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'Ndrangheta: arrestato il boss Marcello Pesce

pesce marcello c ansa marco costantinodi AMDuemila - Video
Termina oggi la latitanza di “U' Ballerinu”, il boss calabrese Marcello Pesce appartenente all'omonima cosca di Rosarno. Proprio qui è stato arrestato dalla polizia di Reggio Calabria. Inserito nell'elenco dei latitanti più pericolosi stilato dal ministero dell'Interno, l'uomo è figlio di Rocco Pesce, nonché nipote del defunto boss Giuseppe Pesce. Nel 2010 era stata emessa a suo carico un'ordinanza di custodia cautelare in carcere per i reati di associazione mafiosa ed intestazione fittizia di beni. Dallo scorso anno le ricerche del boss si erano estese anche oltre i confini nazionali, quando è stato emesso il mandato d'arresto europeo.
Il nome di Marcello Pesce, considerato capo indiscusso di una delle cosche più agguerrite, comparve già negli anni Novanta, quando alcuni rapporti di polizia evidenziarono la sua sospetta appartenenza alla criminalità organizzata locale, allora capeggiata dal capobastone Giuseppe Pesce.
Già nel 1989 Pesce fu destinatario di un mandato di cattura per associazione mafiosa, in seguito al quale l'anno dopo venne sottoposto alla sorveglianza speciale, con divieto di soggiorno in Calabria, Basilicata e Puglia. Nel '91, poi, lo raggiunse un'altra ordinanza, e in seguito venne rinviato a giudizio (poi assolto) per associazione mafiosa e violazione della legge sugli stupefacenti nel processo scaturito dalle dichiarazioni di Giuseppe Scriva e Salvatore Marasco. Il 19 febbraio 2002 fu quindi arrestato nel blitz “Gatto Persiano” per avere, in concorso con ignoti, promosso, organizzato e diretto un’associazione di tipo mafioso, la cosca Pesce, operante insieme alla cosca Albano nella zona di San Ferdinando e con altre associazioni mafiose.



Pesce fu poi coinvolto nel processo “Arena Domenico+54” con l'accusa di associazione mafiosa. Nei confronti del boss, emerse in dibattimento, fu segnalato il suo ruolo nell'importazione di cocaina ed eroina sia sul piano locale che internazionale in concorso con importanti esponenti della cosca, tra cui il boss Giuseppe Pesce, Antonino Pesce, Vincenzo Pesce, Vincenzo Celini, Domenico Arena, Francesco Di Marte, Domenico Leotta.
Pesce riuscì poi a sfuggire all'operazione “All Inside”, scattata nel 2010, che sfociò nell'omonimo processo nel quale Pesce fu condannato in primo grado a 15 anni e 6 mesi per associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni, nello specifico di autovetture, e in appello a 16 anni e 2 mesi. Il boss venne ritenuto colpevole di aver preso parte, quale promotore e organizzatore, alla ‘ndrina Pesce di Rosarno, nonché di aver partecipato ad un summit pacificatorio con esponenti dei Bellocco, cosca avversaria, finalizzato a impedire il dilagarsi di una pericolosa faida di ritorsione, scatenata a seguito dell’omicidio di Domenico Sabatino e proseguita poi con i tentati omicidi di Vincenzo Ascone e del cugino Aldo Nasso, l’assassinio di Domenico Ascone e il ferimento di Michele Ascone, vicini al gruppo dei Bellocco.
Diversi i collaboratori di giustizia che parlarono del ruolo criminale di Pesce: Salvatore Facchinetti riferì infatti dell'omicidio di Rocco Castagna, eseguito da Domenico Leotta e Francesco Di Marte, detto “tetenna” su mandato di Marcello Pesce, a seguito del rifiuto della vittima di punire con la morte suo nipote, ritenuto responsabile dell’incidente stradale in cui perse la vita Tiziana Arena, moglie di Pesce. Giuseppina Pesce, invece, indicò il cugino Marcello quale componente della cosca, parlando anche di una sua tempestiva comunicazione al clan su indagini di polizia in corso che avrebbero condotto a diversi mandati d'arresto (l'operazione “All Inside”, ndr).

Foto © ANSA/Marco Costantino

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