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''Aemilia'': così la 'ndrangheta piega le aziende

bg 300x225di Luca Bonzanni
È una storia che inizia con una proposta invitante: un’azienda in crisi e un uomo che può aiutare l’imprenditore in difficoltà. È una storia che invece finisce male: quell’azienda chiude ugualmente, quell’imprenditore finisce strozzato in un’estorsione, e come lui un altro imprenditore ancora, inghiottiti in un vortice di taglieggiamenti e richieste pressanti, minacce velate e pedinamenti reali. Poi le manette, il processo, ora la sentenza.
Tra le pieghe del processo «Aemilia», conseguenza della maxi-operazione che a gennaio 2015 ha scardinato le cosche di ’ndrangheta che da Cutro hanno colonizzato Reggio in Emilia, c’è una vicenda bergamasca che è la raffigurazione plastica di un modus operandi: quello della criminalità organizzata che corteggia, seduce, infine piega e spolpa le aziende.
Luglio 2011, F. M. è il titolare di un’azienda metallurgica di Lallio, piccolo centro nell’hinterland di Bergamo. La società è in difficoltà, servirebbe un investimento nuovo, redditizio, o magari riscuotere qualche credito ancora non incassato. Conosce Roberta Tattini, consulente finanziaria bolognese, e conosce pure Antonio Gualtieri, all’apparenza «uomo d’affari» dall’accento calabrese: sono loro – ha riconosciuto la sentenza di primo grado con rito abbreviato depositata nei giorni scorsi – i «protagonisti criminali» di questa vicenda, nonché gli uomini-chiave dell’intero processo «Aemilia».
S’incontrano una prima volta a Reggio Emilia, discutono di possibili attività commerciali, poi un’altra volta ancora il mese successivo. «Gualtieri chiese la situazione economica in cui versava la mia società, proponendomi di entrare quale socio, avrebbe portato del capitale nell’ordine di uno o due milioni di euro», racconterà l’imprenditore bergamasco tempo dopo, sentito dai carabinieri.

Il recupero crediti
L’affare supera la fase d’incubazione, perché Gualtieri e la Tattini salgono in Bergamasca e visitano gli stabilimenti dell’azienda: «Gualtieri intavolò il discorso che era in grado di recuperare i miei crediti, asserendo testualmente di essere il numero due di una potente famiglia mafiosa calabrese, affermando che io avevo fatto un errore parlando dei miei crediti», illustrerà poi l’imprenditore. Ed è qui, nei crediti da recuperare, che tutto precipita. L’azienda di F. M. è in affari con un’altra società guidata da un bergamasco, P. P., e in ballo c’è circa una somma piuttosto ingente; ciò che presto nasce, evidenzia la sentenza, è chiaro: «Gualtieri comincia a delineare la gestione dell’azienda, obiettivo perseguito con lucida determinazione, utilizzando modalità operative espressive del metodo mafioso». A novembre del 2011, Gualtieri chiede 40mila euro a F. M. come «anticipo sulle spese»; contemporaneamente, «aggancia» P. P. «suggerendogli» un esborso immediato di 88mila euro, più ulteriori rate mensili da 20mila euro l’una, fino al ripianamento del debito che P. P. ha con F. M., somma che si aggira attorno al milione di euro.
Anche P. P. parlerà mesi dopo con i carabinieri, si compone un quadro preoccupante: «F. M. mi diceva che non poteva più uscire dalla situazione venutasi a creare, questa persona (Gualtieri, ndr) aveva assunto il controllo della situazione finanziaria della sua azienda. Già dal primo incontro avevo capito che Gualtieri fosse appartenente a un’organizzazione ‘ndranghetista». P. P. inizia a pagare, ma F. M. deve versare il 50% delle somme che riceve a Gualtieri: in tutto, F. M. girerà al calabrese circa 130mila euro.

Intimidazioni e fallimenti
È un circolo vizioso che si alimenta con la paura: «Ho subito numerose pressioni tra cui il probabile pedinamento di mio figlio, e anch’io ho avuto la sensazione di essere seguito in sei-sette occasioni. Gualtieri ha fatto personalmente riferimento alla mia famiglia, alla mia casa e alla mia società, ho capito che era meglio pagare e sottostare piuttosto che ribellarsi», dirà P.P.; «È capitato che Gualtieri mi abbia velatamente minacciato, dicendo che avevo una bella famiglia. Questo tipo di minaccia mi ha terrorizzato e spinto a pagare», aggiungerà F. M.
A giugno 2012, le richieste di denaro finiscono. Di lì a poco, le imprese dei bergamaschi falliscono, schiacciate dalla crisi e delle estorsioni. Ultime tappe: a gennaio 2015, Gualtieri e la Tattini finiscono in manette nell’ambito della maxi-inchiesta coordinata dalla Dda di Bologna; ad aprile 2016, con rito abbreviato, il calabrese è condannato a dodici anni per 416-bis ed estorsione, la consulente bolognese rimedia otto anni per concorso esterno in associazione mafiosa ed estorsione.

Le «spiegazioni»
Nel gorgo di carte, alcuni frammenti sono fotografie nitide. Una telefonata tra Gualtieri e la Tattini illustra l’«Abc» del recupero crediti: «Tu mi sganci il 50% (della somma da ottenere, ndr), poi l’altro 50% te lo tieni tu, siamo una società», dice l’uomo; «Certo: funziona così, eh», conferma la consulente. Che aggiunge: «Il recupero crediti a certi livelli ha dei costi, perché tu sennò non porti a casa niente».

Nero su bianco
Per dirla con le motivazioni del giudice Francesca Zavaglia, «trattasi della rappresentazione dell’infiltrazione della ‘ndrangheta che si traveste da organismo dotato di ampia disponibilità finanziaria con cui soccorrere gli imprenditori in crisi, si impadronisce voracemente di tutte le “attività” imprenditoriali (in particolare crediti non riscossi) monetizzandole a proprio profitto per poi agevolmente acquisirne il dominio ed utilizzare quelle strutture alla bisogna, per la realizzazione di più articolati progetti “imprenditorial-mafiosi”». Anche in Emilia, e anche a Bergamo.

L’ombra di Matteo Messina Denaro su Bergamo

Tratto da: liberainformazione.org

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