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Mafie News

La cupola invisibile

lombardo-giuseppe-web0Parla il pm Giuseppe Lombardo: "I veri capi della 'Ndrangheta non li abbiamo ancora colpiti. C'è un livello più alto".
di Rocco Vazzana - 18 maggio 2014
"E' possibile che i veri capi della 'Ndrangheta, quelli del livello occulto, siano stati già processati con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Ed esterni non sono. Sono capi invisibili dell'organizzazione". Ovvero: la mafia calabrese è oggi in mano a persone che fino a ieri non erano considerate affiliate. E' in mano ai colletti bianchi. Il sostituto procuratore Giuseppe Lombardo dosa con cura ogni parola. Ma la pacatezza del tono non basta ad attenuate lo stupore: il pm che ha ordinato l'arresto di Claudio Scajola, infatti, descrive una rivoluzione nelle gerarchie malavitose.

Siamo a Reggio Calabria, sesto piano del Cedir, la struttura che ospita gli uffici della Direzione distrettuale antimafia. Sono passate poche ore da quando, a conclusione di mesi di indagini, Lombardo ha firmato l'ordinanza di custodia cautelare che ha portato in prigione l'ex ministro dell'Interno ed esponente di Forza Italia con l'accusa di avere favorito la latitanza di un condannato a cinque anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, l'ex deputato forzista Amedeo Matacena. Il telefono dell'ufficio squilla senza sosta. "Mi dispiace, ma sono giorni convulsi", dice scusandosi per le continue interruzioni. Poi decide di staccare la cornetta, per il tempo strettamente necessario. Sembra di essere tornati all'ottobre del 2012. Anche allora il telefono di Lombardo non faceva altro che squillare. Erano i giorni in cui un'altra sua inchiesta aveva portato a individuare delle relazioni tra il tesoriere della Lega Nord Francesco Belsito ed esponenti della 'Ndrangheta.
Le inchieste "a sicuro impatto mediatico" non sono il suo pane quotidiano. Ventiquattro ore prima dell'arresto di Scajola, Lombardo ha portato a casa una sentenza storica della quale, però, i giornali e le tv quasi non si sono accorti: si tratta del cosiddetto "processo Meta". Si è concluso con la condanna di personaggi del calibro di Giuseppe De Stefano, Pasquale Condello (detto "Il Supremo"), Giovanni Tegano e Pasquale Libri: il gotha della 'Ndrangheta. O almeno quello che era considerato il vertice supremo dell'organizzazione. Prima che la stessa inchiesta cominciasse a delineare i tratti di coloro che un tempo erano definiti "gli invisibili". Perché, spiega il procuratore, "finora abbiamo condannato solo la parte visibile della 'Ndrangheta". Dietro c'è molto altro. E che la tesi di Lombardo abbia più di un elemento a suo sostegno lo dimostra, oltre che le carte processuali, anche i 200 chili di tritolo che le 'ndrine gli hanno promesso.

Dottor Lombardo, ha appena ottenuto pene severissime per i boss delle famiglie più potenti ma non sembra ancora soddisfatto. perchè?
La 'Ndrangheta ha una struttura a torta nuziali, a loro volta, siedono all'interno di una struttura di tipo misto, in cui possono accedere soltanto i grandi capi. Questo è il vertice operativo. Al di sopra di un generale però c'è sempre qualcun altro. E se questo livello superiore ancora non è stato individuato è forse perché c'è stato un errore di fondo nell'impostazione che abbiamo dato alle indagini nel corso di tanti anni. C'è il rischio, in altre parole, che i veri capi, quelli del livello occulto, magari siano stati già processai, ma per concorso esterno in associazione mafiosa. E qualificar eun soggetto che sta al vertice dell'organizzazione come un concorrente esterno evidentemente produce effetti devastanti.

Non una borghesia che si serve della 'Ndrangheta ma una 'Ndrangheta a guida borghese, dunque?
Stiamo parlando dei capi veri. Abbiamo sempre discusso di zona grigia, di borghesia mafiosa e di circuiti simili. Ma siamo arrivati in una fase in cui diventa secondaria la definizione e l'immagine che si vuole veicolare di una classe dirigente che in qualche modo ha vissuto a braccetto con l'organizzazione criminale. Siamo di fronte a un problema diverso: dobbiamo interrogarci, e accertare in sede processuale, quella che è la natura vera della 'Ndrangheta di origine calabrese. Perché la componente visibile dell'organizzazione noi l'abbiamo ricostruita, processata e condannata. Eppure questo non ha impedito al fenomeno criminale di crescere ed espandersi. Allora probabilmente c'è qualcosa che deve essere ancora ricostruito e collocato nel suo ambito di riferimento. Indebolire la 'Ndrangheta con azioni ordinare è praticamente impossibile, se non arriviamo a individuare quelli che sono da sempre i cervelli dell'organizzazione.

Negli anni '90, l'indagine Olimpia era arrivata a ipotizzare l'esistenza di una struttura invisibile molto simile a quella che lei descrive.
L'inchiesta Meta recupera il materiale di Olimpia e lo attualizza. Perché quell'indagine si era fermata nel momento in cui aveva ipotizzato l'esistenza di un organismo sovraordinato, definito "Cosa Nuova", in cui i grandi capi si incontravano per assumere una serie di decisioni. Ma i giudici non credettero all'esistenza di questa struttura sulla base di un argomento anche condivisibile: mancava la prova "dall'interno". La prova, cioè, capace di spiegare meccanismi di funzionamento. Ecco, Meta parte da l', da un dato processuale che non ha avuto uno sbocco favorevole e cerca di capire se negli anni si è arrivati alla creazione di un organismo decisionale di tipo verticistico, uno direttorio.

Come ha fatto la 'Ndrangheta a trasformarsi in un'organizzazione del genere?
La prima guerra di mafia, nella metà degli anni Settanta, ha trasformato profondamente l'organizzazione, consentendo alla famiglia vincitrice del conflitto, i De Stefano, di entrare in una serie di ambienti che contano in Lombardia e a Roma. Ma i De Stefano capiscono subito che è impossibile gestire un'organizzazione che mentre cresce rimane legata a logiche antistoriche e arcaiche. E' necessario dettare una serie di regole nuove per uscire dalla logica di una 'Ndrangheta orizzontale, composta da 'ndrine chiamate a occuparsi di piccole porzioni di territorio in una condizione quasi paritaria. La cosca reggina vuole seguire le evoluzioni del mercato e porre le basi per entrare in determinati ambienti, col ruolo di interlocutore autorevole. Così i De Stefano conquistano il ruolo di famiglia di riferimento. Ma diventano troppo potenti, attirando su di loro attenzioni che creano le prime fratture interne. Così si arriva alla seconda guerra di 'Ndrangheta che scoppia nell'ottobre del 1985 lasciando a terra circa 700 morti in sei anni. La guerra finisce nel 1991 e sancisce nuovi equilibri. Che Meta oggi prova a descrivere.

Che caratteristiche hanno quelli che lei definisce capi occulti?
Stiamo indagando. In questa fase è importane definire nei dettagli il perimetro d'azione.

Che rimane in Calabria?
No. Io parlo di 'Ndrangheta solo di origine calabrese. E' da almeno trent'anni che la 'ndrangheta ha superato i confini regionali.

Fino ad arrivare in Libano?
Questo lo dice lei.

Sembra emergere dalla sua indagine su Matacena... Come siete arrivati a scoprire i rappori tra l'ex ministro Scajola e il latitante di Forza Italia?
I particolari ovviamente non posso riferirli. Per ricostruire il circuito di Matacena abbiamo seguito una serie di tracce, partendo da Bruno Mafrici, un personaggio già interessato dalle perquisizioni che avevano riguardato anche l'ex tesoriere della Lega nord Francesco Belsito.

C'è un filo che lega le vicende calabresi di Forza Italia a quelle della Lega nord?
Non c'è nessun tipo di rapporto. Se non il ruolo di Bruno Mafrici che era in contatto tanto con soggetti che ruotavano intorno a Belsito tanto con soggetti che ruotavano intorno a Matacena.

In che contesto Scajola e Matacena entrano in contatto?
Non posso esplicitare nulla in più di ciò che si ricava dai provvedimenti eseguiti. Si tratta di indagini che vanno approfondite evitando fughe in avanti.

Perché avete chiesto per Scajola l'aggravante mafiosa, che poi il giudice non ha accolto?
Riteniamo che si siano gli estremi per contestare l'aggravane mafiosa, che scatta nel momento in cui ci sono condotte che agevolano l'associazione per delinquere di tipo mafioso. E siamo convinti di questa impostazione, nonostante non sia stata accolta. Ma c'è la possibilità di ricorrere in appello...

Chiedere l'aggravante mafiosa equivale a sostenere che per l'accusa l'ex ministro è un mafioso?
No, assolutamente no, sono due profili diversi. Ma è inutile inoltrarsi in tecnicismi adesso.

Dalle prime indiscrezioni di stampa sembra che l'inchiesta che ha portato all'arresto di Scajola mostri solo la punta di un iceberg.
Vedremo. Per il momento ci sono solo ricostruzioni fantasiose. Noi aspettiamo ancora che arrivi a Reggio il materiale sequestrato.

Tratto da: Left

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