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Viaggio nel tesoro della mafia, Gratteri: “Difficile fare seria azione di contrasto”

gratteri-nicola-web3Foto e grafico
di Miriam Cuccu - 18 febbraio 2014

Gli ultimi arresti scaturiti dall’inchiesta ‘New Bridge’ (8 a New York, 18 a Reggio Calabria) hanno consentito di rivelare l’esistenza di un ‘nuovo ponte’ che sancisce l’alleanza tra la ‘Ndrangheta jonica reggina e i Gambino di Cosa nostra americana. Viene spontaneo chiedersi quando, e come, gli organi addetti al contrasto della criminalità organizzata creeranno a loro a volta un ponte che permetta, attraverso una serie di riforme ad hoc, l’istituzione di un sistema dove delinquere non sia più conveniente. È quanto spiega Nicola Gratteri, procuratore aggiunto di Reggio Calabria, negli studi televisivi di Presa diretta, trasmissione condotta da Riccardo Iacona. La buona riuscita dell’operazione è stata frutto, infatti, della preziosa collaborazione iniziata due anni prima tra le forze dell’ordine e la magistratura italiana e statunitense, l’Fbi, lo Sco (e nello specifico il poliziotto sotto copertura conosciuto come ‘Jimmy l’americano’) grazie alla quale fu scoperto un nuovo canale di traffico di stupefacenti sull’asse Calabria-New York con anche la partecipazione dei narcos messicani e colombiani. La droga intercettata era arrivata al porto di Gioia Tauro insieme ad un carico di frutta esotica. Nuovi legami, solide alleanze per gestire un business con cifre da capogiro nel quale sono le mafie italiane a fare da garanti affinché i traffici vadano a buon fine. In particolare la ‘Ndrangheta, che oggi è “la prima organizzazione protagonista nel traffico internazionale di stupefacenti, nonchè interlocutore privilegiato di Cosa nostra statunitense” ha dichiarato Federico Cafiero de Raho, procuratore generale di Reggio Calabria.

lupoi-la-stampaAlla luce di un sistema giudiziario come quello attuale, spiega ancora Gratteri, non ci sono i mezzi adatti per mettere in atto una seria azione di contrasto, di fronte ad una mafia dalle molteplici ramificazioni che, date le quantità, “conta i soldi al chilo”. Per questo una commissione presieduta da Roberto Garofoli, magistrato del Consiglio di Stato, e composta da Magda Bianco, dirigente Banca d'Italia, Raffaele Cantone e Elisabetta Rosi, magistrati di Cassazione, Giorgio Spangher, professore ordinario di procedura penale, e lo stesso Gratteri, su richiesta dell’ex premier Letta aveva stilato un rapporto contenente alcuni provvedimenti indispensabili: “Aumentare le pene, oggi per il 416 bis sono ridicole, non proporzionali al reato, senza altri capi di imputazione parliamo di 5-10 anni di carcere” oltre a “togliere i riti abbreviati nei casi di mafia”. In secondo luogo “passare ad un sistema informatizzato per abbattere costi e tempi del processo” mentre ad oggi “gli ufficiali giudiziari sono costretti a girare il paese e a non fare indagini”. “Bloccare la prescrizione del processo dopo il primo grado, per evitare che gli avvocati puntino alla prescrizione allungando in modo anomalo il processo. In questo modo si libererebbero risorse e giudici perché meno imputati ricorrerebbero in appello, sapendo che non ci guadagnano nulla”. Sul 41 bis Gratteri non ha dubbi: “E’ uno slogan: sono 750-780 i detenuti al 41 bis nelle diverse carceri italiane, dove però i posti attrezzati sono solo 500. Servirebbero quattro supercarceri dove concentrare tutti i boss, per arrivare ad una univocità nell’applicazione del carcere duro. Oggi, ogni carcere fa storia a sè, e un Riina se ne può passeggiare ad Opera a discutere di stragi col compare durante l’ora d’aria”. E sull’emergenza carceri: “niente indulto o amnistia” ma piuttosto “accordi bilaterali con i paesi esteri per i detenuti fermato-fbistranieri”. Gratteri si chiede: “Dopo il 2006 – e l’istituzione dell’indulto – cosa ha fatto la politica per ridurre il problema delle carceri? Perché non si riaprono le supercarceri di Pianosa ed Asinara? Perché non si tolgono i detenuti per droga, in altre strutture attrezzate?”. Infine la questione degli sprechi: “Non ci sono soldi per i furgoni dove trasportare i detenuti, e poi il Dap spende soldi per auto di grossa cilindrata? A chi servono e perché? A Reggio Calabria mancano il 50% dei giudici, e così anche in altre procure d’Italia. Se questa è la situazione, difficile fare una vera lotta alla mafia”. Eppure, precisa il magistrato reggino, a voler mettere in atto i provvedimenti contenuti nel rapporto “basterebbero due mesi per preparare un decreto legge”.
I risultati di una linea politica che si muove esclusivamente quando tenta di arginare le situazioni di emergenza, ahinoi, si vedono eccome. Basta guardare qualche dato: si stima che i beni confiscati in Italia abbiano un valore di circa 30 miliardi di euro. Su 1708 imprese solo una sessantina risultano pienamente attive. La restante parte va incontro al fallimento quando la gestione passa nelle mani dello Stato, con l’inevitabile sconfortante reazione di chi lavorava presso aziende, alberghi, ristoranti, cave, raffinerie, supermercati: “la mafia ci dava lavoro, è arrivato lo Stato e siamo in mezzo alla strada”. La realtà, però, è ben più complicata: un’impresa che, gestita dalla mafia “ci ha sempre pagato a tutti quanti” (a parlare è un ex dipendente di una villa per ricevimenti sequestrata alla Sacra corona unita) grazie all’enorme disponibilità di denaro liquido – derivante in massima parte dai proventi della cocaina – le-rotterappresenta già un’anomalia sul mercato legale, che viene inevitabilmente inquinato. Per ogni azienda in odore di mafia confiscata dallo Stato un’altra, intestata all’ennesimo prestanome, è quasi sempre pronta a sostituirla. La gestione statale risulta infatti essere quantomeno carente e le organizzazioni criminali avanzano dove lo Stato, in possesso di misure totalmente inadeguate, arretra. Gratteri chiarisce che è necessaria una “gestione manageriale” dei beni sequestrati per farli nuovamente fruttare. Oltretutto, viene sostenuto nel corso della trasmissione, ci sarebbero tre miliardi di euro fermi in un fondo unico gestito da Equitalia che il prefetto Giuseppe Caruso, direttore dell'Agenzia nazionale per i beni confiscati, aveva chiesto di adoperare: “Come mai non vengono assegnati al ministero dell'Interno che ha difficoltà persino a pagare la benzina per le volanti o per chi cerca i latitanti?” chiedeva. Di questi tre miliardi, però, Equitalia ne ha finora usato solo 106 milioni.

Foto articolo tratte da © Centimetri - La Stampa

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