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garofalo-lea-webdi Lara Borsoi - 27 marzo 2012
"A tutti gli imputati venga riconosciuta la continuazione tra i reati e che a tutti gli imputati venga applicata la pena dell'ergastolo con isolamento diurno per mesi 18.” E' questa la richiesta del pm Marcello Tatangelo, al processo per la scomparsa della testimone di giustizia Lea Garofalo, al termine della requisitoria odierna.
Inoltre, il pm ha chiesto ai giudici che ai sei imputati, Carlo Cosco e i fratelli Giuseppe e Vito, Rosario Curcio, Carmine Venturino e Massimo Sabatino, non sia concessa alcuna attenuante, definendoli “vigliacchi che si sono messi in sei contro una donna. È orrendo pensare a una donna indifesa, legata, torturata, a cui hanno sparato in testa.”

Stessa richiesta formulata dall'Avvocato di Denise Cosco, Enza Rando che ha inoltre depositato una memoria e chiesto di quantificare in sede civile i danni subiti dalla giovane.
L'Avvocato Roberto D'Ippolito che assiste la mamma Santina Miletta e la sorella Marisa Garofalo, ha chiesto 500mila per danni morali, 550mila per danni patrimoniali, 150mila di provvisionale e il riconoscimento dell'aggravante mafiosa perchè «la finalità era di eliminare un teste scomodo e anche il contesto e il movente sono mafiosi e chiarissimi».
L'avvocato Maria Rosa Sala che rappresenta il Comune di Milano, invece, ha chiesto l500mila euro per “ danno di immagine.”

Una requisitoria lunga iniziata ieri e non nel migliore dei modi. Dopo giorni di “pressione” da parte della famiglia per chiedere il riconoscimento dell'aggravante mafiosa, il pubblico ministero, davanti alla Corte d'Assise ha dovuto spiegare che: ”L'aggravante viene contestata quando è provato il fine di agevolare l’associazione mafiosa ma deve essere provata quindi anche l’esistenza della 'sottostante' associazione. E in questo caso abbiamo una sentenza che ha stabilito che tale associazione non c'era". La sentenza a cui fa riferimento il pm è di un paio d'anni fa ed è a carico dei fratelli Carlo e Giuseppe Cosco per un traffico di stupefacenti con base a Milano.

Quindi secondo il pm Tatangelo la Garofalo è stata uccisa per “odio personale e onore criminale”. “Anche se è vero che la Garofalo viveva con una spada di Damocle sulla testa e non era affatto una pazza come alcuni testi hanno voluto farla passare”. Il pm si riferisce alle testimonianze rilasciate dalla donna su fatti di 'ndrangheta e omicidi. E sono proprio le confessioni della donna ad innervosire il Cosco per il quale la donna rappresentava una “grave fonte di pericolo”, ed aveva “interesse ” ad “uccidere” la Garofalo per quel che “lei sapeva” e per le “dichiarazioni” fatte agli investigatori anche sull'omicidio di Antonio Comberiati nel 1995 .
Dunque una donna scomoda, sola, vessata, dipinta come una pazza dai suoi denigratori, con un grande amore verso la figlia, un grande coraggio e la forza di raccontare agli inquirenti ciò di cui era a conoscenza. Alcuni testi hanno raccontato del grande desiderio della donna di raggiungere la terra australe, ma l'unica cosa certa è che dal novembre 2009 di Lea Garofalo non c'è stata più traccia.  
E proprio la mancanza del corpo della testimone il pm ha spiegato ai giudici che: “quando manca il corpo in un processo per omicidio, il dubbio che sia stato commesso un omicidio c'è”. “Ma il dubbio dev'essere ragionevole e in questo caso è stata fatta un'indagine estremamente rigorosa”. “Perché Lea Garofalo avrebbe dovuto scappare? Per paura di essere uccisa? Ma allora perché non è scappata subito appena uscita dal programma di protezione? Perché era pazza? No, non è pazza, è una donna fragile, depressa. È scappata perche i testi dicono che sognava di andare a vivere in Australia? Magli stessi testi dicono che il suo sogno includeva sua figlia Denise. Non sarebbe mai andata via abbandonandola. L'avrebbe portata con sé». Un rapporto profondo ha proseguito il pm, tanto che: "Denise nel 2009 è un'adolescente che ha un rapporto talmente stretto con sua madre che si faceva carico della sua solitudine, la portava fuori con i suoi amici. I testi hanno detto di Lea che era pazza, schizzata, ma le vogliamo riconoscere almeno una cosa? Amava sua figlia, non l'avrebbe mai abbandonata. Lea garofalo è morta. Non è viva, è stata uccisa dalle persone che state giudicando".
La requisitoria è stata seguita anche dalla figlia di Lea Garofalo e Carlo Cosco, Denise Cosco, parte civile contro il padre, che però non si trovava in aula. Il Presidente della Corte d'Assise ha riferito che la ragazza era “nascosta” in un corridoio tra l'aula e la camera di consiglio per “ragioni di tutela”.

Ora si attendono le arringhe dei difensori.

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