittura era riuscito ad ottenere un incarico come "referente di zona" della Nordex. Così come spiegato dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, che insieme ai pm Antonio De Bernardo, Giovanni Calamita e Antonella Crisafulli, ha coordinato le indagini, Evalto "è il classico soggetto cerniera, in grado di relazionarsi con soggetti che vivono ambienti diversi da quelli criminali, che si muove fra il mondo di sopra e il mondo di sotto".
Oltre ad Evalto le famiglie di ‘ndrangheta ai appoggiavano anche ad altri "imprenditori compiacenti operanti nel settore dei trasporti e del sollevamento della componentistica”. Attraverso questi, gli indagati riuscivano a “monopolizzare il mercato ed ottenere considerevoli cifre di denaro”. Affari di svariati milioni di euro con estorsioni in qualche maniera camuffate con sovraffatturaizoni o pagamenti di indennità in realtà non dovute.
Oltre ad Evalto a finire in manette sono stati Antonino Paviglianiti, Rocco Anello, Giuseppe Errico, Romeo Ielapi, Giovanni Trapasso e il boss Pantaleone Mancuso conosciuto con il soprannome di “Luni Scarpuni”. Ai domiciliari è invece finito il sindaco di Cortale, Francesco Scalfaro, assieme a Domenico Fedele D’Agostino, Riccardo Di Palma, Mario Fuoco, Giovanni Giardino e Mario Scognamiglio.
In particolare Scalfaro, fino a qualche tempo fa considerato "vittima" dei clan dopo alcune intimidazioni subite, si è dimostrato avere un "rapporto alla pari" con gli stessi.
Infatti Evalto si adoperava anche nella risoluzione di eventuali intoppi burocratici con le amministrazioni comunali tra le quali vi era proprio quella di Cortale.
Dalle indagini è emerso che in cambio dell'assenza di intoppi burocratici, lo stesso primo cittadino avesse preteso l'assunzione di tre operai da lui indicati. In un'altra occasione ha persino messo in atto vere e proprie ritorsioni, come la chiusura della strada generalmente percorsa dai camion, quando la ditta non è stata ai patti. Nell'abitazione del sindaco, questa mattina, i carabinieri hanno persino rinvenuto 30mila euro.
Il Gip Maria Cecilia Vitolla, che ne ha disposto gli arresti domiciliari, scrive: "la disinvoltura con cui il sindaco Scalfaro conduce da protagonista trattative con esponenti di sodalizi mafiosi induce a ritenere come non si tratti di condotte occasionali, deponendo, di converso, per comportamenti assunti dall’indagato a vero e proprio habitus costituente un allarmante indice sintomatico del pericolo di recidiva”.
Tornando a commentare l'operazione Lombardo ha rimarcato come "in questa operazione è emerso un rapporto molto stretto tra la cosca Paviglianiti e i Morabito di Africo e i Tegano di Reggio. L’indagine ha puntato a capire qual è l’operatività delle cosche in ambiti nuovi come le energie alternative. Antonino Paviglianiti è espressione della cosca di San Lorenzo e Bagaladi che rientra nella struttura mafiosa che fa capo alla famiglia Iamonte di Melito".
Il pm ha infine ribadito che "quella odierna è una ‘ndrangheta estremamente portata nella gestione di affari complicati che nel momento in cui ha rapporti con la pubblica amministrazione subisce le condotte di soggetti come il sindaco di Cortale (Scalfaro, finito ai domiciliari, ndr). Purtroppo è un rapporto alla pari. Abbiamo tracce in generale di una relazione costante e continua”.

Foto © Imagoeconomica

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