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Mafie News

La guerra di mafia catanese nelle parole dell'ex killer Dario Caruana

Ripercorsa la lotta intestina del 2004
di AMDuemila
Dallo scorso 25 settembre l'ex killer dei Santapaola, Dario Caruana, protagonista della guerra di mafia intestina a Cosa nostra del 2004, ha iniziato a collaborare con la giustizia.
Nel 2015 la Squadra Mobile lo aveva arrestato per omicidio ma il suo nome compare in diverse inchieste sulla mafia catanese, dal traffico di droga dell'operazione "Carthago" all'indagine sulla maxi tangente versata per anni nelle casse del clan Santapaola dagli ex titolari del Bingo di Misterbianco.
Ai magistrati ha raccontato il suo percorso criminale. Già nel carcere minorile conobbe figure come Alessandro Strano, per anni boss di Monte Po e poi migrato tra i Cappello-Bonaccorsi. Poi, nel 1999, conobbe Franco Di Venuto, inteso ‘u ghiacciaru’, affiliato al clan Santapaola, che lo presentò ad Antonino Santapaola inteso ‘Nino u pazzu’: "Nino Santapaola, che noi chiamavamo lo zio Nino, mi ha affiancato ad Alessandro Strano, che in quel momento era il reggente della famiglia Santapaola a Monte Po. Nel 1999 ci fu un blitz contro il clan Santapaola e furono tutti tratti in arresto, compreso Alessandro Strano che fece una breve latitanza”.
Dopo quel blitz Caruana entrò a far parte della famiglia dei Mirabile. "Io ho parlato nuovamente con Nino Santapaola - ha raccontato ai magistrati - che mi ha affiancato a Giuseppe Mirabile che io già conoscevo da ragazzo perché abitavamo nello stesso quartiere dei Capuccini. Posso quindi affermare che sono entrato nel clan Santapaola nel 1999. Con Giuseppe Mirabile, sino al 2002". Nei verbali, come riportato dal mensile S in una lunga inchiesta a firma dell'ottima collega Laura Distefano, si fa riferimento anche ad estorsioni e non mancano gli Omissis. Il segno che le indagini sono ancora in corso. Intanto le sue dichiarazioni sono confluite proprio nei processi sugli omicidi degli anni Duemila.
E' proprio durante un'udienza del processo d'appello per l'omicidio di Salvatore Di Pasquale, crivellato di colpi la notte del 29 aprile 2004 davanti a un 'paninaro' di San Giovanni Galermo, che Caruana (imputato e condannato in primo grado all'ergastolo, ndr) ha inviato una lettera in cui comunica la revoca dei propri difensori e la nomina di un nuovo penalista.

L'ascesa dei Mirabile
Caruana ha raccontato, dunque, l'ascesa dei Mirabile nel mondo di Cosa nostra catanese: "Il nostro gruppo era il gruppo reggente per Cosa nostra catanese. Avevamo contatti con Ciccio La Rocca per il calatino, Sebastiano Rampulla per la zona di Mistretta e con Raffaele Bevilacqua per la zona di Enna e Barrafranca. Nel 2002 Giuseppe Mirabile divenne latitante e nel gennaio 2003 venne tratto in arresto”.
E poi ancora: "Il nostro gruppo aveva come base il quartiere San Cristoforo ed in particolare via Plebiscito, zona Cappuccini”.
Uno dei momenti chiave vi sarà con il pentimento di Natale Di Raimondo, reggente del gruppo di Monte Po, che di fatto lasciò un vuoto. "Era l'anno 2003. Dal carcere - ha ricordato Cruana - Nino Santapaola, ci fece sapere che dovevamo spostare il nostro punto di riferimento nel quartiere di Monte Po dove si trovavano gli Strano, perché quel quartiere era stato sempre il simbolo del potere dei Santapaola, ma dopo la collaborazione con la giustizia di Natale Di Raimondo e gli altri era caduto in disgrazia”.

Lotte intestine
I primi anni del duemila, però, non furono caratterizzati solo dagli affari. Nel 2004, infatti, ebbe luogo una lotta intestina tra i Santapaola e gli Ercolano con una seri di agguati ed omicidi.
"Il 24 aprile 2004 c’è stato l’attentato ad Alfio Mirabile - ha ricordato Caruana che nel luglio 2004 finì in carcere - e poi gli omicidi prima di Salvatore Di Pasquale, poi di Gaetano La Rosa e poi di Michele Costanzo”.
Secondo quanto emerse nelle indagini i vertici della famiglia Ercolano-Mangion volevano fermare la scalata criminale di “Nino ‘u pazzu” Santapaola, fratello del padrino Nitto. Così decisero di colpire il suo uomo più fidato, Alfio Mirabile. L’agguato però fallì e Mirabile rimase paralizzato per poi morire nel 2011 in una clinica. Di quel tentato omicidio del 2004 ne avrebbe “gioito” Salvatore Di Pasquale, conosciuto negli ambienti criminali come “Giorgio Armani” che a sua volta, il 29 aprile 2004, venne ammazzato davanti ad un paninaro di San Giovanni Galermo.
E Caruana prese parte a quel delitto ed ora ha raccontato i retroscena: "Questo omicidio è scaturito dal tentato omicidio di Alfio Mirabile che fu attinto da colpi di arma da fuoco il 24 aprile 2004. Noi ci siamo subito organizzati per capire il responsabile dell’attentato. Il nostro gruppo era formato da me, Turi Guglielmino, Luigi Ferrini, Angelo Pappalardo, Pietro Privitera e Marco Strano. Il pomeriggio dell’attentato - ha spiegato ancora il pentito - siamo stati in ospedale al Garibaldi-vecchio per cercare di parlare con Alfio Mirabile ma a causa della presenza delle forze dell’ordine e dei medici non abbiamo potuto avere alcun contatto. Abbiamo parlato con la moglie di Alfio - ha proseguito - per capire chi fosse l’autore dell’attentato ma questa era troppo sconvolta e non ci ha dato alcun aiuto”.
A quel punto i fedelissimi di Mirabile decisero di andare a Caltagirone per confrontarsi con il padrino: “Abbiamo quindi deciso di andare da Ciccio La Rocca ma rientrando a Catania, la stessa sera siamo andati a casa della cognata di Alfio Mirabile dove si trovava anche Laura, la moglie di Alfio”. Ed è la vedova che avrebbe fatto il nome di ‘Giorgio Armani’. “Laura ci disse che dal balcone aveva visto Salvatore Di Pasquale appena prima dell’attentato uscire dalla traversa dove abitava Alfio Mirabile e subito dopo c’era stata l’esplosione dei colpi contro Mirabile”.
Bastò questa indicazione per alimentare i sospetti e far partire un'indagine interna. "Noi ritenevamo che il tentato omicidio fosse maturato all’interno della stessa famiglia Santapaola in quanto nei mesi precedenti il Mirabile aveva avuto contrasti con Angelo Santapaola, con Pippo Ercolano e con Maurizio Zuccaro - ha proseguito il pentito -. Il giorno prima dell’omicidio di Di Pasquale abbiamo parlato con tale Condorelli che era molto vicino a Marco Strano e che conosceva Di Pasquale. Gli abbiamo quindi chiesto di portarci con l’inganno Di Pasquale perché intendevamo interrogarlo, lui ci provò ma Di Pasquale non volle salire in macchina con Condorelli anche se gli confidò che era contento dell’attentato al Mirabile facendo intendere che aveva avuto un ruolo nell’attentato”.
Tanto bastò per poi arrivare all'omicidio. La "vendetta" fu consumata anche su richiesta dello stesso Paolo Mirabile che "ebbe colloqui in carcere con il fratello Giuseppe e ci disse che voleva che vendicassimo l’attentato a suo zio. Anche Alessandro Strano che era in carcere a Bicocca ci fece sapere, tramite i colloqui con i fratelli, che avremmo dovuto vendicare l’attentato”.
Agli inquirenti Caruana ha poi raccontato con dovizia di particolari le varie fasi del delitto, dalla composizione del gruppo di fuoco, disposto su tre macchine, con la partecipazione di lui stesso, Pietro Privitera, Angelo Pappalardo, Turi Guglielmino, Marco Strano e Ferrini. "Il nostro commando di fuoco - ha proseguito il pentito - si trovava poco distante e le due macchine del Ferrini e del Privitera ci hanno raggiunto segnalandoci la posizione della vittima nella piazza di via Ustica vicino al camion dei panini. Ci siamo recati subito sul posto tutte e tre le macchine e la nostra macchina si è fermata proprio davanti al camion dei panini dove si trovava Di Pasquale, mi sembra di ricordare, con un giubbotto bianco. Siamo scesi io e il Guglielmino, quest’ultimo ha iniziato a sparare colpendo la vittima, dopo qualche colpo la pistola del Guglielmino si è inceppata e sono intervenuto io a finire la vittima che si trovava già a terra. Nel frattempo Angelo Pappalardo, nonostante non fossero questi gli accordi, si sporse dalla macchina ed esplose un colpo di pistola che attinse Pietro Masci che si trovava sul posto incolpevole”.
Quel delitto doveva essere il primo di una lunga serie ma andò diversamente. “Dopo l’omicidio di Di Pasquale, Alessandro Strano e Giuseppe Mirabile - ha raccontato Caruana - ci fecero sapere che avremmo dovuto continuare a fare omicidi e in particolare di fare un attentato a qualcuno del Villaggio Sant’Agata. Volevano fare un attentato al Villaggio presso il bar del fratello di Angelo Mirabile dove si incontravano di mattina Angelo Santapaola e Raimondo Maugeri”.
Quest'ultimi furono uccisi tempo dopo, il primo nel 2007 ed il secondo nel 2009, ma in altre circostanze.
Tuttavia l'omicidio di Di Pasquale non è stato l'unico fatto di sangue che contraddistinse i primi anni del 2000. Infatti gli Ercolano contrattaccarono uccidendo Michele Costanzo, fedelissimo di Mirabile. Un agguato che fu compiuto il 3 maggio 2004, nella zona industriale di Catania. E pochi giorni prima, il 30 aprile 2004, venne ammazzato Gaetano La Rosa.
Per il delitto Costanzo è stato condannato all’ergastolo Lorenzo Saitta, Salvuccio ‘u Scheletru, parente del boss Maurizio Zuccaro legato al gruppo santapaoliano di ‘San Cocimo’.
Caruana, però, ai magistrati ha fatto un altro nome che gli fu fatto da Lorenzo Saitta nel corso di una comune detenzione presso il carcere di Catanzaro. "Saitta mi disse - ha dichiarato il neo pentito - di essere lui il responsabile dell’omicidio, non fece nomi di nessun altro”.
Inoltre, già nel 2005 aveva avuto informazioni in merito al delitto: “Già nel 2005 nel carcere di Piazza Lanza mi aveva parlato di questo omicidio Nando Santoro, cugino di Lorenzo Saitta. Nell’occasione Nando Santoro, avendo visto che io ero molto amico con il Saitta con il quale ci scrivevamo dal carcere, mi confidò che era stato lui con suo cugino Saitta ad uccidere il Costanzo su mandato di Maurizio Zuccaro, di Pippo Ercolano e Angelo Santapaola. La confidenza mi fu fatta durante l’ora d’aria, al passeggio. Non era presente alla confidenza nessun altro. Anche io, per farlo parlare, gli avevo fatto delle confidenze sui nostri progetti di omicidio dopo l’attentato al Mirabile e anche questo lo ha portato ad avere fiducia in me, come la circostanza che lo stesso Saitta aveva detto al cugino che di me poteva fidarsi”.

Il gruppo di Monte Po
La "carriera criminale" di Dario Caruana proseguirà nel 2007, una volta uscito dal carcere. Ormai era uno dei vertici del gruppo di Monte Po, che era sempre riferimento di Nino Santpaoala.
Via via assunse un ruolo sempre maggiore, specie nel 2008 quando "investì" nel traffico di stupefacenti anche per mantenere il controllo del territorio e mantenere le famiglie dei carcerati. Fino a diventare anche figura di riferimento capace a sanare i contrasti tra i vari gruppi criminali ed in particolare le famiglie degli Arena e dei Nizza, che si contendevano la gestione della piazza di spaccio di viale Moncada.
E agli inquirenti ha fatto una serie di nomi di figure coinvolte, come ad esempio Salvatore Faro. "Sono a conoscenza che prima del 2000 il Faro era molto vicino a Nino Santapaola, poi nel 2008 è entrato nel gruppo dei Nizza di Librino diventando uomo di fiducia di Fabrizio Nizza (battezzato uomo d'onore da Santo La Causa, ndr). Oggi sia Nizza che La Causa sono collaboratori di giustizia.
Oltre a fare diversi nomi membri del suo gruppo Caruana ha anche riferito dell'ingente disponibilità di armi di cui erano in possesso: "Avevamo disponibilità di armi e in particolare di mitra tipo skorpion, di kalashnikov, fucili e pistole che detenevamo tramite un ragazzo di nostra fiducia che poi a fine 2014 fu arrestato per stupefacenti e detenzione illegale di armi”. A detta del pentito la piazza di spaccio sarebbe ancora attiva ed è gestita da parenti del cugino.

L’omicidio del boss dei Mazzei
Le dichiarazioni di Caruana portano una nuova luce anche sul delitto di Rosario Sciuto, detto ‘u sucarru, boss del clan Mazzei ucciso nell’androne del civico 13 di viale Moncada.
Per questo omicidio fu processato, ed assolto, Gaetano Marino. In appello, però, sono stati depositati i verbali del neo pentito che ha rivelato: "Dell’omicidio di Saro u sucarru mi parlarono Andrea Nizza e Saro u rossu, rispettivamente nel 2014 e nel 2015. In un’occasione nel 2014 mio cugino Giovanni Caruana venne a casa mia a Librino e mi disse che aveva parlato con uno dei fratelli Marino, o Alessio o Gaetano, che lui conosceva molto bene in quanto amico di infanzia, e gli aveva detto che loro avevano dei contrasti con la famiglia Arena di Librino e si volevano avvicinare al mio gruppo. Io risposi a mio cugino di prendere tempo perché in quel periodo non volevo prendere ragazzi che erano conosciuti come soggetti molto litigiosi. Di questa proposta dei Marino ne parlai con Andrea Nizza che mi sconsigliò dicendo che erano persone molto litigiose che avevano già ucciso Saro u sucarru e sparato a Omar Scaravilli. Io allora mi convinsi a lasciar perdere. Nel 2015 - ha proseguito Caruana - ne parlai a casa di Saro Lombardo, al piano superiore dell’abitazione in cui era ristretto agli arresti domiciliari, e discutemmo del fatto che i Marino erano passati con il gruppo di Picanello (migrazione emersa nel processo Orfeo, ndr) e il Lombardo mi confermò che i Marino avevano ucciso Saro u sucarru”.
Infine Caruana si è anche autoaccusato di un delitto, commesso nel maggio 2008: quello di Carmelo Monaco. Il pentito ha confessato di aver assassinato l'uomo il cui caso fino ad oggi era inserito tra i fascicoli degli ‘omicidi irrisolti’.

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