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''La verità sul processo Andreotti'' sbarca all'Università di Pavia

andreotti giulio bn c imagoeconomicadi Davide de Bari
Caselli su processo Andreotti: “Parlare di assoluzione è una bestemmia”
“Se questo Paese non fa definitivamente qualcosa per ricercare e comunicare la verità, per fare chiarezza sui rapporti pregressi tra potere e organizzazioni mafiose, questo sarà un Paese in cui non si potrà mai procedere al processo di consolidamento della democrazia”. Sono queste le parole pronunciate dall’ex magistrato di Palermo Guido Lo Forte ieri nell’Università di Pavia assieme all’ex capo della procura palermitana, Gian Carlo Caselli, per presentare il loro ultimo libro intitolato “La verità sul processo Andreotti” (ed. Laterza).
I due magistrati, che si occuparono negli anni ’90 del processo all’ex sette volte Presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, con questo libro hanno voluto spiegare come “sono davvero andate le cose”. “Ancora oggi la maggioranza dei cittadini italiani è convinta che il senatore Giulio Andreotti sia stato assolto, in realtà è una bufala. La verità è un’altra e di questo abbiamo voluto parlare nel libro” ha spiegato Caselli, che poi ha continuato citando la sentenza di Cassazione del 2 maggio 2003 che ha “stabilito il non doversi procedere in relazione al reato di associazione per delinquere commesso fino alla primavera del 1980, estinto per prescrizione”. Per l’ex magistrato “la formula assolto per aver commesso il fatto è un non senso, è un insulto al buon senso, un ossimoro da capogiro”, perché “è stato fatto credere che Andreotti è stato assolto, ma molto di più che è stato perseguitato per opera di questi giustizialisti dove io ero in testa alla procura di Palermo”. Caselli ha detto che per capire il processo non c’è “bisogno di leggersi tutte le pagine del processo, ma solo le otto righe del dispositivo di sentenza”, per capire che “parlare di assoluzione diventa una bestemmia”. la verita sul processo andreotti 610
L’ex capo della procura di Palermo ha citato la parte della sentenza di Cassazione, evidenziato il legame di Andreotti con Cosa nostra quando si parla di “relazioni amichevoli e dirette di Andreotti con esponenti mafiosi di spicco - propiziate dai suoi legami con Salvo Lima, con i cugini Salvo e con Ciancimino”. E’ da qui che Caselli ha parlato del famoso incontro tra Andreotti e il boss di Santa Maria del Gesù, Stefano Bontade: “Ci fu un primo incontro di Andreotti con i mafiosi per non far uccidere Piersanti Mattarella, ma i mafiosi non sentirono e lo uccisero”. Subito dopo l’assassinio del presidente della regione Sicilia Mattarella il 6 gennaio 1980, Andreotti tornò in Sicilia per “chiedere le ragioni del gesto” a Stefano Botade. In maniera “arrogante e violenta” il boss disse all’ex premier che “se ti vabene è così, se non ti vabene tieniti solo i voti del Nord che sta diventando comunista”. Secondo Caselli dal quel momento (primavera del ’80) avvenne il “distaccamento dall’organizzazione criminale”.
“Esiste la possibilità di commettere reati per il bene dello Stato?” si è chiesto l’ex magistrato Guido Lo Forte. “Che cosa ha portato a questa filosofia?” si è ancora domandato. Andreotti “anziché trasformare lo sporco in pulito, - ha continuato Lo Forte - con quel comportamento collaborativo nei confronti della mafia ha rafforzato l’arroganza dell’organizzazione mafiosa in quanto in quegli anni aveva incrementato la convinzione dei capi mafiosi di una totale impunità, agevolando poi l’uccisione di Piersanti Mattarella.
Secondo Lo Forte nel processo Trattativa Stato-Mafia “viene nominata la ragion di Stato”nel momento in cui “uomini delle istituzioni hanno avviato una trattativa con i capimafia per far cessare le stragi”. Per il magistrato già dalla sentenza delle stragi continentali del ’93 veniva evidenziata “l’esistenza” della trattativa che venne portata alla luce “da coloro che ne fecero parte”. Infatti, secondo l’ex magistrato “lo scopo della trattativa era di chiedere ai mafiosi cosa volessero per far cessare le stragi … cosa che avvenne con dei benefici”. Per il magistrato quello che unisce le due vicende (processo Andreotti e Trattativa Stato-Mafia) è “la disponibilità a dialogare dello Stato con la mafia”. Inoltre, la “disponibilità” non ha portato “a nessun risultato”, ma “secondo la sentenza di primo grado ha portato all’accelerazione della strage di via D’Amelio perché come disse Totò Riina hai suoi: ‘quelli si sono fatti sotto, diamoli un altro colpo’ e questo si è tramutato nella strage di via D’Amelio”. Per Lo Forte questo non ha portato a nessun “effetto positivo” ma solo “al rafforzamento dell’organizzazione criminale”.

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Gian Carlo Caselli © Imagoeconomica


“La deformazione dell’informazione all’opinione pubblica”
"Andreotti assoltissimo, assolutamente assolto" sono state queste le parole pronunciate dall’avvocato dell’ex presidente Andreotti, Giulia Buongiorno, oggi ministro per la pubblica amministrazione, subito dopo la lettura del dispositivo di sentenza del processo. E’ proprio su questo Guido Lo Forte ha riflettuto riguardo la compressione da parte dei giornalisti dell’epoca che quell’esclamazione “non era vera”. “I titoli dei principali giornali italiani (“Corriere della Sera”, “La Stampa”, ecc..) sono stati quasi sempre gli stessi: ‘Andreotti è stato assolto dall’accusa’ o ‘Andreotti definitivamente assolto’ - ha spiegato Lo Forte - se i giornalisti avevano capito, come mai sono stati lanciati dei titoli totalmente capovolti?”. Per l’ex magistrato è “inquietante”, perché questo “mette in moto un meccanismo di disinformazione dell’informazione”. I processi in cui sono coinvolti politici-imprenditori come quello Andreotti o come quello su Marcello Dell’Utri si vede inizialmente “come se fossero perseguitati” e poi “comincia un graduale negazionismo”. Ma per Lo Forte quando si arriva a “delle sentenze di condanna che affermano la responsabilità a un certo punto o se ne parla un giorno, come nel caso del processo sulla Trattativa Stato-Mafia, e il giorno dopo non se ne parlava più come anche per quello su Andreotti”. Per Caselli quello che non si dovrebbe fare è “cancellare queste sentenze (riferendosi anche a quella su Dell’Utri, ndr) con un tratto di penna, ma bisogna discuterne”.

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Guido Lo Forte © ACFB


La prescrizione
“Siamo l’unico Paese democratico del mondo occidentale in cui la prescrizione non si interrompe mai, negli altri paesi viene interrotta” ha affermato Caselli rispondendo a una domanda sulla prevenzione, visto che in questi giorni in Parlamento è al vaglio la riforma su questo istituto. “La prescrizione non si interrompe mai - ha continuato l’ex capo della procura palermitana - i processi non è che non finiscono più, ma più si allunga il brodo più i processi non finiscono mai, perché la prescrizione poi annulla il processo”. In riferimento al processo Andreotti: “Se ci fosse stata la prescrizione di questo processo parleremo in altri termini - ha spiegato Caselli - la prescrizione sarebbe iniziata a decorrere da quel momento (apertura dell’indagine istruttoria, ndr) e si sarebbe poi interrotta”. Quello che bisognerebbe fare secondo Caselli sarebbe “un allineamento di tutti Paesi occidentali”.
Per Lo Forte “negli ultimi anni, i procuratori generali delle varie Corti d’Appello e Cassazione hanno ribadito che c’è una macchina giudiziaria che produce processi dove la maggioranza dei quali finiscono in prescrizione. E per mettere in moto questa macchina vengono poi sprecati tanti soldi per poi arrivare a un nulla di fatto”. Per questo ha concluso l’ex magistrato “l’Ue ha raccomandato all’Italia di adottare una legge, dicendo due cose: i termini della prescrizione non posso essere uguali per i reati semplici e quelli complessi (come quelli sulla pubblica amministrazione che richiedono più accertamenti), quindi per questi i tempi devono essere allungati e poi deve prevedere l’interruzione della prescrizione”.

Per guardare il video della presentazione: Clicca qui!

Foto di copertina © Imagoeconomica

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