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L'ex killer di Cosa nostra Giovanni Brusca ha chiesto i domiciliari

carcere uomo verticale c imagoeconomica 556375di Davide de Bari
Presentato il ricorso alla Corte Suprema di Cassazione. Il parere della Dna: “Si è ravveduto”

L’ex killer di Cosa nostra, oggi collaboratore di giustizia, Giovanni Brusca ha chiesto di finire la sua pena agli arresti domiciliari, rivolgendosi alla Suprema Corte di Cassazione.
Secondo il parere della Procura nazionale antimafia, l’uomo, che premette il telecomando che fece saltare in aria a Capaci il 23 maggio 1992 il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo, “si è ravveduto”.
L’uomo, che ordinò di sequestrare, uccidere e sciogliere nell’acido, dopo 779 giorni di prigionia, il piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del collaboratore di giustizia Santino che nel ’93 iniziò a fare rivelazioni sulla strage di Capaci, ancora una volta sta provando a ribaltare il parere negativo del Tribunale di Sorveglianza. Brusca, nella sua richiesta, ha cercato di far valere le conclusioni della Procura nazionale Antimafia ("I pm sono d’accordo con me”). Il legale difensore, l'avvocatessa, Antonella Cassandro, si è rivolta alla Corte di Cassazione e la prima sezione penale proprio oggi si è riunita per decidere sul ricorso dell’ex boss mafioso. Quello che la difesa contesta è il fatto che nell’ultimo parere negativo del Tribunale di Sorveglianza, il nono dal 2002, non ha preso in considerazione la valutazione, fatta dal Procuratore nazionale antimafia, Cafiero de Raho, che dopo il parere negativo ha detto di sì. “Il contributo offerto da Brusca Giovanni nel corso degli anni - è scritto nel documento della Dna - è stato attentamente vagliato e ripetutamente ritenuto attendibile da diversi organi giurisdizionali, sia sotto il profilo della credibilità soggettiva del collaboratore, sia sotto il profilo della attendibilità oggettiva delle singole dichiarazioni”. E anche perché “sono stati acquisiti elementi rilevanti ai fini del ravvedimento del Brusca” in quanto le sentenze hanno riconosciuto “la centralità e rilevanza del contributo dichiarativo del collaboratore” e “le relazioni e i pareri sul comportamento di Brusca in ambito carcerario e nel corso della fruizione dei precedenti permessi”.
Infatti, l’ex boss ha usufruito di ben 80 permessi premio, utilizzati per uscire dal carcere vari giorni e restare libero per 11 ore al giorno, per incontrare il figlio. E in queste occasioni, come certificato dalla Polizia Penitenziaria, Brusca è stato “affidabile”. “L’interessato non si è mai sottratto ai colloqui e partecipa al dialogo con la psicologa, - hanno aggiunto gli operatori del carcere romano di Rebibbia - mostrando la volontà di dimostrare il suo cambiamento”. Ma comunque il Tribunale di Sorveglianza ha sempre bocciato la richiesta degli arresti domiciliari in quanto il “ravvedimento” dev’essere qualcosa che va oltre “l’aspetto esteriore della condotta”. I giudici di sorveglianza hanno anche evidenziato che comunque l’ex capomafia, avendo usufruito dei benefici del collaboratore di giustizia, è stato condannato a 30 anni di carcere invece che all’ergastolo. Insomma ci vorrebbe una sorta di “pentimento civile” e quindi “un mutamento profondo e sensibile della personalità del soggetto” che andrebbe oltre alle rivelazioni raccontate ai magistrati. Infatti, per il Tribunale di Sorveglianza l’incontro avuto tra Brusca e la sorella di Paolo Borsellino, Rita morta l’anno scorso, “non ha dimostrato che vi sia una richiesta alla Signora né ai discendenti di Paolo Borsellino. Cosa su cui la difesa ha ribattuto, dicendo che Brusca ha più volte chiesto perdono pubblicamente alle vittime e durante i permessi ha svolto attività di volontariato proprio per dare prova del “ravvedimento”.
La Procura generale della Cassazione, nella requisitoria, ha dato parere negativo in concordanza con quanto decretato con la sentenza del Tribunale di Sorveglianza nel bocciare la richiesta degli arresti domiciliari.
Ma la difesa ha fatto sapere che "Giovanni Brusca terminerà di scontare la sua pena in carcere nel 2022, se la Cassazione non accoglierà la richiesta di collocarlo ai domiciliari, ma potrebbe tornare libero alla fine del 2021 perché ha uno 'sconto' di 270 giorni come previsto dal regolamento carcerario". Inoltre, la Procura generale della Corte Suprema “nel suo parere negativo alla detenzione domiciliare, il Pg ha condiviso le motivazioni del Tribunale di sorveglianza che ritiene che Brusca non si sia ravveduto a sufficienza”.
La decisione della Corte Suprema di Cassazione dovrebbe arrivare nella giornata di domani.

Foto © Imagoeconomica

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