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Mafie News

'Ndrangheta ed esplosivo, messi i sigilli sulla ''Laura C''

laura cLa nave resa definitivamente inaccessibile
di Aaron Pettinari
“Nella Laura C, una nave affondata ai tempi della guerra, c’erano diverse tonnellate di esplosivo, gli uomini delle cosche lo recuperavano sott’acqua”. Così il pentito di ‘Ndrangheta Consolato Villani, al processo Capaci bis raccontava quelle confidenze ricevute sul recupero dell'esplosivo dalla nave affondata nel 1941 al largo della costa reggina, davanti Saline Ioniche. Un rifornimento che andava avanti da anni, come dimostrato anche da numerose indagini, e che ora non sarà più possibile.
I subacquei del gruppo operativo del 'Comsubin' della Marina Militare hanno infatti messo i sigilli al mercantile al cui interno, si stima, fossero ancora presenti svariate tonnellate di tritolo rendendo il recupero “impossibile”. A garantirlo è il prefetto di Reggio Calabria, Claudio Sammartino, che ha coordinato l’operazione di messa in sicurezza della “Laura C”, posta a 50 metri di profondità. “Quello che ci preoccupava di più - ha aggiunto - era l’esplosivo ancora utilizzabile e quindi estremamente pericoloso. Nonostante l'intervento risolutivo, l'attività di vigilanza del relitto proseguirà costantemente”.

“Quel tritolo è servito alle cosche - ha commentato il procuratore Federico Cafiero de Raho - per commettere numerosissimi attentati. Un altro dato è che sono state trovate tantissime casse svuotate dalla 'ndrangheta”. Il che fa pensare che ancora oggi i clan sono in possesso di un indefinito quantitativo di esplosivo.
Negli anni scorsi sono state numerose le operazioni durante le quali le forze dell'ordine, su disposizione della Dda di Reggio Calabria, hanno sequestrato ingenti quantitativi di esplosivo provenienti dalla nave. Tra queste va sicuramente ricordata l'operazione “Bumma”, condotta dalla Guardia di Finanza con il coordinamento del procuratore aggiunto Nicola Gratteri il quale, nel 2004, ha sequestrato 509 panetti di tritolo alla famiglia mafiosa di Melito Porto Salvo.
Il primo a parlare dei rifonrimenti di tritolo era stato nel 1995 il pentito Pasquale Nucera. L'utilizzo dell'esplosivo della “Laura C” era stato anche ipotizzato per la strage di Capaci. I periti, ascoltati al processo Capaci bis, in corso a Caltanissetta, hanno escluso però che lo stesso sia stato utilizzato per l'Attentatuni.
Tuttavia l'ipotesi di una collaborazione attiva tra Cosa nostra e 'Ndrangheta è tornata in auge quando nel novembre 2014 il pentito dell'Acquasanta Vito Galatolo, parlando del piano di morte nei confronti di Nino Di Matteo, ha raccontato ai pm che la mafia siciliana avrebbe fatto arrivare l’esplosivo dalla Calabria. Galatolo ha anche detto che durante la fase di acquisto - avvenuta nel più completo riserbo - una parte del tritolo calabrese risultava essere danneggiato da infiltrazioni d’acqua. L’esplosivo rovinato venne quindi rispedito indietro, e poco dopo sostituito da un nuovo carico in buono stato senza che fosse sollevato alcun problema.

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