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Pentito Fiume: ''Matacena disse ai boss che voleva Reggio come Las Vegas''

matacena amedeo 2Al processo “Breakfast” sentito l’ex braccio destro del boss De Stefano
di Francesca Mondin
Non si sarebbe fatto problemi Amedeo Matacena, ex deputato di Forza Italia, scappato a Dubai dopo la condanna a 3 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, a farsi vedere in pubblico allo stesso tavolo con i vertici della ‘Ndrangheta di Reggio Calabria. Secondo il pentito Nino Fiume, autista del boss Giuseppe De Stefano, l’ex deputato nel 1994 era con i maggiori rappresentanti delle cosche cittadine a festeggiare la vittoria elettorale del suo braccio destro Peppe Aquila alla discoteca “Papirus” sul lungomare di Gallico. In quell’occasione “Matacena spiegò il suo progetto di fare della città una piccola Las Vegas o Montecarlo” ha spiegato ieri Fiume, sentito al processo “Breakfast” che vede seduti al banco degli imputati, tra gli altri, Chiara Rizzo, moglie di Matacena e l’ex Ministro dell’Interno Claudio Scajola, con l’accusa di aver sostenuto o aiutato la latitanza dell'ex parlamentare di Fi.
Quindi, ha continuato il collaboratore di giustizia, “Matacena parlò della necessità di deporre le armi e di mantenere la pace per poter puntare sul turismo”. Ed il periodo a cui fa riferimento Fiume è proprio quello che segue la seconda guerra di mafia in cui lo scontro tra i De Stefano e i Condello viene  messo a tacere da interessi più alti che necessitavano pace e tranquillità. Addirittura, Fiume rispondendo alle domande del pm Lombardo ha raccontato che  l’ex deputato di Fi quella sera arrivò a proporre ufficialmente ai due boss, Giuseppe De Stefano e Domenico Condello, di candidarsi alle elezioni. La risposta sarebbe stata una grossa risata generale vista la palese impossibilità di candidare due noti boss di ‘Ndrangheta.
Nel corso dell’esame, durato circa 4 ore, il pentito Fiume ha ripercorso quanto detto già al processo “Meta” riguardo il rifiuto del boss De Stefano di collaborare con Cosa nostra per la stagione delle stragi del '93. "Peppe De Stefano - ha spiegato il pentito - era conosciuto da tutti, qui o a Milano. Aveva poco più di venti anni quando in contrada 'Badia' di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, regno dei Mancuso, agli inizi degli anni '90, in presenza degli stessi Mancuso, di Pino Piromalli e dei rappresentanti della camorra napoletana, negò agli emissari di Salvatore Riina ogni aiuto o coinvolgimento nella cosiddetta 'strategia contro lo Stato'. Non la pensava come lui Franco Coco Trovato, attivo in Lombardia, nonché suocero di Carmine De Stefano, fratello di Peppe, che voleva invece si facesse qualcosa”.
Durante l’esame del collaboratore di giustizia è emerso anche il progetto delle cosche Reggine, negli anni dei sequestri di persona, di rapire i figli di importanti imprenditori, tra questi anche lo stesso Matacena. Ma, secondo quanto rivelato da Fiume, quest’idea trovò la forte opposizione di Paolo De Stefano. L’esame  e il contro esame del collaboratore di giustizia riprenderanno il prossimo 7 dicembre.

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