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Giustizia per Maria Concetta

cacciola-concettadi Antonio Nicola Pezzuto - 28 aprile 2015
Maria Concetta era una ragazza bella, giovane e piena di vita. Maria Concetta era una ragazza che sognava un’esistenza diversa da quella che la sua famiglia voleva imporle. La storia che mi appresto a raccontare è quella di Maria Concetta Cacciola, testimone di giustizia, uccisa barbaramente a soli trentun anni.
Maria Concetta aveva avuto la sfortuna di nascere in una potente famiglia di ‘Ndrangheta, quella dei Cacciola, legata e imparentata con l’ancor più potente famiglia dei Bellocco. Cacciola e Bellocco, due nomi che pronunciati nella piana di Gioia Tauro incutono rispetto e timore.
Terra bella e sfortunata la Calabria, terra che merita un forte riscatto, terra che deve liberarsi dai tentacoli della ‘Ndrangheta che ne impedisce sviluppo e benessere.
Terra di cui ti puoi innamorare in una tiepida mattina di primavera quando i raggi del sole si riflettono sull’azzurro del mare, ti accarezzano dolcemente il viso e ti aiutano a sperare in un futuro migliore. Sono a Palmi, a circa quaranta chilometri da Reggio Calabria, per assistere a un importante processo, sicuramente trascurato dai media più importanti: il “Processo Onta”. L’onta appunto che la giovane ragazza di Rosarno aveva arrecato alle potenti ‘Ndrine Calabresi. Un’onta che andava cancellata per sempre, bruciando quella bocca che aveva osato raccontare fatti importanti ai magistrati e alle forze di polizia. Si, perché Maria Concetta è stata uccisa in un modo orribile, costretta a ingerire acido muriatico. Un eclatante e simbolico omicidio di mafia come stabilito nella sentenza della Corte d’Assise di Palmi, condivisa dalla Corte d’Assise d’Appello e confermata dalla Corte di Cassazione pur non essendo ancora conosciuto il nome dell’assassino.
Brutta storia quella di Maria Concetta. Una storia in cui la voglia di vivere di una ragazza si scontra con l’opprimente presenza della ‘Ndrangheta. Una storia nella quale la povera Maria Concetta rischiava di venire descritta per sempre come una psicopatica che si è suicidata. E invece era una persona forte che è stata ammazzata.
Una vera e propria onta alla memoria di una giovane donna si sarebbe perpetrata per sempre se non ci fossero stati infaticabili e caparbi uomini dello Stato a lottare per far emergere verità e giustizia.
Una figura su tutte spicca nella storia di questo processo, quella del Pubblico Ministero Giovanni Musarò. Un magistrato serio, coraggioso e silenzioso che ama parlare con i fatti. Lontano dalle luci dei riflettori e dagli organi di informazione più importanti anche quando subisce un attentato o quando si scopre, dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, che la sua vita è in serio pericolo. Sento forte il dovere di parlare di persone di questo spessore, al cui fianco sarò per sempre, affinché non cada su di loro quel pericoloso cono d’ombra dell’informazione. Sulla storia del PM Giovanni Musarò mi riprometto di ritornare nei prossimi giorni per parlarne così come merita.

Adesso, concentriamoci sulla vicenda della povera Maria Concetta.
Tutto ha inizio l’11 maggio 2011 quando Maria Concetta Cacciola, figlia di Michele Cacciola e Anna Rosalba Lazzaro e sorella di Giuseppe Cacciola, si reca presso la Tenenza dei Carabinieri di Rosarno. Approfittando della convocazione ricevuta per la notifica di un’informazione di garanzia nei confronti del figlio Alfonso Figliuzzi (indagato per il reato di guida senza patente), aveva espresso ai militari il desiderio di parlare di fatti riguardanti la sua famiglia e, in particolare, della sua condizione all’interno della stessa. Confidava poi ai Carabinieri che doveva andare via subito perché se i suoi parenti avessero scoperto che si stava intrattenendo in caserma a fornire dichiarazioni, l’avrebbero uccisa. I militari la invitano a ripresentarsi il successivo 19 maggio in occasione dell’interrogatorio di garanzia del figlio.
E così Maria Concetta comincia a raccontare della sua vita in seno alla famiglia. Lei era sposata con Salvatore Figliuzzi, condannato in via definitiva nel processo “Bosco Selvaggio” quale soggetto affiliato al clan Bellocco. Un matrimonio, come dichiarato dalla giovane donna, che non era più felice da tempo, già da prima che suo marito venisse arrestato. In una circostanza, in seguito ad un litigio avvenuto per motivi banali, l’uomo le aveva addirittura puntato contro una pistola. Ma in quelle famiglie esiste un codice d’onore che non prevede ribellioni a soprusi e ingiustizie e quando Maria Concetta racconta l’episodio in famiglia, manifestando la volontà di separarsi, il padre le risponde: «Questo è il tuo matrimonio, questa è la tua vita e così te la tieni».
Sopraffazioni pesanti quelle che doveva sopportare la ragazza. Picchiata dal padre e dal fratello aveva riportato la lesione di una costola. In questa occasione non fu portata neanche in ospedale, ma rimase tre mesi a casa dove venne curata da un medico amico di famiglia, zio del padre, che non stilò mai un referto. La Cacciola aveva più paura del fratello che del padre. Riteneva, infatti, che le ire di quest’ultimo potessero essere placate dalla madre, mentre il fratello Giuseppe era un tipo particolarmente testardo che si era guadagnato il rispetto della popolazione.
Dopo i primi due incontri i Carabinieri, resisi conto della delicata situazione che stava vivendo Maria Concetta, informarono i superiori che l’ascoltarono in data 23 maggio 2011 su ordine della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria.
I racconti degli investigatori parlano di una ragazza terrorizzata che temeva di essere uccisa ma, allo stesso tempo, determinata a collaborare con lo Stato abbandonando il suo ambiente familiare.
In data 25 maggio 2011veniva ascoltata dai magistrati della DDA di Reggio Calabria che, valutando la gravità delle dichiarazioni della giovane donna e la delicatezza della situazione in cui viveva, decisero di trasferirla in una località segreta. Nella notte tra il 29 e 30 maggio 2011 Maria Concetta viene prelevata da Rosarno e portata in una struttura di Cassano sullo Jonio dove comincia la sua nuova vita, quella di testimone di giustizia. Fornisce così un prezioso contributo alle indagini svelando segreti in merito a fatti di sangue e consentendo agli investigatori di ritrovare due bunker. «Basta dire che Cetta non ha fornito importanti input investigativi. Se non ci fosse stata lei non si sarebbe eseguita l’operazione “Blu Call – Tramonto” che ha permesso l’arresto di decine di mafiosi appartenenti al clan Bellocco attivo a San Ferdinando», tuona in aula il PM Giovanni Musarò durante la sua lunga e dura requisitoria. Pronto a difendere con forza la memoria oltraggiata della povera Maria Concetta.
Purtroppo Maria Concetta, che era stata spostata a Genova in località protetta, non riuscì a sopportare la lontananza dai tre figli e riprese i contatti con la sua famiglia. Fu così che il 2 agosto 2011 i genitori della ragazza si misero in viaggio verso il capoluogo ligure dove riuscirono a prelevare la figlia per riportarla a Rosarno. Durante il viaggio di ritorno, quando i Cacciola si erano fermati per fare una sosta a Cerretolo (in provincia di Reggio Emilia), gli uomini del Servizio di Protezione e del R.O.S., allertati da Maria Concetta, riuscivano a raggiungerli e a riportarla indietro. Dalle intercettazioni degli investigatori emerge che, durante il viaggio, la giovane donna aveva cominciato a riferire ai genitori il contenuto di alcune dichiarazioni che aveva reso ai magistrati, al che Michele Cacciola e Rosalba Lazzaro cominciavano a pressarla affinché ritrattasse tutto.
musaro-giovanni-web0Sulla scena, a questo punto, irrompono due avvocati: Gregorio Cacciola, cugino di Michele Cacciola e Vittorio Pisani che, in questa storia, dopo essere stato condannato, collaborerà con gli inquirenti.
I due legali hanno il compito di convincere la ragazza a ritrattare per tutelare gli interessi delle famiglie mafiose che Maria Concetta stava accusando con le sue dichiarazioni. Tra i due la figura dominante è sicuramente quella di Gregorio Cacciola. Lo si evince dalla lettura degli atti e dalle parole del Sostituto Procuratore durante la requisitoria: «Il vero dominus della ritrattazione di Maria Concetta è l’avvocato Cacciola. Vittorio Pisani è solo un pupo utilizzato per rappresentare i Bellocco ma soprattutto per farlo esporre. È lui – attacca Musarò – il vero consigliori di tutte le cosche della Piana. È lui che ha pianificato e studiato la strategia con i Bellocco. Da persona intelligente e furba non si è esposto e ha fatto sporcare le mani a Vittorio Pisani».
Diventano forti le pressioni della famiglia su Maria Concetta affinché si metta in contatto con l’avvocato Pisani. Ed è a questo punto che durante una conversazione telefonica tra la ragazza e sua madre, viene intercettata quella che si può definire la frase simbolo del processo: « O cu nui o cu iddi a stari» (Devi stare o con noi o con loro), intima Rosalba Lazzaro alla figlia. O stai con noi o con lo Stato, insomma. Parole che fanno capire la dura realtà di alcuni contesti territoriali e, nello specifico, a quali pressioni fosse sottoposta la povera Maria Concetta.
Alla fine la testimone di giustizia capitola e chiama l’avvocato Pisani. Il suo rientro a Rosarno avviene nella notte tra l’8 e il 9 agosto 2011.
Nel frattempo, però, dalle conversazioni intercettate emerge lo stato d’animo che aveva la ragazza in quei giorni. Confida ad un’amica di essere schiacciata tra la paura di essere uccisa al suo ritorno e il timore di non vedere più i suoi figli. Perché la più grande minaccia che le veniva fatta era proprio questa: «Torna o non vedrai più i tuoi figli».
Ormai l’errore che le costerà la vita l’aveva compiuto, Maria Concetta. Arrivata a Rosarno viene costretta, in data 12 agosto 2011, a registrare una ritrattazione delle dichiarazioni che aveva fornito agli inquirenti. Tutto avviene nello studio dell’avvocato Cacciola, sotto la sua malefica regia.
Ma stava male, Maria Concetta, e si era accorta dell’errore commesso.
«Ascolta cm posso uscire da sta cosa? Mi vergogno delle cose che o detto». È il testo di un sms che la poveretta invia il 13 agosto ad un uomo con cui aveva intrapreso una relazione.
E ancora, in un altro sms all’uomo, scrive: «Pa prova a chiamare gennaro spiegagli come e andata e gli dici che voglio rientrare». Gennaro è lo pseudonimo di un Carabiniere del R.O.S. di Reggio Calabria che per la donna era diventato un punto di riferimento.
Cominciano a questo punto tutta una serie di conversazioni tra Gennaro e Maria Concetta. Commovente è lo sforzo dell’uomo che cerca di strapparla dall’atroce destino. «…Voi per qualunque comunicazione fate riferimento a questo numero qua, noi stiamo qua», affermava il Carabiniere in una delle conversazioni. E ancora: «Basta che uscite fuori dal cancello di casa e magari, insomma, cioè, ci sarà qualcuno ad attendervi… Fateci uno squillo, il tempo che noi partiamo da qua ci sarà un quarto d’ora. Voi l’abitazione, giusto?...».
Purtroppo, Maria Concetta, quello squillo, a Gennaro, non lo farà mai. Stretta tra il terrore di essere scoperta dai familiari: «Va bene, dai. Vediamo come posso fare qua, perché qua è difficile che c’è mio padre e mio fratello qua vicino…» e l’imprevisto di un malore alla figlia più piccola: «Eh, però… Aspettate. Adesso sto… Vi volevo fare una domanda. Siccome voglio aspettare an… voglio vedere un attimino le cose, perché c’è mia figlia che sta male, la… la seconda. Infatti non è cosa facile però… No, voglio vedere come va, perché sta facendo dei controlli e ho paura che… non si sente tanto bene. Aspetto due/tre giorni e vi richiamo». «… okay. A dopo signora, a dopo», rispondeva Gennaro il 18 agosto 2011.
Un dopo che purtroppo non c’è stato mai. Il 20 agosto 2011 Maria Concetta viene ritrovata moribonda nella sua abitazione. A nulla è valsa la corsa presso il Pronto Soccorso di Polistena dove viene constatato il suo decesso. È stata uccisa, Maria Concetta, con la ferocia tipica delle belve selvatiche. Non poteva suicidarsi una donna che tanti testimoni descrivono allegra, socievole e piena di vita. Era terrorizzata che le potesse accadere qualcosa ma voleva combattere. Non poteva di certo suicidarsi una donna che il giorno prima era stata dal parrucchiere e che teneva tantissimo alla cura del suo aspetto. Non poteva suicidarsi una donna che era controllata in maniera ferrea dai familiari e che, guarda caso, proprio in quei momenti era stata persa di vista. No. Non poteva.
«Era una donna forte». La ricorda così, durante l’udienza, il PM Giovanni Musarò.
Ancor più vergognoso è quello che è successo dopo la morte della ragazza.
Il 23 agosto 2011, infatti, prima ancora che fossero celebrati i suoi funerali i coniugi Cacciola depositavano presso la Procura di Palmi un esposto indirizzato al Ministro della Giustizia, al Procuratore Generale di Reggio Calabria, al CSM, al Procuratore Generale della Corte di Cassazione, al Procuratore della Repubblica di Messina, al Comando Generale dei Carabinieri. All’esposto veniva allegata un’audiocassetta con la relativa trascrizione della ritrattazione che Maria Concetta era stata costretta a registrare e una sua lettera scritta quando aveva deciso di collaborare. Nell’esposto, in sintesi, c’era scritto che la figlia soffriva di “depressione psichica”; che i Carabinieri le avevano promesso “in maniera subdola” “una condizione di vita personale di assoluto vantaggio che in realtà poi si era rivelato un autentico inferno”; che negli ultimi giorni Maria Concetta aveva raccontato “tutto quello che le era accaduto, ivi compreso le dichiarazioni che ha rilasciato ai magistrati che l’hanno sentita, le forzature che lei si era inventata, anche su suggerimento degli stessi interroganti, nonché l’intenzione di ingraziarsi le simpatie dei magistrati”; che da quando era rientrata in famiglia la loro figlia aveva ritrovato la serenità, che la figlia era “fortemente condizionata dal suo stato psichico – depressivo per cui era stata convinta di poter intraprendere un’esistenza migliore di quella che viveva in cambio di una collaborazione di giustizia “che mai avrebbe potuto offrire essendo la stessa lontana da sempre da qualunque tipologia di collegamento e/o circuito criminale o delinquenziale che dir si voglia”. Sottolineavano che “la tragica vicenda in cui aveva perso la vita la figlia poteva essere riscontrata dalla viva voce della medesima”, ascoltando la registrazione dell’audiocassetta.
“Chiedevano infine agli inquirenti di fare piena luce sulla vicenda e di colpire i comportamenti passibili di rilevanza penale che avevano indotto la figlia a compiere un così grave atto di autolesionismo”.
Così, a tre giorni dalla sua morte, Maria Concetta veniva uccisa un’altra volta. Forse, ancora in modo più atroce. È questa la vera “Onta”, fare passare per pazza una ragazza forte, coraggiosa e piena di vita. E gettare fango sul lavoro degli inquirenti.
Ma l’”Onta” è stata lavata dal PM Giovanni Musarò che ha ottenuto la condanna in primo grado di tutti i protagonisti negativi di questa triste storia.
In abbreviato erano stati condannati Anna Rosalba Lazzaro a 4 anni e 10 mesi di carcere, a 6 anni e 6 mesi di reclusione Michele Cacciola e a 5 anni e 8 mesi Giuseppe Cacciola. I tre, come detto, sono rispettivamente madre, padre e fratello di Maria Concetta. Condannato a 4 anni e sei mesi di reclusione l’avvocato Vittorio Pisani che ha poi deciso di collaborare.
L’unico a scegliere di essere giudicato con il rito ordinario era stato l’avvocato Gregorio Cacciola. Per lui la pena è di anni sei e mesi quattro di reclusione oltre al pagamento delle spese processuali e di custodia cautelare. Inoltre, su di lui grava l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, l’interdizione legale per la durata di cinque anni e l’interdizione dalla professione di avvocato per 5 anni, massimo della pena accessoria prevista dalla legge. Ma, soprattutto, il collegio giudicante ha attribuito al Cacciola l’art. 7, confermando che operava per conto della ‘Ndrangheta.
Visibilmente soddisfatto il Pubblico Ministero Giovanni Musarò che, durante la requisitoria, ha evidenziato anche il ruolo negativo ricoperto durante la vicenda da certa stampa: «La vicenda è stata strumentalizzata per ostacolare la DDA. La ‘Ndrangheta era preoccupata e voleva bloccare le collaborazioni di donne come quella di Giuseppina Pesce. Fino ad allora le donne erano rimaste impunite. Lo scopo era quello di rendere impopolari le collaborazioni per recuperare il danno d’immagine subito. Qualcuno è stato il megafono della ‘Ndrangheta. Inconsapevolmente, ovvio».
Si vede che il Sostituto Procuratore ha sentito molto questo processo. Durante la sua brillante requisitoria, chiaramente emozionato affermava: «Questo processo deve ridare dignità a Maria Concetta Cacciola che non era una squilibrata ma una donna forte che è stata uccisa con l’acido muriatico, come usa fare la ‘Ndrangheta».
Oggi, al termine del processo, possiamo dire che piena dignità è stata ridata a Maria Concetta Cacciola grazie al lavoro, all’impegno e alla tenacia del giovane magistrato Giovanni Musarò.

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