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Mafie News

Forgiare per infiltrare: dentro la cupola ''invisibile''

burattinaio 4 mani“Mammasantissima” raccoglie il testimone dei processi Olimpia e Meta
di Miriam Cuccu

In principio fu la 'Ndrangheta di "Olimpia", poi "Meta". Oggi l'inchiesta Mammasantissima irrompe con nuovi elementi sulla mafia calabrese: l'esistenza di una “struttura elitaria occulta”, una componente segreta e di livello ben più alto rispetto alle singole e tradizionali mafie. Di più, il blitz è arrivato addirittura a scoperchiare quella cupola composta, secondo le indagini, da cinque personaggi d'élite: due avvocati che hanno forgiato la storia criminale in Calabria, Giorgio De Stefano e Paolo Romeo (secondo gli inquirenti con un ruolo di “direzione e coordinamento” della struttura segreta della ‘Ndrangheta) Alberto Sarra, sottosegretario nel governo regionale guidato da Giuseppe Scopelliti, e solo un gradino più sotto Francesco Chirico, imprenditore, e Antonio Caridi, politico.
Oggi il procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho (che segue le indagini insieme al pm Giuseppe Lombardo) parla di una “componente riservata alla quale aderiscono solo persone ignote alla base, cioé alla 'Ndrangheta” per come tradizionalmente si conosce, “un gruppo elitario di livello superiore dal quale partono le strategie che devono poi infiltrare l’economia, nell’ambito dei soggetti che sono stati ritenuti affidabili”. La capacità di interagire con ambienti politici, istituzionali e, ovviamente, imprenditoriali è elevatissima. Ma non si tratta solo di dialogo, bensì di un vero e proprio “direttorio” il cui compito era quello di infiltrare questi ambienti e asservirli ai propri interessi, capace di penetrare le istituzioni con uomini selezionati e forgiati per favorire la 'Ndrangheta, agendo attraverso uomini insospettabili e “riservati”.
Che la 'Ndrangheta da tempo avesse fatto un salto di qualità rispetto ai lontani anni dei sequestri era cosa emersa in più di un'occasione: a partire dalla supercosca descritta nella sentenza Meta, “composta da soggetti significativamente definiti dagli stessi indagati come ‘gli invisibili’” fino alle intercettazioni del 2007 del massone Sebastiano Altomonte, il quale racconta che “c’è la visibile e l’invisibile (…) noi altri siamo nell’invisibile”. Un progetto che viene per la prima volta affrontato in Calabria nel 1969 con la riunione a Montalto, dove nasce la Santa (all’epoca il massimo grado per il ‘ndranghetista) una sorta di sovrastruttura rispetto all’organizzazione tradizionale e costituente l’anello di collegamento tra la ‘Ndrangheta e la massoneria. Sono “invisibili” politici, operatori finanziari, commercialisti, intermediari, broker. E avvocati, vero “anello debole” che garantisce il collegamento tra l’interno e l’esterno del carcere, persino quello più duro, il 41 bis. Non a caso due dei cinque uomini della cupola appartengono alla categoria.
In passato Nino Fiume, destefaniano “di adozione” e per anni braccio destro di don Peppe De Stefano, spiega parlando del “livello superiore” che “toccare il termine massoneria è una cosa che è conosciuta e risaputa” ma “delle cose deviate e delle amicizie che hanno avuto loro (i De Stefano, ndr) e coltivate, sono cose che li hanno tenuti un pochettino sempre, tra virgolette, in protezione”. Ma prima di Fiume, dal ’92, sono i collaboratori Giacomo Ubaldo Lauro e Filippo Barreca a svelare i legami tra ‘Ndrangheta, massoneria ed eversione nera. Dichiarazioni alle quali fu dato ulteriore peso dopo che iniziò a parlare anche Pietro Marrapodi, notaio trovato impiccato il 28 maggio '96, che dopo aver abbandonato la massoneria denunciò i malaffari calabresi e la collusione di alcuni magistrati di Reggio Calabria con la ‘Ndrangheta.
Da allora di strada ne è stata fatta. E siccome a livelli più alti le singole mafie cessano di essere “a compartimenti stagno”, ecco che nell'inchiesta di oggi emergono anche gli strettissimi rapporti tra 'Ndrangheta e Cosa nostra. Così li aveva descritti in un recente verbale il pentito calabrese Giuseppe Costa: “I legami fra Cosa Nostra e ‘Ndrangheta - dice - erano strettissimi. Non so in concreto per quanto tempo, nè con quali risultati operativi, ma, sicuramente, si arrivò, anche a progettare e poi a dare forma (parliamo del periodo immediatamente successivo alle stragi di Falcone e Borsellino) ad una super-struttura che comprendeva le due organizzazioni”, e questo “avrebbe consentito uno scambio di favori ancora più intenso e continuo fra siciliani e calabresi”.
“Parlare, mantenendole separate, di 'Ndrangheta, Cosa nostra e Camorra è assolutamente superato”, Ad assicurarlo, in un'intervista rilasciata ad Antimafia Duemila, è proprio il pm Lombardo: “Loro vivono in un sistema criminale di tipo mafioso integrato, in cui le singole storiche organizzazioni mantengono le loro caratteristiche e soprattutto rimangono ancorate ai loro territori, ma sanno perfettamente che la loro vera forza è legata alla capacità di operare in maniera sinergica”. Non basta lo Stretto a separare Calabria e Sicilia quando in ballo ci sono interessi ben più alti. In quell'occasione il magistrato reggino li aveva riscontrati persino nel progetto di attentato contro il pm Nino Di Matteo: “Se Cosa nostra ha determinate necessità e per soddisfarle ha il problema di non esporsi troppo, o meglio di operare sinergicamente con un'altra organizzazione il suo interlocutore più immediato è il contesto criminale calabrese”. Ma, ammoniva, “il sistema che decide è ben più ampio e beneficia solo dell'azione materiale che pongono in essere le mafie per ottenere vantaggi che vanno a soddisfare altri interessi, di più alto rango”. Sia come sia, “Mammasantissima” potrebbe scrivere un altro pezzo di storia criminale. “Questo è uno spartiacque. - assicura il generale Giuseppe Governale, comandante del Ros - E chiunque voglia affrontare seriamente la lotta alla criminalità organizzata da domani dovrà partire da qui”.

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