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Mafie News

Come la 'Ndrangheta torinese si era "riorganizzata"

martello giustizia 3Deposotate le motivazioni della sentenza del processo Minotauro
di AMDuemila
Droga, appalti, racket, colletti bianchi e patti "scellerati" con la politica è questa la 'Ndrangheta di Torino che viene descritta in ben 800 pagine di sentenza del processo d'Appello  del filone in ordinario dell'indagine "Minotauro".
La sentenza,  depositata qualche giorno fa, aveva portato lo scorso 28 maggio, alla condanna di 45 persone e all'assoluzione di 25 soggetti.
I giudici della terza sezione penale della Corte d'Appello di Torino, presieduta da Paola Perrone, spiegano come la 'Ndrangheta negli ultimi 15 anni si sia riorganizzata e adattata nel territorio piemontese passando da una 'locale' unica che faceva capo ai "gioiosani delle famiglie Belfiore pesantemente colpite dall’operazione Cartagine" ad una suddivisione in nove 'locali'. 

"Dopo il dissolvimento della locale unica dei gioiosani - scrivono i giudici - si era scompaginata la gerarchia delle 'ndrine nel torinese, con nascita di tante altre locali che ora non obbedivano più ai gioiosani ma direttamente al Crimine di Polsi (indicato testualmente come la fonte di tutta l'autorità 'ndranghetistica)". In questo modo, si legge nelle motivazioni della sentenza, "danno vita a un processo federalista", una ‘Ndrangheta unitaria che "si rapporta con la casa madre per le scelte più rilevanti, ma che mantiene una certa autonomia decisionale sul territorio". Infatti il Crimine della montagna di Polsi sebbene viveva un "rapporto gerarchico con le locali", dimostrato anche dalle intercettazioni, "è risultato confermato..che la competenza del Crimine di Polsi riguarda solo l'organigramma della 'Ndrangheta, inteso come disegno delle locali e degli appartamenti di ciascuna, secondo una rigida gerarchia interna ad ogni singola locale cui erano attribuiti dal Crimine numeri  limitati di doti."
Il Nord in generale, quindi anche Torino, è ormai appurato essere un buonissimo territorio per reinvestire e ripulire i soldi guadagnati dall'enorme e proficuo traffico di sostanze stupefacenti ma i giudici parlano anche di  "un patto scellerato" tra i boss e alcuni politici. Nello specifico citano il caso di un politico di Leini, Nevio Coral che secondo la Corte, in cambio di aiuti alle elezioni provinciali del 2009 e regionali del 2010 "ha favorito una corposa e costante infiltrazione di imprese mafiose (18) nei cantieri delle sue ditte e in quelli della multi servizi Provana". Ci sono anche due condannati per scambio politico mafioso, il segretario comunale Antonino Battaglia e l’imprenditore Giovanni Macrì anche se gli imputati continuano a negare.
Dalle intercettazioni emerge anche come il metodo mafioso cambiava in base alla provenienza della vittima, molte di queste erano "meridionali quindi in grado di avvertire la pericolosità sottintesa del fenomeno", si legge nel documento, mentre se l'obiettivo era piemontese l'approccio cambiava.  "Non possiamo andargli a muso duro - dicono due 'ndrnaghetisti intercettati parlando della loro vittima piemontese - Questo non ci conosce e può essere che ci crea dei problemi. Se si può aggiustare è meglio andare prima con le buone maniere. Sennò vaff…".

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