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Mafie News

Giustizia per Lea Garofalo, la Cassazione conferma cinque condanne

garofalo-lea-2di Savino Percoco - 19 dicembre 2014
C’è giustizia per Lea Garofalo e la figlia, Denise Cosco. La Prima sezione penale della Corte di Cassazione, presieduta da Maria Cristina Fiotto, ha confermato le condanne emesse il 25 Maggio 2013 dalla Corte d’Assise d’Appello di Milano per l’omicidio di Lea Garofalo, testimone di giustizia calabrese ed ex compagna del boss ‘ndraghetista Carlo Cosco, torturata e assassinata nei pressi di Monza il 24 novembre 2009. La Corte ha così deciso di condannare all’ergastolo per l’ex convivente Carlo Casco, suo fratello Vito Cosco, Rosario Curcio e Massimo Sabatino, 25 anni invece a Carmine Venturino, ex fidanzato di Denise (figlia di Lea) come sconto di pena per la collaborazione nel ritrovamento dei resti della donna.
La Cassazione ha anche condannato gli imputati al pagamento delle spese processuali e al risarcimento alle parti civili, fra cui la figlia di Lea, Denise Cosco, e il Comune di Milano.
Rigettato quindi il ricorso di tutti gli imputati, dove si chiedeva l’esclusione dell'aggravante della premeditazione, sulla base di una tardiva e parziale confessione di Carlo Cosco innanzi alla Corte d'assise d'appello di Milano, nella speranza di evitare l'ergastolo e scagionare i suoi sodali.

Secondo la Cassazione, Cosco progettava da anni l’omicidio, come emerge anche da alcune dichiarazioni di Venturino, “Lea Garofalo doveva essere tolta “dalla faccia della terra non solo uccidendola, ma anche disperdendone ogni traccia materiale” perché lui non aveva mai "accettato" le sue "scelte" di "libertà" sia "rispetto alle regole di vita familiare sia rispetto a quelle imperanti in ambito criminale”.
Molti dei meriti legati al proseguo del processo sono di Denise Cosco, che nonostante i legami affettivi con gli impuntati, ha avuto il coraggio di portare avanti l’accusa nei riguardi di suo padre, i suoi zii e il suo ex fidanzato. “Oggi per me spero si chiuda un ciclo della vita e se ne apra un altro”, ha detto ieri la figlia di Lea durante un incontro con l’On. Laura Boldrini.
Nel merito, la Presidente della Camera ha dichiarato che“ Denise è già un emblema di coraggio e determinazione contro la sopraffazione mafiosa e di genere. Una violenza che, come dimostra questa sentenza, si può combattere e vincere”.
Sul verdetto si è espresso anche il componente della commissione parlamentare Antimafia, Giuseppe Lumia, affermando che “A Lea Garofalo le istituzioni e gli italiani devono ancora tanto. Ecco perché il modo migliore per ricordarla è approvare al più presto una legge che garantisca i testimoni di giustizia e le loro famiglie”.
Di origini familiari mafiose, durante la faida di “Pagliarelle”, Lea Garofalo a soli 9 mesi di vita, perde suo padre Antonio e nel 2005 il fratello Floriano, che nel frattempo aveva ereditato la gestione degli affari criminali. A 13 anni, infatuata di Carlo Cosco, membro di una famiglia adepta al taglio della droga per conto dei Garofalo, fugge con egli a Milano, con la speranza di allontanarsi dal sangue calabrese che fino ad allora aveva inciso nelle sue sofferenze. Dalla relazione, a pochi mesi dalla maggiore età, Lea partorisce Denise e auspicandole una vita distante dalla cultura mafiosa, quando nel 1996 Carlo viene arrestato, trova il coraggio di lasciarlo e allontanare sua figlia da egli e dall’intero sistema criminale di famiglia.
Secondo gli atti giudiziari, costituirà questo il movente che segnerà fine alla vita di Lea, difatti un boss del rango di Carlo Cosco, non poteva consentire un affronto di questo genere ai danni del suo onore. Il pentito Angelo Salvatore Cortese con lui in cella nel 2001 testimonierà l’ordine di scioglierla nell’acido richiesto dall’ex compagno.
Presa da un grande senso di giustizia, Lea racconta agli inquirenti episodi legati a faide e affari della 'ndrangheta, prendendo una posizione forte ed esemplare che troverà l’avversità dei suoi stessi familiari, che oltre all’isolamento, non disdegneranno forme di violenza.
Il 13 luglio 2002, appena ventenne, Lea diventa testimone di giustizia, entrando ufficialmente nel programma di protezione che gli verrà estromesso nel 2006 e reintegrato nel Settembre 2008 con l’intermezzo di un anno di volontaria fuoriuscita causata dalla sfiducia.
Il 24 novembre 2009, dopo aver subito violenza di vario tipo, viene bruciata mentre i resti del suo corpo depositati in un tombino e ritrovati nel Novembre 2011 in 2812 frammenti ossei.
Nonostante nella sentenza manchi l’aggravante per finalità mafiose, quello di Lea Garofalo è un omicidio orchestrato  con metodi e motivazioni mafiose nonché di lupara bianca ma sorprendentemente classificato solamente come femminicidio.

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