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Messina Denaro e le stragi, per i pm ''prono a volere di Riina''

conf stampa mmd mand str92E intanto proseguono le indagini su eventuali soggetti esterni
di Aaron Pettinari
“Il coinvolgimento di Matteo Messina Denaro nelle stragi del '92 incarna il progetto della strategia stragista unitaria messa in atto da Cosa nostra”. Così questa mattina a Caltanisserra il procuratore capo facente funzioni Lia Sava sintetizza l'ordinanza di custodia cautelare nei confronti del superlatitante Matteo Messina Denaro, in quanto ritenuto mandante delle stragi di Capaci e via d'Amelio. “Si tratta di una ricostruzione che abbiamo avviato già nel 2008 quando al vertice della Procura c'era Sergio Lari. Questa è la terza ordinanza che si sviluppa da quando abbiamo raccolto le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza e poi di Fabio Tranchina. Da queste siamo partiti per una ricostruzione di certi fatti rileggendo anche le sentenze sulle stragi di Capaci e via d'Amelio, intersecandole anche con le dichiarazioni di altri pentiti (come ad esempio Rosario Naimo, Vincenzo Sinacori e Francesco Geraci, ndr) che ci raccontano del ruolo avuto da Matteo Messina Denaro non solo per le stragi del 1993, ma anche prima quando ha sostituito il padre al vertice di Cosa nostra trapanese”. Secondo la Procura il boss di Castelvetrano ha un ruolo centrale. “Totò Riina - dice la Sava – nei colloqui in carcere con Alberto Lorusso rivendica di essere colui nelle cui mani il padre di Messina Denaro, Francesco, aveva messo il figlio affinché lo formasse. E' un dato storico di come il vecchio ed il nuovo si legano. Altro aspetto determinante è la missione romana per uccidere Giovanni Falcone, dato incontrovertibile, che non va considerato come un espediente ma un momento centrale della strategia di morte. Ciò si evince anche nella sentenza per rito abbreviato del 'Capaci bis'. C'è una chiara strategia con due squadre che vengono messe in campo per uccidere Falcone. E lo stesso per Borsellino e la strage di via d'Amelio è centrale così come racconta Giuffré che parla di una strategia unitaria delle stragi. Già negli anni '80, Cosa nostra aveva giurato vendetta contro Falcone e Borsellino. Quindi è logico che Messina Denaro, già condannato per le stragi del 1993 sia coinvolto. Inoltre si adopera per compiere un attentato nei confronti di Borsellino, un progetto che non nasce nel 1992 ma prima, quando diventa procuratore della Repubblica di Marsala”. I pm nisseni quindi forniscano l'immagine di un Messina Denaro “prono” al volere di Totò Riina e “completamente disposto a eseguire gli ordini di Riina, che voleva eliminare i nemici di Cosa nostra”.
A fornire ulteriori particolari è il procuratore aggiunto Gabriele Paci. “E' per questo motivo – dice - che, infatti, vengono uccisi i boss Caprarotta e D'Amico che si opponevano al progetto di guerra allo Stato voluto da Riina. Messina Denaro, una sorta di enfant prodige di Cosa nostra, era diventato rappresentante almeno sin dal 1989 al posto del padre che è malato e dà il via libera all'ascesa del figlio. Un dato che ricaviamo anche dalle dichiarazioni di Brusca che parla di Messina Denaro come del pupillo di Riina”.
I pentiti raccontanto anche della presenza del boss a Castelvetrano, in un summit organizzato nell'ottobre del 1991 per decidere di assassinare Giovanni Falcone. “Il 23 ottobre è il giorno in cui viene iscritto a ruolo il maxi processo e Riina apprende che Presidente non sarà quello scelto e voluto, ma Valente, definito un 'gran cornuto', nel senso di innavicinabile. E' lì, alla presenza dei Graviano, di Sinacori, Mariano Agate, si inizia a progettare la vendetta verso i traditori e l'eliminazione di Falcone, Martelli, giornalisti ed uomini di spettacolo che si erano messi in prima posizione contro la mafia”. Tra questi, evidenziano i pm, vi erano Maurizio Costanzo, che il 19 settembre 1991 brucia la maglietta con la scritta viva la mafia ed in un'altra trasmissione augura ai mafiosi anche di morire, quindi Santoro, Biagi, Barbato, persino Pippo Baudo, autore di alcune tramissioni dove si invitava a prendere coscienza del problema mafia. “Riina a quel punto organizza due gruppi distinti decidendo che a Roma la cosa doveva essere fatta con esplosivo. Una preparazione che viene gestita da uomini di Brancaccio e Castelvetrano. Un legame tra le due famiglie mafiose che resiste ancora oggi.
Ci furono gli appostamenti, l'esplosivo venne portato nella Capitale nascosto insieme alle armi su un camion, ma in quella fase, tra febbraio e marzo 1992, il gruppo non vede mai Falcone e Martelli al Ministero, quindi dice di poter eseguire l'attentato a Costanzo. Cos salgono su Roma persino i Nuvoletta (Camorra) per dare una mano.
Ma il 4 marzo il commando venne richiamato in Sicilia da Riina e la responsabilità dell'operazione “Capaci” passò a Giovanni Brusca, che il 23 maggio premette il pulsante del telecomando che fece saltare la bomba lungo l'autostrada di Capaci. “La scelta di non compiere l'attentato a Costanzo a Roma in quel momento è logica perché Riina decide di non alzare su Roma il livello del presidio di sicurezza – aggiunge Paci – A Palermo c'è già la seconda squadra di Cancemi, Ganci e Biondino che lavora sulla possibilità di uccidere Falcone, poi viene inserito Brusca, l'unico che già aveva lavorato con l'esplosivo per Chinnici ed anche per l'attentato agli stiddari trapanesi dove c'è il 'battesimo' di Pietro Rampulla come uomo affidabile. Messina Denaro fornisce anche appoggio logistico per la latitanza dei capimafia palermitani tra Castelvetrano, Mazara del Vallo e Castellamare del Golfo”.

I soggetti esterni a Cosa nostra
Entrambi i magistrati aggiungono che l'ordinanza presenta al suo interno elementi per ulteriori spunti. Uno di questi è legato all'eventuale presenza di soggetti esterni di Cosa nostra sulle stragi. Un dato di cui in passato parlò lo stesso Gaspare Spatuzza, riferendo di un uomo a lui “ignoto” nel giorno della consegna della Fiat 126 usata per l'attentato di Borsellino nel garage di Villasevallos. Nell'ordinanza però si fa riferimento ad un ulteriore elemento ricostruendo alcuni omicidi come quello di Vincenzo Milazzo, giovane e rampante boss di Alcamo, un tempo alleato di Riina, che si opponeva alle stragi. Secondo le dichiarazioni del suo autista, oggi pentito, Armando Palmeri, era presente ad uno dei summit convocati per decidere l’assassinio di Falcone. “C’era gente dei servizi, sono dei pazzi, vogliono fare cose da pazzi”, è quello che avrebbe detto il padrino di Alcamo a Palmeri. E' storia che il 14 luglio del 1992, cinque giorni prima della strage di via d’Amelio, Milazzo venne convocato dal suo migliore amico, il boss di Altofonte Antonino Gioe in un casolare nelle campagne tra Calatafimi e Castellammare del Golfo. È li che venne assassinato a colpi di pistola. E 48 ore venne uccisa anche la sua fidanzata, Antonella Bonomo, incinta di appena tre mesi. Alla conferenza stampa erano anche presenti Maurizio De Lucia, sostituto della Dna Maurizio De Lucia, che ha ribadito l'impegno in tutta Italia per la ricerca del superlatitante trapanese.

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